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sabato 6 febbraio 2016

The Help di Kathryn Stockett Recensione Film!

Buon sabato! Oggi post speciale dedicato alla recensione di un film a cura della dolcissima Federica. Oggi ci parla di The Help, romanzo di Kathryn Stockett, portato sul grande schermo da Tate Taylor nel 2012.




Titolo Originale: The Help
Genere: Drammatico
Sceneggiatura: Tate Taylor
Anno: 2011
Regia: Tate Taylor
Distribuzione: Walt Disney
Interpreti: Emma Stone, Viola Davis, Octavia Spencer, Bryce Dallas Howard, Sissy Spacek, Jessica Chastain
Durata: 146'
Data uscita: 20/01/2012

Mississippi, anni 60. Skeeter (Emma Stone), 22 anni, torna a casa dalla famiglia dopo aver frequentato il college. Al contrario dei desideri della madre, che le vorrebbe trovare al più presto un marito, Skeeter coltiva l’ambizione di diventare scrittrice e decide di iniziare scrivendo un romanzo che raccoglie le esperienze delle domestiche di colore. La ragazza comincia a intervistarle, partendo da Aibileen (Viola Davis), la governante che l’ha cresciuta come una figlia e da Minny (Octavia Spencer), la sua irresistibile amica. Ma il loro progetto è destinato a sconvolgere gli equilibri della società in cui vivono, intrisa di pregiudizi, razzismo e ipocrisia…


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A cura di Federica


Se qualcuno un giorno mi avesse detto che mi sarei ritrovata a scrivere la recensione del film The help, non gli avrei creduto. Perché, per me, questo film non è uno di quelli che finisce nel dimenticatoio come spesso mi è capitato e come penso, capita a tutti. Per me, questo film è l’apoteosi della speranza, del bisogno di condivisione e del prendersi cura l’uno dell’altro quando sembra che il mondo in cui vivi voglia schiacciarti facendoti credere che il seme del male non smetterà mai di germogliare e crescendo, a invadere lo spazio di quello del bene annientandolo a poco a poco per fargli capire senza mezze misure che tutto lo spazio universale spetterà sempre e soltanto a lui … e della forza, del coraggio, della determinazione a sfidare anche l’universo intero pur di far sentire la propria voce e a lasciare un segno. Ma, prima di entrare nel cuore dei miei pensieri su questo film, permettetemi una piccola parentesi, più che doverosa per me. Non posso non sottolineare che se io ho la possibilità di far sentire la mia, di voce, e nel mio piccolo, a lasciare il segno che spero di lasciare a chiunque legga ciò che scrivo, lo devo solo a Antonietta Mirra, la quale mi ha pregato di smettere di ringraziarla. Però, vedete, in un mondo dove l’egoismo, l’indifferenza, la mancanza di empatia, la maleducazione, la mancanza di rispetto e il bisogno costante, instancabile di sfogare le proprie debolezze sul prossimo per sentirsi più forti, più superiori facendo sentire l’altro una completa nullità, un essere che vale meno di zero, ecco che io mi sento non semplicemente in dovere di ringraziarla ma di tenerla su un palmo di mano, è una persona che seppur distante chilometri da te, con una sola frase è in grado di strapparti dal tuo sentirti una completa nullità, un essere che vale meno di zero, e se sto dicendo, anzi, scrivendo questo pubblicamente, è perché credo chiunque ti faccia questo, merita di essere degno di nota quanto per me lo è questo libro e questo film. Chiudo parentesi e se vorrete leggere quello che segue, farete di me una persona più felice.

Era una domenica pomeriggio del lontano 2010 quando questo libro, è magicamente apparso davanti ai miei occhi, ero avvilita e svilita da ciò che mi circondava ma che non smetteva neanche un attimo di farmi sentire come se non fossi circondata proprio da niente, e quale posto migliore per cercare di togliersi di dosso tutto quello che la vita ti sbatte addosso senza tanti complimenti se non una libreria?
Tuttavia penso siano i libri, a volte, a cercare te, e non viceversa. Potrei dilungarmi all’infinito dicendo che questo libro per me non è solo un libro ma un libro che davvero sarebbe un peccato non leggere. Kathryn Stockett mi ha regalato ore e ore di pura riflessione tra sorrisi e risate e lacrime come non mi era mai successo prima. E da libro straordinario quale è, come poteva non prendere vita anche sul grande schermo? Con regia e sceneggiatura firmati da Tate Taylor, amico d’infanzia dell’autrice del romanzo, il quale aveva già opzionato i diritti cinematografici del libro prima della pubblicazione. Distribuito negli Stati Uniti nell’agosto 2011 a cura della Touchstone Pictures e da noi nel gennaio 2012 dalla Walt Disney Pictures.

Neanche a farlo apposta, era il 9 febbraio di quattro anni fa quando, nella sala “Dafne” del cinema Apollo di Milano, riflettei, sorrisi e risi tra le lacrime non potendo non pensare che questa storia non aveva veramente prezzo, perché è così, cari lettori, questa storia non ha prezzo, e chiunque abbia letto prima il libro si sarà accorto che per lo schermo sono state tagliate e cambiate molte cose ma non per questo il film è sceso di livello come invece spesso succede per i film tratti dai romanzi, ma d’altronde penso che quando decidono di trasporre un libro in un film il libro resterà sempre “il libro” e il film “il film”, le due cose non potranno mai combaciare perfettamente come due tasselli di un puzzle, però penso anche che ciò che viene sottratto al libro, il film poi lo ricompensi con la magnificenza di uno sguardo, di due occhioni che ti guardano mostrandoti il cuore e l’anima riuscendo a esprimere più di quanto non possano mai fare le parole, e dicendo questo sto pensando a quelli di Minny, interpretata magistralmente da Octavia Spencer. E sullo schermo, come tra le pagine del libro, si srotola un caleidoscopio che dà voce a Eugenia Phelan, chiamata da tutti “Skeeter”, a Aibileen, a Miss Leefolt, a Minny, a Miss Hilly e a Miss Celia Rae Foote.

Skeeter, finita l’università, ritorna a casa a Jackson, in Mississippi, con un unico pensiero in testa: diventare giornalista o scrittrice di romanzi o tutte e due le cose e avendo con sé un bagaglio pieno di entusiasmo e fiducia nelle proprie aspettative che la porta ad ottenere subito un lavoro al Jackson Journal dove curerà la rubrica di Miss Myrna dedicata alle pulizie domestiche, ragion per cui viene presa in giro dal fratello Carlton che le dice: “Credevo volessi scrivere dei libri!”. E, tra i ricordi di bambina che non può non associare se non a Constantine, la domestica di colore che prestava servizio presso la sua famiglia e che è stata rimpiazzata ma che ai suoi occhi non era mai stata semplicemente una domestica ma un esempio da seguire oltre che all’unica spalla su cui piangere e su cui poter contare ogniqualvolta si sentiva messa da parte come quando non era stata invitata al ballo della scuola … “Basta, la devi smettere di piangerti addosso.”, le disse. “Tu, un giorno, farai qualcosa di bellissimo con la tua vita.”, ecco che allora, come un fulmine a ciel sereno, le balza in testa l’idea di scrivere un libro di interviste sulle domestiche di colore che lavorano presso le famiglie bianche chiedendo a Elaine Stein, il direttore editoriale della casa editrice Harper & Row di New York, se sarebbe disposta a leggere ciò che scriverà.  

E a chi altri potrebbe rivolgersi se non a Aibileen, che la sta già aiutando per la rubrica delle pulizie domestiche? Aibileen è una domestica di colore che lavora presso Miss Leefolt, una donna dall’aspetto coriaceo ma più fragile di un vaso di cristallo dentro visto che il suo cuore è a pezzi dopo la morte del figlio, Treelore, che è morto sul lavoro quando aveva ventiquattro anni. Minny, la sua migliore amica nonché miglior cuoca del Mississippi, è l’unica persona al mondo in grado di alleviare le sue pene. Ma … non si dice che il male non sempre vien per nuocere? Perché proprio quando Minny viene licenziata da Miss Hilly solo perché beccata a usare il bagno che non dovrebbe più usare dato che ha appena proposto l’iniziativa per l’igiene domestica in modo tale da far costruire un bagno ad uso esclusivo per il personale di colore visto che secondo lei hanno malattie diverse dai bianchi, che Aibileen accetta di lavorare anche al libro, dove confessa di aver cresciuto diciassette bambini bianchi e che il primo continuava a chiederle: “Perché non sei bianca?”, e lei gli rispose: “Perché ho bevuto troppi caffè.”. Aibileen aveva capito di essere in grado di fare quello che le mamme dei bambini di cui si occupava non erano in grado di fare: infondere loro fiducia, come a Mae Mobley, la bambina di cui si occupa adesso e che la notte dorme ancora con il pannolino ma che Miss Leefolt non si prende neanche la briga di cambiarglielo, rendendola anche oggetto di scherno davanti alle amiche perché “ha sempre fame”, così, l’innocenza del suo essere bambina fa considerare Aibileen la sua vera mamma, che guardandola e trattandola sempre con amore come dovrebbe fare chi l’ha messa al mondo, la fa sedere sulle sue gambe e le dice: “Tu sei carina, tu sei brava, tu sei importante.” Ma Aibileen è anche una scrittrice visto che per un’ora o due tutte le sere ha bisogno di mettersi a scrivere le preghiere e le sue storie, affermando con timidezza e come se la cosa fosse oggetto di vergogna, che solo scrivendo è in grado di farsi capire meglio. Così, anche Minny, quando trova un altro lavoro da Miss Celia Rae Foote, sposata con l’ex fidanzato di Miss Hilly – motivo di tanto rancore da parte di quest’ultima che etichetta come “ragazza volgare” e di conseguenza tagliata letteralmente e completamente fuori dalla cerchia, se così la si può chiamare, di amiche – prende parte alla collaborazione del libro.

Se da un punto di vista prettamente personale queste non possono che sembrare soltanto delle piccole finestre che si aprono e poi si richiudono con una folata di vento, io penso che una storia così, che abbia avuto lo straordinario potere di unire per sempre e incondizionatamente la vita di una donna bianca a quella di due donne di colore che negli anni Sessanta hanno avuto il coraggio di sfidare il mondo entro il quale erano confinate soffocandole con le loro regole, abbiano spalancato non una porta ma un portone delle dimensioni di una casa che credo solo la forza, la determinazione e il coraggio potevano fare, il coraggio di esprimere quello che nessuno si aspetterebbe, ma che spesso non viene né compreso e né tantomeno premiato se non con una bella porta sbattuta in faccia dal tuo bellissimo e affascinante fidanzato accusandoti di essere stata un’egoista … fidanzato che al primo appuntamento era stato un disastro completo visto che ti dice chiaro e tondo e ridendoti in faccia che una donna che scrive una rubrica di pulizie domestiche è la cosa peggiore che potrebbe fare, ma d’altro canto è pure vero che all’università del Mississippi le è stato insegnato come accalappiare un uomo, dettato, forse, anche dal fatto che quella sera non pensava ad altro che ad alzare un po’ troppo il gomito, cercando di rimediare poi in un secondo momento con una cenetta deliziosa a base di ostriche e crackers e ketchup confessandoti che in fondo gli piace una donna che dice quello che pensa e che leggendo, finalmente, la tua famosa rubrica, ti dice guardandoti con occhi pieni d’amore: “Scrivi bene” e “Spero che tu scriva una cosa in cui credi, una cosa bella.”

Ma se, oltre a un’immensa gratificazione come può dartela solo il veder realizzato un tuo sogno, qualcosa in cui credevi veramente e fino in fondo come in questo caso la pubblicazione di un libro e l’abbattimento delle regole sociali, va ad aggiungersi anche la famosa risposta positiva di Elaine Stein nel volerti nella sua casa editrice a New York e la voce di tua madre che guardandoti dritto negli occhi ti dice: “Il coraggio talvolta salta una generazione. Grazie di averlo riportato nella nostra famiglia … non sono mai stata tanto orgogliosa di mia figlia.”, ti dici: “Non ne valeva la pena?”

Come i nostri cari, preziosissimi libri, anche questo film ci invita a riflettere che non sempre la perdita di un lavoro o di un amore significhi per forza “la fine del mondo” o “la perdita della nostra autostima”. Ad esempio, la nostra Minny qui, dopo essere stata letteralmente cacciata via di casa da Miss Hilly perché anziché andar fuori aveva usato il bagno padronale, poteva forse immaginare che Miss Celia potesse essere l’unica signora bianca in tutto il Mississippi che non l’avrebbe mai trattata come un animale ma come una persona, anzi, come una sua pari che al di là del colore diverso dal suo e che fosse una semplice domestica meritava di essere rispettata e amata perché un essere umano come tutti gli altri? E quale gratificazione migliore poteva ricevere, oltre alla sicurezza di uno stipendio fisso, quando il marito, sempre guardandoti dritto negli occhi, ti dica sincero: “Da quando hai cominciato a lavorare qui, lei ha cominciato a stare meglio, quindi tu le hai salvato la vita.”, e spostandoti gentilmente la sedia per farti accomodare davanti a una tavola da dodici che non era mai stata usata perché la moglie, per ringraziarti di essere stata l’amica di cui aveva bisogno nel momento del vero bisogno, è rimasta in piedi tutta la notte per cucinare quello che tu le avevi insegnato dandoti poi la forza che ti serviva per lasciare il marito che non aveva mai smesso di picchiarti per il puro e semplice piacere di farlo, di portare via i figli dalle sue grinfie e non tornando più nella casa in cui non potevi più sentirti “a casa”?

… E anche alla nostra carissima Aibileen, visto che, naturalmente, è un fatto risaputo e strarisaputo che l’essere buoni non sempre paga, soprattutto con chi non la merita la nostra bontà, al contrario, è il tuo essere buono che ti porta a perdere quando ti ritrovi faccia a faccia con l’essere umano più crudele che possa mai incontrare ma che, seppur nella perdita, tra le lacrime e con un pizzico di orgoglio, ti faccia dire: “Mae Moebly è stata la mia ultima bambina. Nel giro di dieci minuti, l’unica vita che conoscevo, non c’era più. Dio dice che bisogna amare il nostro nemico … è difficile però, ma si può cominciare dicendo la verità. Nessuno mi aveva mai chiesto cosa provavo a essere me stessa. Quando ho detto la verità mi sono sentita libera e ho cominciato a pensare a tutte le persone che conosco e alle cose che ho visto e che ho fatto. Mio figlio Treelore diceva sempre che un giorno ci sarebbe stato uno scrittore in famiglia … Credo che sarò io.”, seguito dall’inedito scritto e interpretato da Mary J. Blige, The Living Proof, facendole ottenere una candidatura al Golden Globe per “la migliore canzone originale” e che in me, ogni volta che la ascolto, risveglia l’animo di ballerina che sono stata, come del resto tutta la colonna sonora che accompagna il film.
Nel salutarvi, cedo la parola all’autrice del romanzo. Vi assicuro che se leggerete quanto segue, potrete capire fino in fondo quanto sia stato importante per lei scrivere questo libro. Io trovo che sia bellissimo e soprattutto non da tutti gli autori, aprire il proprio cuore al pubblico per condividere con lui una parte della sua vita che ha fatto di lei non solo la scrittrice ma la donna che è diventata. Ragione per cui mi ha spinto a trascriverlo testuale parola per parola.


   
TROPPO POCO, TROPPO TARDI
Kathryn Stockett, con parole sue

La domestica della nostra famiglia, Demetrie, diceva sempre che raccogliere cotone in Mississippi nel cuore dell’estate è il passatempo peggiore che esista a parte raccogliere gombo, un’altra pianta bassa e spinosa. Ci raccontava molte storie di quando lavorava nei campi da giovane. Rideva e, scuotendo la testa, faceva segno di no con il dito come ad ammonirci, quasi che la raccolta del cotone fosse un vizio come il fumo o l’alcol in cui noi, ricchi ragazzini bianchi, rischiavamo di cadere.
“Non ho fatto che raccogliere per giorni e giorni, poi mi sono accorta che avevo la pelle piena di bolle. L’ho mostrata alla mamma: non si era mai visto un nero che si scottava al sole. Quella era roba da bianchi!”
Ero troppo piccola per rendermi conto che ciò che ci raccontava non era poi tanto buffo. Demetrie era nata nel 1927 a Lampkin, Mississippi, subito prima della Depressione: un anno orribile per nascere, il momento giusto per capire perfettamente, fin dalla più tenera età, cosa significasse essere poveri, di colore e per giunta di sesso femminile in una fattoria a mezzadria. Demetrie venne a servizio nella mia famiglia quando aveva ventotto anni. Allora, mio padre ne aveva quattordici e mio zio sette. Corpulenta e molto scura di pelle, era sposata con un ubriacone, un tipaccio manesco di nome Plunk. Quando le chiedevo di raccontarmi di lui, non rispondeva. Ma, marito a parte, con noi era disposta a parlare di qualsiasi cosa.
E Dio solo sa quanto mi piacesse parlare con Demetrie. Al mio rientro da scuola, andavo sempre a sedermi in cucina per ascoltare le sue storie, e intanto la osservavo mescolare l’impasto per la torta o friggere il pollo. Cucinava in modo sublime, e dopo pranzo i suoi piatti erano oggetto di lunghe disquisizioni tra i commensali alla tavola della nonna. Quando gustavi la sua torta al caramello, ti sentivi amato.
A me e ai miei fratelli non era permesso disturbarla durante i pasti. La nonna diceva sempre: “Lasciatela in pace, adesso, lasciatela mangiare: questo è il suo momento di riposo”, e io rimanevo vicino alla porta della cucina, impaziente di tornare da lei. La nonna voleva che Demetrie riposasse per poter poi finire il suo lavoro, e comunque i bianchi non sedevano mai allo stesso tavolo di un nero intento a mangiare.
Regole del genere venivano considerate assolutamente normali. Ricordo che da bambina, quando vedevo le persone di colore nei quartieri neri della città, le compativo anche se apparivano ben vestite e in piena salute. Adesso, ammetterlo mi imbarazza molto.
Demetrie, invece, non mi faceva pena. Per diversi anni ho pensato che fosse immensamente fortunata ad avere da noi un lavoro sicuro, a fare le pulizie in una bella casa di bianchi timorati di Dio. Inoltre era senza figli, e a noi sembrava di riempire un vuoto nella sua vita. Se qualcuno le chiedeva quanti figli avesse, lei alzava tre dita. Intendeva noi: mia sorella Susan, mio fratello Rob e io.
Benché i miei fratelli lo neghino, io ero la sua preferita. Nessuno si arrabbiava con me se nei paraggi c’era Demetrie. Lei mi metteva davanti allo specchio e diceva: “Tu sei bellissima. Tu sei una bambina bellissima”, benché fosse evidente che non lo ero. Portavo gli occhiali, e i miei capelli castani erano dritti come spaghi. Inoltre, provavo un’ostinata avversione nei confronti della vasca da bagno. Mia madre era spesso fuori città, e siccome Susan e Rob non mi volevano tra i piedi, io mi sentivo esclusa. Demetrie lo capiva e mi prendeva la mano per consolarmi.
I miei genitori divorziarono quando avevo sei anni, e allora Demetrie divenne ancora più importante per me. In occasione dei frequenti viaggi della mamma, papà portava tutti noi e Demetrie nel motel di sua proprietà. Io avevo una tale nostalgia della mamma che piangevo disperata sulla sua spalla e mi veniva addirittura la febbre.
A quell’epoca, mia sorella e mio fratello si erano in un certo senso affrancati da Demetrie. Andavano all’ultimo piano del motel a giocare a poker con gli impiegati della reception e usavano le cannucce del bar al posto dei soldi.
Ricordo che li guardavo invidiosa perché erano più grandi. “Non sono più una bambinetta” pensai una volta. “Non devo stare appiccicata a Demetrie mentre loro giocano a poker.”
Così mi inserii nella partita e nel giro di cinque minuti persi tutte le mie cannucce. Tornai in braccio a Demetrie facendo la scena per essere stata esclusa, e ripresi a osservarli. Neanche un minuto dopo, appoggiai la fronte sul suo collo morbido e lei cominciò a cullarmi come fossimo entrambe in barca.
“Il tuo posto è qui. Qui con me” disse dandomi dei colpetti sulla gamba calda. Aveva le mani sempre fresche. Guardavo i miei fratelli maggiori giocare a carte e non mi importava più di tanto che la mamma fosse lontana. Io ero dove dovevo essere.
Le valanghe di giudizi negativi sul Mississippi – nei film, sui giornali, alla televisione – hanno reso noi del posto diffidenti e sempre sulla difensiva. Siamo pieni di orgoglio e di vergogna, ma soprattutto di orgoglio.
Ciononostante, ho dovuto andarmene da lì. A ventiquattro anni mi sono trasferita a New York. Sapevo che la prima domanda che chiunque faceva in una città così abituata a un continuo viavai di persone era: “Di dove sei?”. Io rispondevo: “Mississippi. Poi rimanevo in attesa.
A chi diceva con un sorriso: “Ho sentito che è bellissimo laggiù”, io replicavo: “La mia città è al terzo posto nella nazione per omicidi tra bande”. Se qualcuno se ne usciva con un: “Dio, devi sentirti sollevata a essertene andata da quel posto”, io rizzavo il pelo e ribattevo: “Cosa ne sai? E’ un posto splendido”.
Una volta, a una festa su una terrazza, un tizio mezzo ubriaco di una qualche ricca città bianca a nord di New York mi chiese di dove fossi e, quando risposi: “Mississippi”, lui commentò con un sorriso di compatimento: “Oh, come mi dispiace”.
Gli ficcai il tacco a spillo nel piede e lo tenni inchiodato dieci minuti per istruirlo con calma e dovizia di particolari su William Faulkner, Eudora Welty, Tennessee Williams, Elvis Presley, B.B.King, Oprah Winfrey, Jim Henson, Faith Hill, James Earl Jones e Craig Claiborne, l’editorialista e critico culinario del “New York Times”. Lo informai che in Mississippi hanno avuto luogo il primo trapianto di polmone e il primo trapianto di cuore, e che nella locale università sono state create le basi del sistema legale degli Stati Uniti. Avevo nostalgia di casa e aspettavo proprio uno come lui. I miei modi non furono gentili e neppure eleganti: il poveretto si allontanò imbarazzato e per tutto il resto della festa apparve nervoso. Ma non ero proprio riuscita a trattenermi.
Il Mississippi è come mia madre: io posso lamentarmene finché voglio, ma guai a chi osa sollevare una minima critica nei suoi confronti, a meno che anche lui non sia suo figlio.
Ho scritto L’aiuto quando ero ancora a New York. Immagino fosse più facile farlo là piuttosto che in Mississippi, a diretto contatto con quella realtà. La distanza ha aggiunto profondità di visione. In mezzo al frastuono di una città frenetica, è stato un sollievo rallentare i pensieri e abbandonarmi ai ricordi.
L’aiuto è sostanzialmente un’opera di narrativa, eppure mentre la scrivevo mi sono spesso chiesta cosa ne avrebbe pensato la mia famiglia, e anche Demetrie, benché fosse morta da molto tempo. Dando voce a una donna di colore, temevo di oltrepassare un confine proibito. Avevo paura di non riuscire a descrivere in modo adeguato quel rapporto che ha influenzato profondamente la mia esistenza. Un rapporto tenero, che nella storia e nella letteratura americana è sempre stato banalmente stereotipato.
Ho provato un grande senso di gratitudine nel leggere l’articolo di Howell Raines “Il dono di Grady”, insignito del Premio Pulitzer
Per uno scrittore del Sud, non c’è argomento più delicato dell’affetto tra un nero e un bianco nel mondo ingiusto della segregazione. Infatti, l’ipocrisia su cui si basa la società rende sospetta ogni emozione, per cui è impossibile capire se il sentimento che esisteva tra due persone era genuino, oppure dettato dalla compassione o dal pragmatismo.
L’ho letto e ho pensato: “Come ha fatto a dire tutto questo in modo così essenziale?”. Io ero alle prese proprio con quel tema difficile, che sgusciava via tra le mani come un pesce. Raines era riuscito a fissarlo con poche frasi. Ero contenta di non sentirmi sola nella mia lotta.
Come per il Mississippi, i miei sentimenti nei confronti de L’aiuto sono estremamente conflittuali. Temo di aver detto troppo riguardo al confine tra donne nere e donne bianche. Mi era stato insegnato a non parlare di cose tanto imbarazzanti: era un argomento sconveniente, indelicato, e loro avrebbero potuto sentirci.
Ma temo anche di aver detto troppo poco: per molte donne di colore a servizio nelle case del Mississippi la vita era assai più dura e, al contrario, parecchie altre avevano con la famiglia presso cui lavoravano un rapporto affettivo così profondo che non avrei avuto abbastanza inchiostro o tempo per descriverli.
Di un fatto sono sicura: non credo di sapere che cosa significasse veramente essere una donna nera in Mississippi, specialmente negli anni Sessanta. Penso che nessuna bianca che stacca un assegno per pagare una nera possa mai veramente capire. Ma cercare di farlo è essenziale per un essere umano. Ne L’aiuto c’è una frase che amo molto.
Non era questo lo scopo del libro? Far capire alle donne: “Siamo semplicemente due persone, e non sono molte le cose che ci separano. Molte meno di quanto si pensi”
Sono quasi certa di poter affermare che nessuno della mia famiglia abbia mai chiesto a Demetrie come ci si sentisse a essere una nera al servizio di una famiglia bianca in Mississippi. E’ un’idea che non ci ha mai sfiorato la mente. Si trattava di vita quotidiana: non ci si sentiva obbligati a studiare a fondo la questione.
Demetrie morì quando avevo sedici anni. Per molto tempo ho rimpianto di essere stata troppo giovane e distratta per rivolgerle quella domanda, e ho passato anni ad arrovellarmi sulla risposta che mi avrebbe dato. Ecco perché ho scritto questo libro.
Kathryn Stockett è nata e cresciuta a Jackson, in Mississippi. Dopo la laurea in letteratura si è trasferita a New York, dove ha lavorato nell’editoria e nel marketing dei periodici. L’aiuto (2009) è il suo primo romanzo, accolto con grande favore di critica e pubblico.
La trama del libro:
E’ l’estate del 1962 quando Eugenia “Skeeter” Phelan torna a vivere in famiglia a Jackson, in Mississippi, dopo aver frequentato l’università lontano da casa. Sua madre desidera per lei solo un buon matrimonio, ma la ragazza ha in mente ben altro: diventare scrittrice.
Aibileen è una domestica di colore, saggia e materna, che per un tozzo di pane ha allevato amorevolmente uno dopo l’altro diciassette bambini bianchi, facendo le veci delle loro madri spesso assenti.
Minny è la sua migliore amica. Bassa, grassa, con un marito violento e una piccola tribù di figli, è con ogni probabilità la miglior cuoca ma anche la donna più sfacciata e insolente di tutto il Mississippi.
Negli anni in cui Bob Dylan comincia a testimoniare con le sue canzoni la protesta nascente, Skeeter, Aibileen e Minny si ritrovano a lavorare segretamente a un progetto comune che le esporrà a gravi rischi. Perché lo fanno? Perché i rigidi confini che delimitano la loro esistenza le soffocano. Perché il vento della libertà inizia a soffiare.

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8 commenti:

  1. Antonietta?
    Grazie!!!
    E' bellissimo poter vedere tutto questo ... qui.
    <3 <3 <3

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    1. Sai cosa penso del tuo scrivere e del tuo essere qui, quindi continua così!
      Ogni tua recensione è un tuffo con tutti i vestiti e le scarpe nel romanzo o nel film, come in questo caso. Sei un treno in corsa ed esplodi di emozioni. Travolgi e porti via. E cosa più importante: sei vera. :****

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    2. Ho letto queste righe qualcosa come trenta minuti fa, non so se mi spiego ... ma mi ci è voluto tutto questo tempo per poter ritornare qui e scrivere quello che mi sta attraversando.
      Chi non mi conosce non può sapere quanto sincero e vero sia tutto ciò che dico, e credo non esista gratificazione più grande per me, ricevere parole come le tue, Antonietta. E non esagero se dico che mi sto sentendo come Skeeter nel libro e nel film, perché sebbene non abbia ancora pubblicato il mio libro né niente, sapere che sono in grado di trasmettere quello che desidero trasmettere riesce a spazzare via in un attimo tutto il cinismo contro cui questo treno in corsa è sempre andato a sbattere andando in frantumi, e mai come adesso comprendo appieno cosa vogliono dire gli scrittori quando dicono che per loro non esiste gratificazione migliore di chi li legge e apprezza il loro lavoro che richiede sul serio tanti tanti sacrifici.
      Perciò, grazie, grazie davvero. <3 <3 <3

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  3. Ho visto questo film tempo fa, veramente molto bello. Ritrovo nelle tue parole le emozioni che ho vissuto allora e anche di più ... Perché mi hai fatto riflettere maggiormente su alcuni punti e poi mi hai trasportato in una favolosa scoperta di dettagli davvero emozionante. Grazie infinite ☺️
    Ps sono d'accordo con te a volte sono i libri a sceglierci 😍

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  4. Ciao Sara, grazie infinite a te. <3
    Quello che hai detto mi fa sentire come immersa da una montagna di regali. Sono felice di essere in grado di fare quello che non mi sarei mai aspettata di poter fare. :-)

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  5. Ma allora dillo che vuoi farmi sciogliere: recensisci tutti i miei libri preferiti! Non c'è nulla da aggiungere, oltre all'ovvio: sei una maga con le parole e meriti tutto l'affetto che ricevi qui e altrove.

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    1. Glinda? Lo devo ancora consultare il mio dizionario ...
      Il mio cuore sta per implodere dalle emozioni!!
      Grazie, grazie, grazie. <3 <3 <3

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