Ultime recensioni

venerdì 30 gennaio 2026

Recensione: BUBUS di Julia Kissina

Buongiorno! Grazie alla collaborazione con la casa editrice Voland, oggi vi parlo di Bubus di Julia Kissina.

bubus

di Julia Kissina
Editore: Voland
Pagine: 468
GENERE: Narrativa storica
Prezzo: 5,66€ - 15,98
Formato: eBook - Cartaceo
Data d'uscita: 2025
LINK D'ACQUISTO: ❤︎
VOTO: 🌟🌟🌟🌟🌟 

Trama:
Cosa succede quando ci si innamora di un poeta beatnik ex alcolizzato affascinante ma anche patologicamente egocentrico e possessivo? E quali saranno le conseguenze se per amor suo si acconsentirà a trasferirsi d’impulso da Berlino a San Francisco? Con spumeggiante umorismo Julia Kissina racconta la storia di una passione tanto strampalata quanto irrefrenabile, in nome della quale la protagonista è disposta a lasciarsi tutto alle spalle, perfino un figlio adolescente schizofrenico e un tranquillo fidanzato surfista. E a confrontarsi non solo col fantasma di una suocera gelosa scampata alla Shoah, ma anche con la realtà di un’America ben lontana dalle proprie aspettative. Un romanzo brillantemente dissoluto e tragico che si dipana dagli orrori del XX secolo ai giorni

RECENSIONE

La casa editrice Voland pubblica sempre romanzi che ti scombussolano, che ti prendono per i capelli e ti trascinano su sentieri di cui tu, forse, hai sentito solo l'odore nella tua vita, o magari ci hai camminato e ti sei pure infangato le scarpe, i vestiti, persino la pelle e le ossa, ma da qualunque posto tu arrivi e qualunque sia la tua storia, Bubus di Julia Kissina ti inquieterà, ti farà sentire cosa si prova a essere trasportati dal mare nero della follia, quando l'amore e la maternità si intrecciano in un flusso narrativo febbrile, visionario, a tratti spietato. È un libro che rifiuta la linearità e la consolazione, e proprio per questo ti colpisce e ti lascia a terra. 

Andy Schwarz, scrittore americano alcolizzato, è la figura più inquietante. Vive letteralmente infestato dalla madre morta, Sophie Kushner, sopravvissuta alla Shoah. Andy non riesce a separarsi da lei: la sente camminare sul tetto, fumare sigarette francesi, cercare documenti perduti. La madre non è solo un ricordo, ma una presenza concreta, quasi un’entità soprannaturale. Andy incarna il figlio che non può vivere una vita propria perché è rimasto prigioniero della Storia familiare. La sua follia non è individuale: è ereditaria. 

Sophie Kushner, la madre, è il vero fantasma del romanzo. Bambina ebrea scampata alla retata del Vel’ d’Hiv, sopravvive alla guerra, emigra, lavora, invecchia. Ma la salvezza fisica non coincide mai con la liberazione interiore. Sophie è la dimostrazione che sopravvivere non significa guarire. Il trauma la rende eterna: non può morire davvero perché non ha mai potuto elaborare ciò che ha vissuto. 

La narratrice, scrittrice europea che si innamora di Andy, è una figura speculare. Anche lei è madre di un figlio schizofrenico, anche lei vive immersa nella paranoia, anche lei è attraversata dalla Storia. La sua voce è lucida e delirante allo stesso tempo: osserva la follia ma ne è costantemente risucchiata. Il suo amore per Andy è ambiguo, pericoloso, quasi una forma di sostituzione: Andy la vede come la reincarnazione della madre. In questo slittamento inquietante, l'amore mostra quanto l’amore possa diventare una trappola psichica. 

Il tema centrale di Bubuš è il trauma che si trasmette. La Shoah non è presentata come un evento chiuso nel passato, ma come una ferita aperta che continua a produrre effetti: paranoia, paura, ossessione, incapacità di fidarsi del mondo. La Storia entra nella psiche e la deforma. Un tema potentissimo è la maternità, descritta senza alcuna idealizzazione. La gravidanza è vista come un atto violento, il corpo femminile come un’arena, il figlio come un essere che divora la madre. Essere madre significa esporsi alla perdita, alla colpa, alla trasmissione involontaria del dolore. 

La follia attraversa tutto il romanzo. Ma l'autrice non la tratta come una deviazione patologica: la follia è una forma estrema di sensibilità al mondo. Il figlio schizofrenico della narratrice, ossessionato da guerre, terrorismo, apocalissi, non inventa nulla: esaspera ciò che già esiste. Il confine tra realtà e delirio è sottilissimo, e il romanzo ci costringe a chiederci se la vera follia non sia quella di chi finge che tutto questo non esista. 

La scrittura è frammentaria, ipnotica, ossessiva. Il romanzo procede per immagini, ricordi, associazioni improvvise. Il tempo non è lineare: passato e presente si sovrappongono come strati di un incubo. Questo stile non è un esercizio formale, ma una scelta etica: il trauma non può essere raccontato in modo ordinato. Il linguaggio alterna momenti di crudezza quasi clinica a improvvise accensioni poetiche. Il lettore viene gettato dentro la mente dei personaggi. 

Il messaggio di Bubuš è radicale e disturbante: la Storia non passa, il trauma non si chiude, la memoria non si addomestica. Ogni tentativo di rimozione genera fantasmi. L’orrore del Novecento continua a vivere nei corpi, nelle famiglie, nelle relazioni, nelle malattie mentali. Eppure, nel suo pessimismo estremo, il romanzo non è cinico. Scrivere, ricordare, guardare l’orrore senza distogliere lo sguardo diventa l’unica forma possibile di resistenza. 

Bubuš è un romanzo orrorifico se vi fa paura l'eccesso della mente, quando il cervello esce fuori strada e non vi fate male la carne del corpo, ma i traumi della mente. È lì che ci sono i lividi che non si vedono, quelli che ci portiamo dietro e se avete paura di scoprirli, questo libro non fa per voi. È vero come può essere la parola di chi non frega più niente di essere al mondo. È una meditazione feroce su ciò che ereditiamo senza volerlo e su quanto sia difficile – forse impossibile – liberarsene. 
Un romanzo-fantasma, come la madre che cammina sul tetto: non lo vedi più, ma continui a sentirne i passi.

Nessun commento:

Posta un commento