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lunedì 25 marzo 2024

Recensione: IL GIUDICE E IL BAMBINO di Dario Levantino

Buongiorno! Grazie alla collaborazione con la casa editrice Fazi, oggi vi parlo dell'ultimo romanzo di Dario Levantino, dal titolo Il giudice e il bambino.

il giudice e il bambino

di Dario Levantino
Editore: Fazi
Pagine: 252
GENERE: Narrativa contemporanea/Mafia
Prezzo: 6,99€ - 12,00
Formato: eBook - Cartaceo
Data d'uscita: 2024
LINK D'ACQUISTO: ❤︎
VOTO: 🌟🌟🌟🌟🌟 

Trama:
Giunto in paradiso, Paolo Borsellino viene incaricato da Dio di risolvere casi particolari e delicati. Per un periodo, si occuperà di quelle anime che, per motivi diversi, hanno lasciato qualcosa di irrisolto sulla Terra. Un giorno, però, sulla scrivania del suo ufficio finisce il faldone di un caso inspiegabilmente rifiutato da tutti gli altri funzionari in cielo. Non appena Borsellino legge il contenuto della cartella, ha come un mancamento. Quell’anima, infatti, appartiene a un bambino. E quel bambino è Giuseppe Di Matteo, ucciso dalla mafia nel gennaio del 1996. Da qui ha inizio una storia delicata e toccante, dai toni favolistici, che ricostruisce le vicende del giudice e del ragazzino: un viaggio tra le nuvole pieno di emozioni e avventure alla ricerca della serenità necessaria per andare avanti e di una ragione che possa spiegare tanta violenza. In questo cammino a due, particolarmente coinvolgente sarà l’incontro tra il bambino e il suo cavallo che si ricongiungeranno nell’aldilà proprio grazie all’aiuto di Borsellino, e avranno modo così di salutarsi per l’ultima volta prima di dirsi addio e separarsi per sempre. Un incontro decisivo che darà la possibilità al piccolo di riconciliarsi con il mondo e ritrovare finalmente la pace perduta prima di congedarsi dall’amico giudice e prendere finalmente il proprio posto in cielo. Dopo Il cane di Falcone, Dario Levantino torna in libreria con un romanzo emozionante e mai scontato che ripercorre le vicende di Paolo Borsellino e del piccolo Giuseppe Di Matteo, ucciso dalla mafia a soli quindici anni dopo due di prigionia durissima e insensata. Un testo adatto ai ragazzi che illustra in modo chiaro, con un tono impegnato ma insieme leggero, gli anni che hanno caratterizzato la lotta alla mafia e le dinamiche interne all’organizzazione di Cosa nostra, nella speranza che un mondo migliore sia sempre possibile e che alla fine trionfi sempre il bene.

RECENSIONE

Il giudice e il bambino di Dario Levantino è una storia commovente e anche un po’ fiabesca, ma questo non deve trarre in inganno perché si tratta di una storia di mafia che coinvolge il giudice Paolo Borsellino dopo la sua morte. 

L’autore immagina che dopo la strage di via D'Amelio, Borsellino finisca in Paradiso e gli venga dato un compito: risolvere i casi di quelle anime tormentate che non possono ancora accedere al Paradiso perchè hanno lasciato qualcosa di irrisolto sulla terra. Gli capita la vicenda di Giuseppe Di Matteo, un bambino di 11 anni che muore nel 1996 dopo un lungo rapimento per mano della mafia. Questo caso, così crudele e inspiegabile, è stato rifiutato da tutti e Borsellino è l’unico che decide di occuparsene per assicurare a quella piccola anima innocente la pace eterna. 

Lo stile dell’autore è il punto di forza del romanzo. Con un linguaggio delicato, sorprendente, maneggevole e fruibile, porta il lettore ad amare Borsellino non perchè sia il giudice che tutti conosciamo e per il suo grande e immenso coraggio, ma per come si comporta in modo assolutamente umano. Siamo abituati a conoscere la storia di questi grandi personaggi attraverso i racconti che ci fanno la televisione, le radio, i programmi, i libri, ma poco sappiamo della loro reale umanità e quotidianità. 

Il giudice è costretto a tagliarsi i baffi perchè in Paradiso vogliono così e si commuove subito appena legge la storia del piccolo Giuseppe. Insomma tratti umani che permettono al lettore di empatizzare con questa figura così alta e irraggiungibile, che però, in questo romanzo, diventa parte di tutti noi, quasi come un padre che si adopera per la felicità e la serenità del proprio figlio. 

Inizia così un viaggio che include il giudice e il bambino. Insieme ripercorreranno la storia di entrambi, impareranno a conoscersi e a far conoscere la mafia, un argomento che è molto ostico e di cui, forse, non si parla sempre nel modo giusto. L’autore avvicina anche i lettori più giovani a un mondo da cui ci hanno sempre detto di stare lontano; qualcosa di cui meno si parla e meglio è; che è giusto relegare nel buio, o lasciare nel non detto. Ma non sempre questo atteggiamento è quello giusto. Voglio dire, spesso non basta incutere timore riguardo qualcosa per evitare che gli altri provino curiosità e vogliano sperimentare; anzi, spesso, accade l’opposto. Più non se ne parla, più si tenta di nascondere, più si insabbiano le cose, e maggiore è l’interesse verso le stesse. 

Così, Levantino decide di raccontare la storia della mafia e lo fa in un modo del tutto originale e assolutamente nuovo. A metà tra un racconto fatto di meraviglia e di fiaba e un resoconto piuttosto veritiero di ciò che è accaduto realmente per colpa della mafia. Probabilmente non siamo abituati a leggere di determinati avvenimenti criminali in contesti come quello del Paradiso, eppure, c’è sempre una prima volta. Levantino ha trovato il modo di rendere più accettabile la morte di un bambino, avvenuta in un contesto schifosamente tragico, creando un intreccio in cui persino il giudice Borsellino è umano tanto quanto ciascuno di noi. Diventa un investigatore che deve risolvere la morte del piccolo per donargli un posto nell’eterno. 

Non potevo immaginare che questa storia, all’apparenza così innocua, persino assurda, potesse regalare così tante emozioni. Ci si commuove mentre si legge per il semplice fatto che tutti sappiamo di cosa sta parlando. Il piccolo Giuseppe non è che uno dei tanti bambini morti per mano della mafia e il giudice è il simbolo della lotta contro quella criminalità da cui è sbagliato fuggire, perchè non sarà la fuga a salvarci, bensì la conoscenza, la comprensione, l’approfondimento di ciò che è accaduto e che ci accade intorno. 

Insomma, una storia che sembra suggerirci ancora una volta che la regola delle tre scimmie, non vedo, non sento, e non parlo, non porta da nessuna parte. Per uscire dall’inferno, dobbiamo guardarlo in faccia. 
E se, come fa l’autore di questo libro, vogliamo farci aiutare da un pizzico di fantasia, non fa male a nessuno. 
L’importante è non essere codardi. 
Del resto, non è proprio questo che ci ha insegnato il giudice Borsellino?

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