Buongiorno! Grazie alla collaborazione con la casa editrice Fazi, oggi vi parlo di Preludio di Carla Madeira.
preludio di Carla Madeira Editore: Fazi Pagine: 248 GENERE: Narrativa contemporanea Prezzo: 12,99€ - 18,50€ Formato: eBook - Cartaceo Data d'uscita: 2025 LINK D'ACQUISTO: ❤︎ VOTO: 🌟🌟🌟🌟🌟
Trama:
Amori sbagliati, amori violenti, nessuna redenzione: Carla Madeira, l’autrice più letta in Brasile, torna a scuotere le nostre certezze con un nuovo, sbalorditivo romanzo.
Un mattino Vedina Maria dos Santos si sveglia e accanto a sé trova solo uno spazio vuoto e freddo: per l’ennesima volta suo marito ha preferito dormire altrove. È l’inizio di una giornata difficile, come molte del resto, ma oggi è diverso. Oggi Vedina compirà un gesto sconsiderato, un gesto indicibile. Come può la vita averla portata a tanto? Qualche decennio prima, Tonico Antunes, bevitore appassionato e titolare di una piccola ferramenta, è appena diventato padre di due gemelli e decide di registrarli all’anagrafe come Caim e Abel per far dispetto a sua moglie Custódia, donna bigotta che non lo ama e non lo stima. Lei, d’altro canto, lo ha sposato solo per scappare da una provincia asfissiante e lo ha bandito dal talamo coniugale non appena è rimasta incinta. I due gemelli trascorrono l’infanzia in perfetta simbiosi ma, a partire dal primo giorno di scuola, prendono due strade diverse: mentre Caim riesce bene negli studi e nello sport, è amico di tutti e apprezzato dalle ragazze, Abel diventa invece sempre più timido e introverso, lascia la scuola e perde la testa per la donna sbagliata...
Carla Madeira conferma il suo talento raccontandoci la storia di una famiglia perduta e dei suoi tentativi di ricomporre le piccole e grandi fratture che l’affliggono. Preludio, un labirinto di emozioni disseminato di momenti memorabili, ci svela come i rapporti familiari siano luogo di silenzi e orrori ma anche unico rifugio sicuro, come l’amore sia dono ma anche condanna.
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RECENSIONE
“L’uomo è l’argilla dell’uomo.”
Ed è con questa frase, potente e terribile, che Carla Madeira ci introduce nel cuore vuoto di Preludio.
Ci narra di una tragedia che non ammette vincitori, ma nemmeno perdenti nel senso comune del termine perché di fronte all’amore che ferisce più dell’odio stesso, ci si annienta e non c’è possibilità di rendersene conto.
In questa storia c’è verità, ferocia, una rabbia che non lascia tregua. Un romanzo che ci mette davanti all’abisso che ciascuno di noi può diventare — o subire — dentro una famiglia.
Vedina è una donna che, ogni giorno, si alza con il corpo piegato dalla fatica emotiva. Non ama più il marito, e forse non ha mai amato davvero il figlio.
Lo accudisce, lo veste, lo porta a scuola, ma tutto in lei grida stanchezza. E poi, un giorno, rompe il patto invisibile che tiene insieme la maternità: abbandona suo figlio Augusto su un marciapiede.
“Era così che Abel avrebbe trovato la casa una volta tornato dal forno o da chissà dove.”
La freddezza di questo gesto è disarmante. Ma dentro quella freddezza si cela una delle verità più scomode della contemporaneità: l’amore materno non è un istinto garantito, ma una scelta fragile, sempre a rischio di crollare sotto il peso delle aspettative e del silenzio.
Vedina rappresenta tutte quelle madri invisibili che implodono ogni giorno, mentre il mondo continua a pretendere perfezione.
Vedina è una madre che non ce la fa.
Antunes è un uomo scisso in due: da sobrio è duro e opprimente, da ubriaco diventa tenero, quasi commovente. Suo figlio lo ama quando beve, e lo teme quando è lucido. In lui si incarna la figura di un maschio incapace di tenere insieme autorità e affetto, fragilità e dignità.
La sua vendetta — dare ai figli i nomi biblici di Caim e Abel — è un gesto misero, ma carico di conseguenze.
“Ho dato loro un nome. Un nome, è solo una parola. Le parole sono parole, non pesano.”
“‘Alcolizzato’ pesa, Antunes. ‘Ubriacone insopportabile’ pesa. E ‘separazione’? Dimmi, Antunes, quanto pesa secondo te ‘separazione’?”
Il peso delle parole — dei nomi — rappresenta il senso simbolico e filosofico della storia.
Antunes non è un carnefice, è un uomo piccolo, tragico, che ha confuso l’amore con il possesso e l’umiliazione con la rivincita. È il ritratto amaro di tanti padri che vogliono essere amati, ma non sanno come si fa.
Autunes è un padre che si disintegra.
Custódia è l’altra madre del romanzo. Quella che ha desiderato i figli con tutta sé stessa, che ha pregato Dio per averli, che li ha attesi come una salvezza. Ma quando Antunes li chiama Caim e Abel, qualcosa dentro di lei si spezza per sempre.
Rifiuta la realtà, e per sei anni impone ai figli la stessa identità: Abel e Abelzinho.
La sua è una maternità idolatrica, che non lascia spazio all’individualità, che teme la differenza, che cerca la purezza a costo di cancellare la verità.
“Di tutte le sue paure, una diventò quella regina, sovrana, più potente di tutte le altre: la paura del figlio perduto. [...] In un gesto, in una parola, in uno sguardo… sapere chi dei due era Caino.”
Custódia è la madre che ama fino al soffocamento, che impone ai figli la sua ansia, la sua religione, il suo delirio di controllo.
E il risultato è devastante: due bambini che crescono senza sapere chi sono, senza potersi riconoscere, senza poter esistere come individui.
Custodia è la madre che della devozione fa un’ossessione.
Nati come gemelli, crescono come duplicati. Uno è l’ombra dell’altro.
Sono bambini usati come strumenti, come estensioni del trauma genitoriale. E quando arriva il giorno della scuola, la finzione crolla. Uno di loro diventa ufficialmente “Caim”.
È come una sentenza. Un marchio.
Eppure, entrambi restano bambini: vitali, curiosi, innocenti.
“Quando siete nati, ho chiamato uno di voi Abel e l’altro Caim.”
“Caimmm?! Non ho mai sentito questo nome!”
Quel “mai sentito” è una ferita. Perché significa: non mi hai mai detto chi sono.
Il romanzo ci mostra quanto sia facile, per gli adulti, distruggere l’identità di un figlio senza rendersene conto.
Caim e Abel sono i figli della paura.
Carla Madeira ha il coraggio di rompere un tabù: la maternità può essere tossica, può essere imposta, può anche mancare del tutto. E se accade, non è mostruosità: è umanità.
Caim e Abel non sono solo nomi. Sono destini. Sono ruoli assegnati.
Il romanzo ci ricorda che le parole costruiscono mondi. E possono distruggerli.
Chi siamo, se non possiamo avere un nome tutto nostro?
Preludio ci pone una domanda dolorosa: è possibile crescere sani, se la nostra identità è stata decisa da altri?
Ogni personaggio è marchiato dalla colpa. Colpa di aver fatto, colpa di non aver fatto. Ma non c’è espiazione. C’è solo il silenzio, la vergogna, e un presente pieno di crepe.
L’autrice non idealizza la famiglia. La mostra per ciò che spesso è: una miccia accesa, un teatro di guerra silenziosa, un meccanismo che produce dolore invece che cura.
La prosa di Carla Madeira è intensa, poetica, ma mai indulgente.
Le frasi sono brevi, taglienti. Ogni parola pesa. Ogni immagine è viva, pulsante.
Ti scava. Ti mette a nudo.
“La discesa verso il luogo in cui siamo capaci di tutto è, a volte, una lenta frana, mescolata alla banalità dei giorni.”
Ecco, questo è Preludio: una frana lenta e silenziosa che si insinua nei gesti quotidiani fino al soffocamento.
Preludio è uno specchio scomodo. Ci costringe a guardare in faccia tutte le ambiguità della nostra vita affettiva.
È un romanzo che parla a chi è stato figlio, a chi è genitore, a chi ha amato troppo, o troppo poco.
In un’epoca che glorifica la famiglia come rifugio e la maternità come compimento, Carla Madeira osa dirci: non sempre è così. E va bene riconoscerlo.
Cosa si prova leggendolo?
Un senso di vertigine.
Di disagio.
Di compassione.
Si piange, ma non per commozione.
Per riconoscimento.
Perché tutti, in fondo, siamo stati Caim. O Abel. O Vedina.
Si chiude il libro con la voglia di fare silenzio.
Di restare soli un attimo.
Di chiedere scusa a qualcuno.
In primis a noi stessi.
Preludio è un romanzo che va letto con il cuore che batte. Crudele, spietato, ma anche reale. Non è un romanzo di facciata. È un romanzo che fa il cattivo tempo, perché del bello ci siamo un po’ stancati. Di frottole ne abbiamo le scatole piene, negli ultimi anni ce ne hanno raccontate di ogni, a cominciare dalla politica, dalla società, da chi dovremmo imparare qualcosa, e invece ci siamo ritrovati più confusi e ignoranti di prima.
Perché in un’epoca come la nostra dove ci si atteggia tanto su quanto sia DOVEROSO e giusto dire sempre e soltanto la verità, non c’è bugia più grande di questa pretesa.
Non vogliamo essere salvati, protetti e imboniti con finte promesse.
È questo quello che sembra suggerirci Carla Madeira.
A noi serve solo una cosa: che qualcuno ci mostri come illuminare le nostre crepe.
Qualcuno che ci ricordi che, anche quando tutto sembra perduto, è nel momento prima della caduta che possiamo ancora cambiare direzione.
Quel momento, quel preludio, è il luogo più pericoloso, e più vero, in cui ci sia mai capitato di vivere.
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