Ultime recensioni

mercoledì 3 giugno 2015

Le fragili attese di Mattia Signorini Recensione

Buongiorno lettori, il post di oggi è dedicato alla recensione di un libro che ho amato molto e di cui ringrazio la Casa Editrice Marsilio per avermi inviato una copia. Le fragili attese di Mattia Signorini è un insieme di storie delicate che riescono, anche grazie allo stile dell’autore, a raggiungere le corde sensibili dell’animo.

Leggete e lasciatemi le vostre impressioni!



Titolo: Le fragili attese
Autore: Mattia Signorini
Editore: Marsilio
Uscita: Aprile 2015
Genere: Romanzo
Pagine: 259
Prezzo: € 17,00
Ebook: € 9,99

Trama

Questa è la storia della Pensione Palomar, una vecchio stabile a due piani nel quartiere periferico di una grande città. Osservandola dalla strada, incastrata tra due palazzi, sembra appartenere a un tempo che non è più.  È la storia di Italo, il proprietario, che a quasi ottant'anni ha deciso di chiudere per sempre. Osserva passare gli ultimi giorni seduto dietro al bancone, mentre rilegge vecchie lettere d'amore scritte da una ragazza negli anni Sessanta. È anche la storia dei suoi ultimi ospiti: Guido, un professore d’inglese che deve insegnare a parlare a una bambina muta; Lucio Ormea, un uomo alla ricerca del padre che non vede da quando era piccolo; Il generale in pensione Adolfo Trento, convinto che la soluzione di ogni pace stia nella guerra; Ingrid, un'arpista con il polso spezzato che lavora come cassiera al supermercato e di notte si accompagna a uomini conosciuti per caso; e infine la domestica Emma, che ha fatto della Pensione Palomar la sua casa da ormai troppo tempo. Sono tutte persone ferme ai margini di un mondo che corre troppo veloce, in attesa che arrivi qualcosa, forse un treno che li porti via, verso una direzione qualsiasi, prima che sia troppo tardi. Mattia Signorini ci regala un delicato e intenso romanzo sulle attese in cui, tra speranze e delusioni, capita che la nostra vita si incagli. Attese spesso lunghe, fragili, a volte senza fine.

Mattia Signorini è nato nel 1980 a Rovigo. Ha pubblicato  Lontano da ogni cosa (2007), La sinfonia del tempo breve (2009; Premio Tropea 2010), Ora (2013; finalista Premio Stresa) e Le fragili attese (2015).È tradotto in Europa, Sudamerica e Israele. Ha fondato la scuola di scrittura creativa e narrazione Palomar ed è direttore artistico del Festival Rovigoracconta.




“Si attende che la vita faccia un passo e la pianti di stare in bilico, pericolante su se stessa. Si attende qualcuno, o qualcosa, che prenda tutti i silenzi e lasciandoli cadere, quasi per sbaglio, li mandi in frantumi.”

Questa frase riportata nel retro della copertina è stata per me fulminante. Ho voluto leggere questo libro da quando ne ho scoperto l’esistenza. Mi è sembrato, quasi, che un pezzo frammentato del mio essere inquieto, avesse trovato un appiglio di specchio nel quale riflettersi, per un attimo.

Le fragili attese è un libro che ti coglie di nostalgia e di attesa, di malinconia e di impossibilità. E’ una musica soave e delicata, è qualcosa che ha a che vedere con il tempo, con l’inganno, con i luoghi che non esistono e con le scelte che si fanno. E’ melodia di suoni, di risate e di illusioni, parole perse e ricordi, fughe dolci e amari dissapori.
Già dalle prime pagine ho iniziato a sentire l’eco di Oceanomare, uno dei romanzi che adoro di Alessandro Baricco. Ho sentito la presenza della locanda immaginaria Almayer nelle notte distorte della pensione Palomar, il luogo nel quale confluiscono tutti i personaggi del romanzo di Signorini. Ho associato le lettere di Bartleboom, voce di un amore dissonante, impregnato di lettere dedicate ad una donna non ancora conosciuta ma reale nella sua immaginazione volteggiante a quelle anonime ritrovate dal protagonista di questa storia. Così come la presenza costante dell’acqua laddove in Baricco c’era il mare, l’ondata estraniante della nostalgia, di un canto profumato di dolcezza e terrore, di una voglia di inventarsi una storia tra mille storie, una storia che conduca da qualche parte, una strada che ci faccia dimenticare di aspettare.

Il protagonista è Italo, l’uomo del silenzio, colui che ha preferito l’indicibile racchiuso nella sua anima e sotterrato nella sabbia della sua memoria, alle parole, alle voci altisonanti della città che cambia e si ammoderna, alla fiumana di gente che attraversa la sua vita mentre lui è lì, dentro quelle mura, a lottare contro l’inafferrabilità della sua esistenza, da più di quarantasei anni. Italo giunse a Milano quando era ancora un giovane con qualche speranza ma con il cuore già pieno di sofferenza e la pensione Palomar divenne il suo lavoro e la sua scelta. Ne divenne il proprietario e da allora il suo tempo e il suo spazio si condensarono in quel luogo che come un’ancora salvava tutte le persone che lo attraversavano. Un luogo di mezzo, un terreno fertile per la memoria ma anche per la dimenticanza, un universo di caratteri e personalità devote indiscutibilmente alle loro paure e alle loro discrepanze. Un miraggio, un miracolo che si portava addosso i segni umani dell’attesa. Un posto in mezzo agli altri posti, a cavallo tra il rumore e il delirio, un angolo di terra, lontano dal cielo, più affondato nelle radici del pensiero, nel quale tutti e nessuno potevano trovare un approdo, un sospiro, forse un sorriso?

Dopo tanti anni la pensione Palomar sta per chiudere perché Italo è stanco di aspettare e vuole viaggiare. Mattia Signorini racconta con uno stile affusolato, riempendo le parole di altri significati e di immagini irreparabili, di anime che si incrociano tra quelle stanze, si scambiano sogni e battute, attimi di riverenti scoperte, segreti inconfessabili e misteri mai svelati. Anime in cerca di riscatto, di conoscenza o di semplice consapevolezza. E’ così per Lucio Ormea, uomo alla ricerca estenuante di un padre che non ha mai conosciuto. Così per Adolfo Trento, soldato ormai vecchio e dirottato che cerca la pace nell’isolamento di uno stato che ormai lo vede fuori dal mondo. Così per Guido, professore d’inglese, che si trascina sulle spalle una storia sbagliata che ha sporcato il senso immacolato della sua esistenza e adesso deve fare i conti con la sua incongruente presenza che va inevitabilmente a scontrarsi con il turbine di desideri e paure di Ingrid, complicata donna che cerca nel sesso occasionale la tana alla sua infinita solitudine. E poi c’è Penelope, bambina che non parla. Bambina che da quando la madre è morta in acqua, ha perso la parola, non sa più dove andare, perché la voce ha smesso di sussurrarle i pensieri giusti da dire e l’unico aggancio ad una vita che le scivola addosso troppo veloce, sono i libri e il suo zaino del cuore. La sua piccola esistenza è un continuo e martellante senso di colpa, perché sa che se la madre non si fosse gettata in mare per salvarla, sarebbe ancora viva. Così come il padre, suicida in quella stanza maledetta, chiusa agli occhi feriti di quella bambina che vorrebbe parlare, ma il silenzio del dolore è troppo forte di qualsiasi tentativo di sopravvivenza.

“Se non si fosse spinta così in là per cercare i pesci colorati, adesso sua madre sarebbe stata ancora lì con lei. Invece le rimaneva solo quello zaino. Quando stava a casa si sentiva soffocare, ma adesso, in mezzo al silenzio della neve, Penelope era libera, e non ci sarebbe stato più nessuno che voleva obbligarla a parlare.”

Ogni personaggio si porta dietro un mondo ingiallito, pieno di polvere e di degrado. L’autore ci racconta di rovine contenute nelle strade dell’anima, di luoghi diroccati e abbandonati perché preda infinita dell’attesa. Ogni figura tratteggiata, avvolta dal bianco e nero della memoria, si ferma nel tempo, s’incastra in queste pagine, a misura d’uomo e si lascia incantare dalla penna di chi le descrive, per rinascere, inventandosi un nuovo movimento. E’ tutta un’attesa, un sapore nostalgico di miele e poesia, di romanticismo e morte. Italo attende di vivere finalmente ciò che ha tenuto celato per anni nei suoi scrigni di vetro sotto la sabbia, Penelope attende di parlare o forse di rinascere senza più quella macchia che ha reso la sua fragile vita un pesante groviglio di colpa. Guido attende il riscatto mentre Ingrid che la sua solitudine smetta di farla tremare, fuggire, rifiutare la possibilità di lasciarsi realmente amare solo per la paura di essere ferita ancora. Ma più di tutti ad attendere è Emma, una donna semisconosciuta, che appare raramente nel racconto, eppure la sua assenza ad intermittenza è una sicurezza, una conferma, funge da garante e da collante alle esistenze inusitate di tutti. E’ la governante della pensione, colei che da anni accompagna Italo in questo viaggio tra i silenzi e le attese, collocandosi al limite del sentimento amichevole, senza mai andare oltre.

Ma ci sono lettere che una volta lette non possono più essere dimenticate. Lettere d’amore, di un amore privato, intimo, così delicato da essere sacro. Un amore nostalgico perché eterno, che non passa, che diventa una crosta dietro la quale serbare ogni piccolo granello di sé, contrastando il tempo che ferisce e il vento che spazza via i sogni. Una crosta in grado di farti sentire, nonostante gli anni ormai andati, ancora quella luce nel cuore, quella forza giovanile che ti permette di conservare intatta un’emozione, di farti stare ancora lì, ad aspettare, come la prima volta, come se adesso fosse solo un silenzioso sempre.

“C’è una vaga ironia, in questo senso dell’attendere. Non ho fatto altro per tutta la vita: attendere.”

C’è qualcuno che attende, il tempo si è fermato nelle pieghe e nelle rughe di quel volto che ha atteso per anni, e ha custodito gelosamente i propri sentimenti. La memoria, il passato possono essere precari mentre il ritmo della vita è troppo veloce, è troppo sfuggente per farci restare dove siamo, per essere ancora una volta quello che eravamo. Ma i personaggi di Mattia Signorini non ascoltano i sermoni degli anni, dentro di loro c’è una roccia di ricordi dura a morire, una vita che non si rompe sotto il peso dell’oggi né quello del domani, perché i loro pensieri sono incuneati nelle crepe dei loro corpi, che come scudi e armature li proteggono dalla incurie e dal passaggio frivolo delle ore, degli anni.

Questo libro è un trionfo di ombra e di polvere, di melanconia simile a quell’atmosfera solitaria e pregna che crea una candela, mentre si consuma sotto il peso dell’aria. Non c’è una vera e propria luce in queste storie, perché la luce è vittoria, è supremazia, è grido feroce contro l’indifferenza, qui invece c’è caducità, sfumatura, pelle screpolata e assenza. Cos’altro è l’attesa se non eterna assenza di qualcosa? E l’attesa crea nostalgia, il doloroso e pressante desiderio del ritorno. Che qualcosa inesorabilmente torni a noi, ridonandoci quella bellezza perduta che non è nell’immortalità perché l’eterno non è la salvezza, è solo un’illusione.

Le fragili attese è un romanzo piegato e sgualcito come i volti delle persone che ci sono dentro, è il racconto di una decadenza che non ha il sapore della distruzione ma della magia. Definirei questo romanzo contaminato dalle barbarie della vita, dal verme dolente dell’attesa che ti corrode l’anima e ti rende un essere umano spezzato, un pezzo di frammento che cammina per il mondo, ondeggiando. Non è una storia di vittorie e di conquiste, è una tela di malinconie bistrattate e spesso sbandierate per essere finalmente capite. E’ un non luogo che ha lo stesso valore di un castello dimenticato, di una casa diroccata o di un paese devastato. E lì, in quel mondo che sembra scomparso, che si conserva il valore del passato e della memoria, pieno di tracce di visioni e incantesimi, forse anche di tristezza e di silenzio. 
Ma è nei romanzi come questo che non raccontano di storie felici o di amori esaltati che si conserva l’ombra della nostra vita. Mentre si cerca di spiegare tutto e di eternizzarlo, le vite di Mattia Signorini sono figlie della temporalità e della fragilità delle cose del mondo, sono belle in quell’attimo che non ha niente a che vedere con l’eterno, in quel silenzio che ti porti dentro, struggente ed indefinito. In quella quiete che sa di solitudine e che si mette in disparte tra le pieghe di un mondo che corre troppo veloce.

I romanzi come questo mostrano che esiste un’altra possibilità di “vivere”, diversa dalle solite letture e dalle storie consumistiche. Mostrano quanto l’inconsistenza dell’attesa, la sospensione del desiderio e la fragilità di un ricordo possano contrastare la frenesia e la fame dei libri di successo. I luna park dell’editoria altisonante e pubblicizzata, i libri come giocattoli per intrattenere e distrarre, privi di uno scheletro che li renda indimenticabili. I romanzi come questo diventano rifugio dal clamore e dal cemento armato, le loro vite arrugginite e impolverate, piene di cicatrici e di distanze. Con le mura annerite dal fumo e dalle lacrime, senza gloria né perdono, solo pelle che si attacca addosso e non svanisce per niente al mondo.

“Aveva quella bellezza di cui solo i vinti sono capaci. E la limpidezza delle cose deboli. E la solitudine, perfetta, di ciò che si è perduto.” da Oceanomare, Alessandro Baricco.




8 commenti:

  1. Mi ispirava già molto, la tu entusiastica recensione mi ha convinta a metterlo in WL :)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ne sono felice Cecilia, sono sicura che non rimarrai delusa ^__^

      Elimina
  2. Una recensione che convince, senza dubbio! Il titolo mi piace tantissimo *_*

    RispondiElimina
  3. Penso che quando si legge una recensione così ... non si possa proprio non leggere il libro che ha suscitato così tanto amore.

    RispondiElimina
  4. Già la copertina mi aveva colpito ma ora grazie alla recensione sicuro lo aggiunto nella mia WL :-)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. E' un libro profondo e poetico, se ti piace il genere è imperdibile! ^_^

      Elimina