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giovedì 18 dicembre 2014

Trio di Annalisa Pardi Recensione

Buon pomeriggio cari lettori, dopo quasi una settimana di assenza, torno con una recensione di un libro davvero bello pubblicato dalla casa editrice Leone che ringrazio tantissimo per la fiducia dimostratami e scritto da Annalisa Pardi, scrittrice che non solo si occupa di narrativa ma anche di teatro e di cinema. Il libro è Trio, una storia molto particolare, ambientata in Italia negli anni '30, che ha come protagonisti la musica classica, il pianoforte ed un trio composto da due uomini e una donna. Una storia di passione e di amore oltre ogni convenzione, che per l'intensità della scrittura e per la profondità delle emozioni, vi lascerà a bocca aperta. 

Leggete la recensione e come sempre fatemi sapere cosa ne pensate!




Titolo: Trio
Autore: Annalisa Pardi
Editore: Leone
Pubblicazione: Settembre 2014
Genere: Romanzo
Pagine: 480
Prezzo: Cartaceo 14.00



TRAMA

1928. Mentre una crisi di dimensioni incalcolabili si profila all’orizzonte per la società italiana, l’ex pugile Leone (Leonardo) Salis, con la sua fiammeggiante Alfa Romeo, acconsente ad accompagnare la sua giovane conoscente Ida, collezionista di quadri fiorentina, a un’asta d’arte a Mantova. L’uomo spera di poter conquistare la ragazza quando un terzo compare improvvisamente nelle loro vite, il pianista inglese Albert Andrew Hall. Leonardo e Ida accompagneranno il pianista in tutte le tappe del suo itinerario italiano, in un triangolo di passione, amicizia e tensione.

BIOGRAFIA

Annalisa Pardi si è laureata in Cinema teatro e produzione multimediale nel 2006 col punteggio di 110 e lode. Nel 2004 ha fondato a Pisa la compagnia teatrale e associazione culturale Quieta Movere, in cui ricopre i ruoli di vicepresidente (presidente dal 2004 al 2008), drammaturgo, regista, organizzatore e addetto alla formazione e con la quale ha ottenuto svariati premi in rassegne e concorsi teatrali nazionali.





1928. Leone Salis e Ida Dal Ponte, due semi sconosciuti vanno ad un concerto a Mantova dove appare il misterioso pianista inglese Albert Andrew Hall. 

Le ambientazioni scivolano come un abito che indossi e che ti calza perfettamente. La teatralità visiva degli ambienti è eclatante e lo stesso vale per le descrizioni così accentuate e mature dei protagonisti che non puoi smettere di guardare. La verità è che sono stata immediatamente catturata dallo stile dell’autrice, così ricco, fatto di esperienza figurativa e visiva, come se ogni immagine, scaturita dalle parole, fosse frutto di un attento e delicato disegno, stilizzato con cura e padronanza della matita stilistica, senza alcuna sbavatura.

Ho amato il modo in cui Ida prende corpo davanti a me, attraverso lo sguardo estasiato di Leone. Lei è una giovane ereditiera italiana, collezionista di quadri, con un’inusuale istinto per la bellezza. Amante della cultura e della musica, vive senza compromessi. La sua vita di vent’anni è fatta di conoscenza e di scoperta, alla costante ricerca del bello in tutte le sue forme. 

“Era l’opera d’arte fragile e forte di un dio capriccioso e senza virtù.” 

Una donna inusuale per l’epoca, che non pensa a sposarsi o a sistemarsi ma solo ad inseguire le sue passioni, unici diademi in grado di arricchire la sua personalità. Ho apprezzato il modo in cui Annalisa Pardi usa le parole, insistendo molto sui sensi, in particolar modo la vista e l’olfatto, per descrivere Ida. 

“Odorava di rosa, e di cipria e di rossetto.” 

Questa frase mi ha fatto sorridere. Ho immaginato perfettamente quell’odore, perché le parole, brevi e sintetiche, in poco spazio, sono state in grado di farmi ricordare esattamente quel profumo che apparteneva ad una persona cara della mia infanzia. La grandezza della scrittura è anche questa: ovunque sei, le parole, segni che rompono i limiti fisici per anelare alla dimensione metafisica della memoria e dell’interiorità di chi apprende e conosce la storia, sono capaci di strapparti di dosso la tua corazza e riportarti a galla sensazioni che avevi dimenticato, ma che fanno parte di te, molto più di qualsiasi maschera che hai adottato per non lasciarti guardare. 

Leone è incantato da Ida: è la donna che vuole. 

“Era il suo apparente disinteresse di fronte ad ogni cosa terrena, come il cibo o il sesso, a renderla così eccitante.” 

Lui è un ex pugile di origini napoletane, che adesso vive a Roma, risalito dalla gola impietosa della miseria e della povertà per raggiungere le più alte vette della vittoria sportiva. Ammirato e temuto da tutti, quando combatteva, non vinceva mai per forza ma per volontà. Sopravvissuto ad una lunga serie di esperienze, ha avuto molte donne e si è lentamente inserito nei salotti artistici e culturali, non solo apprendendo le forme comportamentali di facciata ma soprattutto istruendo la sua intelligenza e la sua preparazione. E’ ormai diventato un uomo ammirato con il suo volto cinematografico e le sue maniere da galantuomo e la stessa Ida non può non notare il legame sottile e misterioso che li unisce. 

Già dalle prime pagine respiri l’atmosfera, la senti invaderti le narici fino ad arrivare alla testa e capisci che non puoi sbagliarti: sei lì insieme a loro e riesci a percepire persino gli stessi suoni e la stessa musica. Una storia che lascia trasparire sensualità suggerita dai personaggi, dalla loro vita e dal modo in cui si legano così tenacemente ed irresistibilmente. Scorre un senso di non detto, disperso in mezzo a quel fiume di frasi che sembrano così chiare e definite ma in realtà non fanno altro che sussurrarti all’orecchio qualcosa di altro, un fascino apparentemente distante e straniero che ha la capacità di condurti lontano. 

“Salis aveva da sempre, un successo spietato con le donne. Era quel che si può definire un uomo bello, ma la sua era una bellezza talmente sporcata dalla vita e dagli eventi, che ogni ruga del volto, ogni piega, sembrava tracciare attorno ai suoi tratti un fascino ulteriore.” 

Intensa la scena in cui Leone dichiara il suo sentimento ad Ida. Una semplice frase che nasconde un mondo intero di tormento. E i momenti successivi, incalzanti e spietati nei quali come un castello di carte che cade inesorabile con l’arrivo del vento, così i sentimenti di entrambi vengono messi drasticamente a nudo. Albert invece, pur soffre e immagina, desidera e cela, ma con maggiore astuzia e dunque freddezza. All’apparenza sembra essere fuori dal groviglio di emozioni e pericolo che rappresenta quella coppia che gentilmente si è offerta di accompagnarlo nella sua tournée, eppure anche lui, dietro la corazza dell’indifferenza e della noncuranza, è ormai parte di quel trio anticonvenzionale, da cui sarà difficile, se non impossibile, staccarsi. 

Il racconto è intrigante ed accattivante così come lo è questo Trio formato da due uomini agli antipodi, un ex pugile ed un pianista, ed una donna assetata di scoperta. In principio tutto sembra perfetto: Leone e Ida si sono dichiarati il loro amore, seppur senza approfondire, ma l’ombra di Albert, ignota e potente, turba, mettendo a tacere quei sentimenti ancora troppo fragili per imporsi nei cuori di entrambi. 
Leone è troppo galantuomo per esigere un chiarimento e Ida è incantata dalla potenza e della delicatezza del pianista. I due uomini si ammirano e si odiano vicendevolmente. Ambiscono alla stessa preda e questo li rende animali pronti ad attaccare seppur ognuno nel modo che ritiene più congeniale. 
Leone è sanguigno, popolare, intenso, drammatico, le sue esplosioni di emozioni sono spontanee, vive, capaci di smarrire ed ottenebrare la mente. Albert invece è più macchinoso e previdente e molto spesso la stessa autrice lo descrive con un sorriso insolente sul volto che non fa altro che indispettire chi lo guarda. 

Lo stile di Annalisa Pardi è passionale e concreto. Non perché ciò che racconta siano scene d’amore ma perché la sua scrittura rende di carne ogni suo personaggio ed ogni sua reazione. Ci sono libri, seppur scritti bene, che hanno una freddezza di spirito che non riesci a sentire i personaggi e le scene neanche se lo desideri ardentemente. Qui invece è naturale lasciarsi ammaliare dalla vivacità e dalla prorompenza vitale di Leone e di Ida. 
Albert invece è diverso. E’ malinconico, buio, al contrario di Leone che è solare e vivace. L’inglese ha capito sin da subito che il suo fascino particolare ed inconsueto ha messo in crisi il nascente rapporto d’amore tra Leone e Ida ma non vuole cedere, non ancora, continuando a mostrare indifferenza. Un’indifferenza che non durerà a lungo di fronte alla bellezza maestosa della passione e dell’amore. 

Ma è il personaggio di Ida a far tremare la terra, così apparentemente disinibita, libera, aperta. E’ sua la scelta di viaggiare da sola con due uomini, al di là di qualsiasi legge morale o sociale, pronta ad inseguire il suo sogno, qualsiasi sia il prezzo. 

“Aveva scelto di vivere questa storia caduta nell’irrealtà, questo strappo al velo delle convenzioni. Lo sapeva bene. Non sapeva però quanto a lungo avrebbe avuto il coraggio di portare avanti la follia di una fuga a tre.” 

Albert Andrew Hall, maestoso e terribile insieme, che sembra una divinità e non solo quando suona. Il suo aspetto conserva qualcosa di così delicato e surreale da sembrare mistico e bisognoso di fede. Leone ed Albert rappresentano il terreno contro il divino. In questa preziosa contrapposizione si annida tutto il senso e il pericolo dell’attrazione. 

Lo stile è a tratti poetico, metaforico, permettendo così al lettore di cogliere quella grazia e quella veridicità nelle immagini che per chiunque altro arriverebbero sbiadite ma non per Annalisa Pardi, che rende colorata, impressionante ed elegante qualsiasi scena. I sentimenti e le passioni sono turgide, pulsanti, sono vistose ma mai volgari. Ti affascinano e ti accarezzano, invogliandoti a prenderne parte, anche solo per sentire cosa si prova ad essere così ardentemente parte di qualcosa. 

Più passano tempo insieme, più la follia diventa carne, sangue che scorre nelle vene di questi uomini e questa unica donna, consapevole ed ingenua condottiera, smarrita e confusa di un amore al limite del dicibile, quasi inenarrabile perché non esistono parole per descrivere passioni così grandi da far tremare. 

Ida ama sia Leone che Albert, di un amore sconosciuto, indomito, selvaggio, affamato. Straniero perché sono stranieri i due uomini che le sono accanto, conosciuti da pochissimo tempo eppure capaci di entrarle nell’anima. 
L’autrice mette insieme le parole e ci fa sognare. Le lettere, apparentemente innocue si susseguono, leggere e flebili nella loro luce sottile d’inchiostro eppure provocano tempesta e devastazione nei cuori di chi ne percepisce l’ardore. 

Le scene che ritraggono i tre insieme sono affascinanti, sensuali, cariche di quel non detto capace di fermare i cuori. 

“Poi parve che le due mascelle si cercassero per divorarsi, unite a formare un’unica bestia affamata e rossa e crudele.” 

Nulla può Leone contro la passione viscerale di Ida, non può fare altro che donarle la sua forza ed il suo desiderio, sottomettendosi a quell’amore così simile ad un miracolo. E niente può neanche Albert, che sotto la pioggia impazzita, impazzisce di rabbia quando Ida lo accusa di aver fatto tardi per essere andato con una puttana. Gelosia, rabbia, violenza, follia si concentrano in un solo dannato istante nel quale Ida bacia anche Albert, con la stessa disperazione e la stessa tragedia. 

Un amore forte tre volte che coinvolge corpo ed anima, cervello e volontà. Ida è l’angolo su cui grava il peso di tutta quella forma geometrica delle passioni. E’ lei che ama sia la forza e la vitalità di Leone che la divinità dell’artista che si racchiude nell’anima di Albert. Li ama entrambi in modo struggente e doloroso. Leone è irresistibilmente ingenuo, onesto, appassionato. Il loro è un legame fuori da qualsiasi schema e regolamentazione. Lui ed Ida sono gli emblemi della vitalità e dell’incendio dei desideri mentre Albert sa provocare sensazioni e riesce ancor meglio a goderne, con la sua apparente calma ed autocontrollo. E’ più misurato, più cosciente, meno sfrontato ma l’effetto che ha sugli altri è ugualmente devastante. 

Le scene in cui il trio esplora se stesso, dischiudendo le proprie voglie e i propri intendimenti in un groviglio di mani e di baci che non risparmiano nulla e che si abbeverano dell’innocenza e della purezza di ciò che è ancora sconosciuto ma terribilmente riconoscibile, sono descritte in modo raffinato e soffuso. Quegli atteggiamenti dovrebbero gridare allo scandalo e invece sembrano immagini dipinte su quadri di nuvole, con un pennello invisibile. 

La mano dell’autrice scrive di momenti inafferrabili, così profondi, dotati di calore e di fragilità da non poter essere accolti se non come attimi penetranti di vita e di amore. 
E’ un’invasione di emozioni, il racconto di un peccato che peccato non è. Proibito, dannato, inconsolato alla strenua ricerca di un appagamento a cui non si può dire basta. Nella notte si consuma la tensione di quel legame, come un incantesimo, una maledizione, una magia dal sapore dolce ed inebriante del sogno. E’ la notte la culla degli amanti senza sesso e senza genere. Ogni freno cade in pezzi e si frantuma l’orgoglio, l’inibizione, la rivalità che domina gli animi quando la luce è ancora alta. 

L’idillio viene però interrotto da una presenza scomoda ed ingombrante. La moglie di Albert fa la sua apparizione creando scompiglio nelle vite del trio. Così come l’amore ha creato, distrugge. E le convenzioni sono state bruciate e di esse non è rimasto altro che cenere. Sempre più folle, sempre più indomito il comportamento degli amanti persi nella loro gelosia ed ossessione. Possessione e negazione sono i due principi cardini delle reazioni umane, spregiudicate ed insensate di fronte alle immani conseguenze. 

“Ecco: siamo nell’arca e siamo in tre. Forse c’è il diluvio universale. Ma noi ci salveremo.” 

Trio è un romanzo disperato che sa di temporali e di tempeste. Non è solo anticonvenzionale per l’epoca in cui è ambientato ma forse lo è anche per il nostro oggi che con fatica approverebbe una storia d’amore così piena di ira, di rabbia, di insoddisfazione, nella piena e costante ricerca della felicità sbagliata.

Leone, Ida ed Albert sono figure danzanti in una primavera di stelle, che poi diventa autunno e trema di fronte al più ghiacciato inverno, eppure quel sentimento supera le rughe del tempo, affonda nella memoria per scavarsi un posto che non possa essere dimenticato. 
Un amore che forse non può essere compreso se lo si osserva nella sua forma, quel trio così scandaloso e sfacciato. Eppure se lo guardiamo nel suo contenuto, e ci lasciamo cullare dai suoi incantesimi, dalle sue carezze e sogni, ci rendiamo conto che non è altro che Amore, uguale a qualunque altro. 
Un bisogno folle di ritrovarsi in qualcun altro. Un'armonia dettata da un Trio la cui esistenza determina un’estasi di fughe, di necessità, di certezze e languori che va oltre i sentimenti mortali di chi dell’amore conosce solo il calore ma non la radice della fiamma che non deve morire. 

La prima parte del romanzo è pura passione e pazzia. La seconda è inquietudine ed oscurità. Un’ombra che non abbandona neanche la notte, insegue i protagonisti finchè non mettono a nudo tutti i loro desideri. 

Non si può non amare questo libro, non si può non cogliere la passione per ogni emozione umana, la sua tragedia, il suo pianto, la sua febbre viscerale di appartenenza. Ogni pagina è un omaggio al dolore e all’amore, è un invito a godere della vita, qualunque cosa ne vogliate fare. 

Mangiate la vita, sembra dire qualcuno. 

Perché No Time Like Present. Nessun tempo è come il presente. 
Tutto è ora e qui.



venerdì 12 dicembre 2014

Poche storie di Stefano Uggè Recensione

Buon pomeriggio! Prima del weekend ho voluto pubblicare la recensione di questa raccolta di racconti di un autore, Stefano Uggè, di cui ho già recensito un romanzo, intitolato La setta delle tre erre, che potete leggere qui. Adesso invece, vi parlerò di una serie di storie che hanno a che vedere con il soprannaturale, il terrore e la paura! Insomma per gli amanti del genere e non, può risultare una lettura molto interessante. Provare per credere!




Titolo: Poche storie
Autore: Stefano Uggè
Editore: Cavinato
Pubblicazione: 2014
Genere: Racconti Noir
Pagine: 120
Prezzo:10.20
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TRAMA

Troviamo in questo libro una raccolta di racconti noir, adeguata ad ogni lettore, pur se non prettamente amante di questo genere di lettura, in quanto le storie narrate in questi scritti, non portano alla "noia" ma liberano la fantasia in particolar modo nella particolarità che l'autore, Stefano Uggè, ha nello scrivere le parti finali dei racconti. Una serie ,in sequenza, di letture che scorre fluida e accattivante, in descrizione delle varie città in cui le vicende si svolgono e prendono forma. Come anche gli ambienti, i personaggi, e i minimi particolari ben descritti insieme agli scenari. Ci troviamo quindi, in un contesto di vivibile lettura in tutti gli aspetti del libro. Ogni racconto è una città diversa, un posto diverso in cui vivere un'avventura nonché la suspance che la accompagna, e che diventa viva leggendola. In "Poche Storie" si possono apprezzare eclatanti scene che spaziano tra realtà, mistero, fiato sospeso, colpi di scena ed il surreale che appartiene al genere. Ci possiamo trovare quindi con la bellissima ed angelica "Eleonora", o con David...



BIOGRAFIA

Stefano Uggè nasce a Lodi il 15 giugno 1974. Sin dalle scuole medie mostra di avere grande fantasia e si cimenta con i propri compagni di classe a scrivere piccole parodie di film o di canzoni, per puro divertimento. Nel tempo libero legge i racconti di E.A. Poe e qualche libro di fantascienza. Attorno ai 18 anni scopre la passione per Stephen King, ma distratto dai divertimenti adolescenziali (playstation, amici, calcio…) accantona il piacere di scrivere. Nell’estate del 2006 divora “ON WRITING”, l’autobiografia di S. King. Grazie a quel libro, infatti, si riaccende in lui qualcosa che forse non si era mai del tutto spento, ma era stato solo accantonato in un angolo remoto della sua personalità. Un po’ per gioco e un po’ per sfida personale, scrive il suo primo racconto : “IL CASTELLO” che viene incluso nell’antologia del Premio Logos II edizione, come uno dei migliori racconti del concorso letterario. Successivamente scrive altri racconti che pubblica sul web: “IL TAGLIO PERFETTO”, “GALLERIE”, “LA FERITA”. Nel 2014 pubblica il suo primo romanzo, edito da “CAVINATO EDITORE INTERNATIONAL” intitolato “LA SETTA DELLE TRE ERRE”, e la raccolta Noir “POCHE STORIE”.




“Quello che sto vedendo adesso, così atroce e macabro, è un potente segnale che mostra l’esistenza di qualcosa che si può identificare come IL MALE, indipendentemente dal nome con il quale lo si vuole chiamare.” 

Una raccolta di storie horror che inizia nel modo più inquietante, presentandoci le forme spaventose di un castello che incarna perfettamente le caratteristiche di questo genere letterario. La sua descrizione è minuziosa e carica di particolari proprio perché l’autore pretende di farci vedere subito ciò a cui stiamo prendendo parte, leggendo. Un’intensa aria che sa di orrore si respira sia all’esterno che all’interno del castello e non è difficile immaginare che qualcosa di molto sbagliato stia per accadere. E’ proprio nella Sala delle Torture, in cui verremo condotti insieme ai personaggi, che la razionalità si ritira impaurita di fronte alla follia e alla più arcana paura.
I demoni interiori delle lunghe e sanguinose torture prendono il sopravvento portati dalla nebbia, nemica delle anime che cercano invano una salvezza che non può esistere in un luogo come questo. 

Lo stile di Stefano Uggè, di cui ho già recensito il romanzo intitolato La setta delle tre erre, è una piacevole conferma. Il lieve senso di ansia e di imperturbabile silenzio avvolge le atmosfere colorandole lentamente di nero e soffocando qualsiasi grido di aiuto. Il castello è l’emblema dei racconti del terrore ma qui non troviamo mai scene splatter o condizioni in qui l’orrore è portato all’esasperazione del macabro, rendendolo spesso ridicolo. L’autore riesce a raccontare, imprimendo in chi legge, il desiderio di andare avanti con l’ansia di fare un passo indietro che poi alla fine non fai, perché tanto sai che in fondo sei fuori da quei luoghi nefasti e malvagi, anche se la tua mente ti suggerisce il contrario. 

Ne Lo strano incontro, molti elementi si fondono creando una storia all’apparenza normale, nella quale però vengono poi inseriti elementi legati al mistero e alla suspense. Ci si accorge solo alla fine che colei che era la vittima in realtà non è assolutamente ciò che appare, e l’autore, anche in questo caso come nel romanzo citato in precedenza, è molto bravo a descrivere i meccanismi mentali che creano mostri dentro e fuori le anime dei protagonisti. Mostri che grondano follia o veri e propri demoni che prendono possesso delle anime fragili e dedite inconsciamente al male. Così tragedie del passato si rivelano figlie del presente e difficili da estirpare soprattutto quando chi fa del male è insospettabile. 

Le atmosfere sono sempre lente, molli, appiccicose di quell’ansia che non riesci a toglierti di dosso. Ed è in questo che si cela tutto l’orrore di una devastazione mentale e fisica che conduce a compiere atti malvagi da parte di assassini privi di logica. Con minuzia e dovizia di particolari Uggè ci racconta anche e soprattutto le scene più raccapriccianti e per i deboli di stomaco è meglio non guardare. 

In ogni racconto l’ambientazione riprende un luogo tipico delle storie horror. Castelli, catacombe, sotterranei, case infestate di fantasmi. Ed è proprio un fantasma ad intimorire i protagonisti del racconto L’annuncio. Il fantasma di una bambina che ha ancora qualcosa da dire al mondo. 
Lo stile di Uggè è maledettamente preciso nella sua inquietudine. Non puoi non accorgertene. La scrittura scorre priva di errori e lui tranquillamente ti conduce laddove vuole, senza distrazioni. Nei suoi racconti è apprezzabile la capacità di coinvolgere il lettore in storie sempre ben costruite e mai lasciate al caso del tanto per fare. Storie che via via si complicano come in una sorta di piramide capovolta in cui la punta coincide con il primo racconto più breve e semplice dal punto di vista dell’intreccio ed immediato da quello dell’effetto, e la base con gli ultimi racconti sempre più articolati ed intensi, sia per l’intreccio sia per lo spessore e la quantità delle emozioni coinvolte. 

Luoghi non solo infestati da fantasmi ma anche da altre entità paranormali che si mostrano in tutto il loro orrore. Terre dimenticate in cui sanguinose vicende di vendetta e di morte sono state seppellite per non essere mai conosciute. Eppure il male di Uggè trova sempre il modo per arrivare, per raggiungerti anche quando pensi di esserti messo in salvo. E questo l’autore ce lo fa capire in modo chiaro, senza alcuna possibilità di fraintendimento. Non esistono fughe possibili. Scenari da brivido in cui misticismo e fede si contendono lo scettro della verità. E in questi racconti tutto è terribilmente possibile. 
State a guardare. 

Incubi che uccidono come fossero reali, premonizioni, atti di violenza e squallore, perdite di controllo, segreti e misteri nascosti nei luoghi più impensabili rendono queste letture un minaccioso panorama sull’incubo attraverso gli occhi di un autore che ancora una volta dimostra di conoscere molto bene ciò di cui sta narrando. Il suo stile è sempre scenografico e anche se chiudiamo gli occhi ormai le porte della nostra mente sono spalancate sull’abisso nero e informe dal quale risalgono creature di cui non conosciamo il nome e mai vorremmo saperne. 
E a volte capita che quella vendetta seppur così tremenda ed efferata possa farci tirare un sospiro di sollievo ma è solo un attimo perché sappiamo che dietro ogni azione di queste storie c’è sempre un’unica forza che sa di dolore e di morte. Che odora di muffa e si ricopre di cenere bruciata. Non c’è spazio per la luce né per il profumo caldo della vita. 
Spazi angusti, chiusi, impenetrabili. Sono così le atmosfere nelle quali manca l’aria, dove non puoi respirare. 

Uno dei miei racconti preferiti è Il controllo. Anche qui l’ambientazione è tipica del genere: un albergo. La narrazione è incredibile, tutto è il contrario di tutto e accade ciò che non ti aspetteresti mai. Più si va avanti nella lettura e più l’autore dimostra padronanza, sicurezza, incastrando perfettamente tutti gli elementi al posto giusto. Le sue parole sono penetranti, crude, visivamente incandescenti. Come puoi non vedere? Come puoi non sentire? Tutto quel dolore, quella rabbia, quell’orrore. Le parole gridano ed esigono la tua presenza. E tu non riesci a sottrarti. Vuoi sapere, vuoi vedere come va a finire perché il ritmo diventa sempre più incalzante e tu ti lasci rincorrere dalle storie o le rincorri tu stesso per dirti che sei arrivato alla fine sano e salvo. 

“Il controllo. Adesso era suo.” 

Il controllo è un racconto cattivo, di quelli sbagliati, irriverenti, nei quali non esiste alcuna forma di redenzione. Dolore per il piacere del dolore. La sofferenza per godere, il pungente odore del male che fa della carne e del sangue il suo trofeo. 

Queste sono storie cattive per gente che non si spaventa. Che non ha paura degli incubi prima di andare a dormire, che non trema di fronte all’imponderabile, che non scappa da quei luoghi che si portano addosso le cicatrici della maledizione. 

Punto e a capo è un racconto legato alla scrittura dove il protagonista scrive storie di cui è terrorizzato lui stesso. L’intreccio si sgretola sotto i nostri occhi, tutto comincia a muoversi vorticosamente e non riesci più a capire se è un incubo o è tutto dannatamente vero. Il clima che si respira è pauroso, i sensi sono sensibilmente in allarme per qualsiasi cosa e sopraggiunge l’ansia che ti attanaglia mentre stai leggendo di qualcosa che in teoria non ti dovrebbe riguardare. Ma davvero? 

I momenti sono scanditi perfettamente, attimo dopo attimo, come se la paura avesse a disposizione tutto il tempo del mondo. Perché tanto noi non scappiamo. E dove mai potremmo andare? 

“La gola è secca, ho bisogno di un bicchiere d’acqua, ma ho paura di uscire dalla stanza; è la prima volta che mi capita di essere terrorizzato, nonostante scrivo racconti horror.” 

L’atmosfera è surreale. Tutto è incredibile, drammatico, terrificante. Assurdo, astratto, torbido, insano. Le scene sono vivide, maledette, malate, alcune calde come l’inferno che le parole spregiudicate dell’autore non smettono di evocare, altre fredde come il ghiaccio ed insensibili come la morte. 

L’ultimo racconto è dedicato ai libri, ambientato in una biblioteca, alla ricerca di un manoscritto e al cospetto di un incontro inquietante. E’ proprio alla fine di questa storia, che l’anima dell’autore, attraverso l’alterego del suo protagonista, esplode e si confessa mettendo a nudo la sua umile e pura volontà di scrittura, augurandosi che il proprio cammino si popoli sempre di più di nuovi lettori. 

“L’istinto e il destino mi dicevano di sfruttare la mia forte immaginazione. Di coltivare la mia fantasia che continuava a produrre idee sempre nuove. Così iniziai a scrivere altri racconti, di paura, suspense, in bilico sulla linea che separa il filo logico della ragione dal surreale.” 

L’aria è cupa, carica di ombra e di rovine. E’ povera di luce, ansimante di terrore, sconvolta dalla dura legge del male. Non esiste salvezza per l’autore perché le vittime sono sempre gli uomini e le donne, siamo noi che di fronte all’imponderabilità della follia sia essa umana o demoniaca, presenza invisibile o fatta di carne, riconosciamo la potenza inesorabile del soprannaturale contro cui nessuno è in grado di vincere. 

Il mondo che emerge da queste storie è un mondo in cui i morti camminano tra noi, in cui esseri demoniaci ed immortali assumono il ruolo di conquistatori e di nemici dell’uomo e della sua logica. Non esistono eroi, ma solo una natura blasfema che incorpora l’aria e l’atmosfera in cui i personaggi tentano di sopravvivere, rendendola oscura e pesante. L’autore lascia molto all’immaginazione di chi legge ed è proprio quest’ultima a rendere reale e tangibile anche ciò che non può e non deve esserlo. 
Leggendo ho pensato ai racconti di Lovecraft nei quali l’uomo non è che un fuscello privo di volontà di fronte alle forze cieche e malefiche che dominano l’universo. Anche qui è così, per l’autore l’umanità non ha via di scampo, le vite dei personaggi sembrano essere solo pedine per far divertire e per soddisfare altre entità. Eppure come per Lovecraft, anche per l’autore, l’unico cammino possibile sembra essere quello dell’immaginazione e quindi quella del sogno, e come dice lui stesso: “Sognare… non costa niente.” 
E’ vero, basta solo avere il coraggio di non smettere.




mercoledì 10 dicembre 2014

Phoenix-Operazione Parrot di Francesca Rossini Recensione

Buon pomeriggio! Oggi vi propongo la recensione di un romanzo ad alto tasso adrenalinico, fatto di spionaggio e suspense! Phoenix-Operazione Parrot di Francesca Rossini è la storia di cui vi racconterò oggi. Un romanzo che non mi aspettavo e che mi ha sorpreso molto positivamente! Potete leggere tutto il mio pensiero nella recensione! Aspetto come sempre i vostri commenti!




Titolo: Phoenix-Operazione Parrot 
Autore: Francesca Rossini
Editore: Lettere Animate
Pubblicazione: 24 Novembre 2014
Genere: Spy Story/Gialli/Noir/Thriller
Pagine: 219
Prezzo: 1,99
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TRAMA

1983. Un affascinante ed enigmatico agente dell'intelligence americana: Clay Nathan Hobbs, nome in codice Blue Shadow, coinvolge l'infermiera Leila Lane in una rocambolesca avventura in Europa sulle tracce di un agente del kgb, Egor Vinogradov, che ha un grosso conto in sospeso con lui. La comparsa in scena di una terza donna, l’agente segreto Rebecca Doyle, complicherà rapporti tra i protagonisti. Il terzetto dovrà tenere a bada i sentimenti per sventare un complotto ideato dallo spionaggio sovietico e la minaccia di conflitto atomico.





L’inizio di questo romanzo è sicuramente esplosivo, accattivante, immediato. La caratterizzazione dei personaggi è fulminante. 
Su due piedi ci troviamo di fronte Clay Hobbs, alias Blu Shadow, super agente della CIA alle prese con la cattura di un uomo, un russo di nome Egor Vinogradov, che già tre anni prima aveva tentato invano di catturare. Il fantasma del nemico lo perseguita e adesso si ritrova a doverlo catturare mentre l’uomo è ricoverato in un ospedale sotto falso nome, per poi consegnarlo al suo capo. 

L’autrice ci descrive Blu Shadow come un’agente che non passa di certo inosservato agli occhi di una donna. Fisico atletico, sguardo magnetico, a volte celato da un paio di lenti a contatto scure per nascondere il verde incalzante degli occhi, determinazione e sicurezza, senza considerare una sensualità innata. Che altro? 
Stop, please, direbbe qualcuno. 

Il suo personaggio non poteva essere una passeggiata ed ecco che l’autrice lo complica considerevolmente e devo dire intelligentemente, con una personalità carica di lati oscuri, come le esperienze in Vietnam, che gli hanno provocato un disturbo post traumatico da stress, rendendolo vulnerabile, al limite di comportamenti borderline e atti compulsivi che evidenziano spesso una sostanziale e pericolosa perdita di autocontrollo. 
Clay è dunque un uomo complesso, invischiato suo malgrado, in una situazione ad altissimo rischio, nella quale presto, farà la sua comparsa anche lei, Leila Lane, infermiera e informatrice segreta della Cia, che lo aiuterà quando dovrà catturare Vinogradov. 
Ma le cose non andranno nel migliore dei modi e in un battito di ciglia, i due si ritroveranno feriti e malconci sotto le grinfie proprio del temibile russo e della sua furiosa banda di scagnozzi. 

Fin dalle prime pagine l’atmosfera è carica di adrenalina. Dico subito che non mi aspettavo una storia così roboante, emozionante, capace di farti scalare velocemente le pagine per scoprire cosa succede. I personaggi sono delineati alla perfezione, e questo è un merito che va riconosciuto senz’altro all’autrice, perché non è per niente facile trovare una simile cura e profondità nella narrazione dell’essenza di un attore da romanzo. 
Grazie al suo stile e alla sua scrittura, mai superficiale o superflua, inquadriamo immediatamente Clay e Leila come un uomo e una donna agli antipodi per personalità e stili di vita, interessi e segreti, ma percepiamo sin da subito aria di scintilla. 

I momenti esclusivamente spy della storia sono distribuiti molto bene e con dovizia, alternati con le storie private dei protagonisti, come quella di Leila che si ritrova a 30 anni con un bambino afroamericano da crescere da sola, perché il suo compagno l’ha abbandonata non volendo prendersi cura del figlio e pensando soltanto a tradirla. Insomma una vita fin troppo comune quella della bella infermiera che sembra così diversa dall’intoccabile e burbero Clay Hobbs. Entrambi si trovano uniti in questa vicenda, carica di suspense e di attesa, in cui ci sono molte cose in gioco tra passato, presente e futuro. 

Fughe rocambolesche, avventure al limite della fame e della sete, personaggi che non sono quello che sembrano, figli che tradiscono i padri perché non si sentono parte di un mondo di assassini, vendette e sangue. CIA contro KGB vale a dire anime americane contro anime russe ma in fin dei conti, tutte le spie fanno lo stesso lavoro: quello sporco. 

Leila è sempre più affascinata dall’aria solitaria e sicura di Clay, ma anche dalle sue grandi capacità di sopravvivenza. I luoghi e i vari spostamenti che i personaggi sono costretti a fare per fuggire, sono rappresentati da una scrittura in grado di renderli reali a tal punto che sembra quasi che chi legge sia lì insieme a Clay, in attesa con gli altri personaggi, di ogni suo cenno e movimento, pronto a salvarci. 
E’ un uomo che ispira fiducia, che riesce a conquistare la simpatia del lettore perché è descritto umanamente, capace di fallire e di trascinarsi come qualsiasi essere umano con le sue ferite. Anche Leila è molto carismatica, una donna normale che però ha molto coraggio e che non si tira indietro neanche davanti alla situazione drammatica del suo rapimento. 
E’ una storia molto intrigante, capace di creare aspettativa nel lettore senza mai tradirla. Gli elementi narrativi sono mescolati bene, tra spionaggio, storie private, illusioni di attrazioni più o meno velate e propositi di vendetta e morte. 
Avventura e misteri da svelare, missioni da portare a termine e amori sul punto di realizzarsi sono i punti cardine che rendono questo romanzo il mix giusto e ben equilibrato per leggere una storia degna di attenzione e che sicuramente mentre la leggi è capace di donarti molte emozioni. 

Il rapporto tra Leila e Clay è pazzesco. Si amano e si odiano irrimediabilmente. Attraverso la narrazione in terza persona e il punto di vista onnisciente, conosciamo singolarmente i loro pensieri più intimi, ma se dovessimo limitarci a leggere solo quello che si dicono tra di loro, penseremmo che si odiano totalmente. Eppure la loro relazione è burrascosa. Lei pensa che lui sia matto come un cavallo e lui pensa che lei sia fuori di testa. Più chiaro di così? 

Insomma una pseudo coppia che fa ferro e fuoco pur di non ammettere la reciproca attrazione ma è Clay soprattutto che si mostra sempre più combattuto e diviso tra il desiderio di proteggerla e la voglia di tenerla lontano, attaccandola e accusandola di essere sempre invadente e scocciante. 

“Sei voluta venire tu, contro la mia volontà, come minimo mi farai ammazzare e so che me ne pentirò un milione di volte, almeno ti prego di non scocciare con domande inutili o piagnistei, seguimi e stai zitta, non devo accorgermi che ci sei, non devo sentirti nemmeno respirare, devi essere la mia ombra, sono stato chiaro?” 

 “Lei ricacciò indietro le lacrime di frustrazione e rabbia impotente, quell’uomo era matto come un cavallo, le facevano paura quei suoi improvvisi sbalzi di umore, annuì in silenzio.” 

Leila e Clay sono personaggi molto particolari e controversi. In romanzi come questo, è facile trovare protagonisti stereotipati e io avevo esattamente questo timore quando ho iniziato a leggerlo. Ma posso dire con sicurezza che la bravura dell’autrice nel tessere la trama e arricchirla di protagonisti di spessore e consistenza, mi hanno fatto dimenticare totalmente quella paura, ritrovandomi a riconoscere che la preziosità di questa storia sta proprio nel trovare protagonisti in grado di spazzare via pericolose banalità e clichè, rivestendosi invece di contrasti e contraddizioni che li rendono molto reali e vicini alla vita comune in qualsiasi situazione. 

In altre parole Francesca Rossini è stata in grado di renderli credibili nonostante, come suo romanzo d’esordio, abbia voluto cimentarsi in un genere, come le spy story, che sono altamente rischiose, proprio perché facilmente vittime di stereotipia e convenzionalità. 

La situazione si complica sia dal punto di vista della trama spionistica sia da quello sentimentale con l’arrivo inaspettato di una new entry, tutta gambe perfette e sguardo di ghiaccio: Rebecca Doyle, la “compagna” di Clay. Una donna che fa la spia esattamente come lui, che lo accoglie tra le sue braccia ogni volta che l’uomo ne ha bisogno, basando la loro relazione esclusivamente sulla libertà e sull’assenza di un impegno serio. Ma questo è ciò che vuole lui, mentre lei sembra seriamente persa d’amore, anche se non vuole ammetterlo. 

“Lui l’aveva subito colpita per la sua faccia tosta, la sua tenacia e l’estrema solitudine. Erano anime affini, e lei aveva all’istante perso la testa per quel ragazzo strano, pieno di strani tic e fissazioni, ma aveva subito capito che non poteva averlo come avrebbe voluto.”

Nonostante la presenza di Rebecca, che s’insinua nella coppia che continuamente scoppia, Clay e Leila hanno i loro momenti intimi, ma la passione che scorre tra di loro è sempre sul punto di spezzarsi, turbata da agenti esterni che interrompono continuamente il loro idillio. Eppure quando sono vicini, nulla sembra avere più importanza. 

“Clay assaporò quel bacio timido, distrattamente, pensando a Vinogradov. Poi però la vicinanza della donna, il suo profumo, la pelle liscia sotto le sue mani catturarono tutta la sua attenzione. La baciò con estrema lentezza, accarezzando le guance con i pollici. Sentì divampare la passione, forse per la prima volta nella sua carriera dimenticò dove fossero e si tuffò in un bacio passionale, lungo ed esigente. Le mani scesero ad accarezzare la schiena di lei, stringendola sempre più forte a sé.” 

L’attrazione tra loro paradossalmente rende più complicate le cose, mettendo seriamente tutti in pericolo. Da due si passa a tre protagonisti di questo amore fatto di gelosia, invidia, rabbia e senso di giustizia, capace di rendere elettrizzante ed incandescente l’atmosfera. Ma quando giunge il momento inevitabile della perdita, tutto sfocia in una terribile follia. Clay e Leila si perderanno e soltanto allora lui capirà di essere profondamente legato a lei, in un modo che non avrebbe mai immaginato. 

La caratterizzazione del personaggio di Clay è quella che mi è piaciuta di più. Un uomo forte, coraggioso, addestrato a superare le più atroci difficoltà eppure fragile in un modo che oserei dire devastante, tragico, senza alcun controllo, quando si tratta di perdere colei a cui è legato. Un uomo estremamente sensibile al fascino spontaneo e naturale ma anche incasinato di Leila, che gli mostra, senza volerlo, cosa significa perdere veramente la testa per qualcuno. Letteralmente. 

Il modo in cui l’autrice lo rende visibilmente provato, spezzato, lo ha reso irresistibile ai miei occhi. E non perché sia bello o sexy ma semplicemente perché è un sopravvissuto pieno di contraddizioni e complicanze, capace di perdere il controllo per amore e capace di tutto per salvarlo. 
Romantico? Senza alcun dubbio, sì. Lo è. Ma non di quello sdolcinato ed insopportabile. Non dimentichiamo che stiamo leggendo una spy story e come tale il ritmo è sempre frenetico ed incalzante. C’è dunque spazio per il romanticismo e la passione, ma sono sempre all’ultimo stadio adrenalinico, come tutto il resto. 

“Forse anche per questo Leila lo aveva tanto turbato, non riusciva a catalogarla, non riusciva ad etichettare i sentimenti che gli faceva provare, ma in qualche modo questo oltre a coinvolgerlo lo esaltava, lo faceva sentire vivo, ed ora lei non c’era più: era entrata ed uscita dalla sua vita più in fretta di una stella cadente ed ora la sua assenza faceva male, aveva distrutto qualcosa in lui, una sorta di barriera emotiva, e lui non sapeva come rimettere insieme i pezzi.”

Dunque molto spazio ai sentimenti e in un genere narrativo come questo è inusuale, ma il modo in cui lo ha fatto l’autrice, l’ho trovato perfetto. Ho apprezzato i momenti di profonda solitudine e di abbandono di Leila lontana dal suo “cavaliere” e l’intensità con cui lo pensa, ammettendo quello strano ed inconsueto bisogno di lui in perfetta sintonia con i crescenti ed inquieti pensieri di Clay che nello stesso istante non smette di sentire la sua mancanza e di soffocare il desiderio incontrollabile di salvarla, per riportarla da lui. 

Nella sua stravaganza ed inaccessibilità Clay resta il punto focale di questo romanzo che è molte cose insieme e lo è tutte nel modo giusto. 
Ruoli importanti giocano l’amore e i sentimenti ed è con essi, riuscendo a giostrarli bene con la trama frenetica, che l’autrice dimostra bravura e padronanza. Un romanzo che non lascia indifferenti e che come poche volte mi capita, alla fine della lettura, mi ha lasciata con un sottile senso di soddisfazione. Una sorta di sollievo, di leggerezza. 

Niente male, sì. Proprio niente male.




sabato 6 dicembre 2014

Space Runners di Daniele Federico Recensione

Buongiorno cari lettori e buon sabato! Ritorno a postare una nuova recensione di un autore esordiente italiano ma trasferitosi ormai da diverso tempo a Londra. Ha pubblicato su Amazon il suo primo romanzo che s'intitola Space Runners. Il suo nome è Daniele Federico. Non lasciatevi ingannare dal titolo perchè è un testo molto bello. Inoltre date anche un'occhiata alla sua biografia perchè sono certa che la troverete interessante! 

Aspetto i vostri commenti!


Titolo: Space Runners
Autore: Daniele Federico
Editore: SelfPublishing
Pubblicazione: 16 Ottobre 2014
Genere: Fantascienza
Pagine: 90
Prezzo: 0.99 Ebook
Amazon



TRAMA 

Nove giugno 2234. La nave da ricognizione Mercury ritrova presso la galassia di Larterus una navetta monoposto di origine terrestre; al suo interno un essere umano criogenizzato. In un mondo in cui i sentimenti sono oramai dimenticati, il comandante Haven si trova faccia a faccia con Daniel, un ragazzo privo della sua memoria e proveniente da un'altra epoca. Le seguenti indagini svelano gli avvenimenti e lo scopo della missione "Space Runners" a cui Daniel aveva preso parte. Una missione che interessa al comandante molto più di quanto egli creda... 



BIOGRAFIA

Daniele Federico e' nato a Bologna, Emilia-Romagna. Ha ottenuto la laurea triennale in ingegneria informatica, prima di dedicarsi alla realizzazione di effetti speciali e cartoni animati. Oggi vive a Londra dove ha partecipato alla realizzazione di films come "Gravity", "Guardians of the Galaxy", "Harry Potter and the Deathly Hallows: Part 2", "The Chronicles of Narnia: Prince Caspian" e molti altri. Ha un grande passione per la fotografia, la lettura e la scrittura.





Space Runners dell’autore esordiente Daniele Federico, italiano trasferitosi a Londra da 7 anni ed impegnato nella cinematografia americana e nella partecipazione a film come Harry Potter e Gravity, scrive un romanzo che un romanzo non è, forse potrebbe essere un racconto di sole 90 pagine o semplicemente uno scritto nel quale si mescolano importanti riflessioni e pensieri riguardanti la vita umana in tutta la sua interezza. 

Quanto è importante dare un nome alle cose? 
Chi non conosce il detto latino Nomen Omen, che equivale a dire che nel nome di una persona o di una cosa, si conserva tutto il suo significato, il senso del suo essere, o altrimenti detto il suo destino? E dunque quanto può essere importante definire questo testo un romanzo o definirlo in qualsiasi altro modo? Forse poco o nulla se consideriamo che ciò che conta alla fine è sempre e soltanto la sostanza, il contenuto, l’espressione delle idee che prendono forma. 

L’autore, senza alcun preambolo e usando un linguaggio chiaro e diretto, ci racconta di un futuro molto lontano, il 2234. Ci troviamo quindi di fronte ad testo fantascientifico, ma non lasciatevi ingannare da questa definizione, appunto. 
E’ soltanto un nome … 

La nave di ricognizione Mercury, con il comandante John Haven e i suoi ufficiali, recuperano una navicella spaziale con un uomo congelato al suo interno. Quest’uomo sarà l’inizio e la fine della storia. Nella sua vita, nella sua esperienza di essere umano, si condensa tutto il significato di questo racconto. 

Daniel Lewis è il suo nome e i suoi anni sono trenta. Molti anni prima era entrato a far parte di una missione, chiamata “Space Runners” nella quale furono impiegate persone disabili con lo scopo di perlustrare l’universo e scoprire cosa ci fosse oltre i confini dello stesso. Una missione molto interessante ma anche altamente rischiosa. Una missione che mette in evidenza quanto desiderio di scoperta ci sia nell’animo umano ma anche quanta sete di conoscenza che molto spesso non coincide con il rispetto umano e con la benevolenza. 
La storia di Daniel, il cui corpo verrà lentamente riportato agli standard vitali normali per riprendere a vivere normalmente, è piena di amore, di passione per l’universo ma anche di dolore e di lotta per la sopravvivenza e per la difesa della propria dignità. Durante il racconto del suo viaggio, scopriremo non solo la grandezza dell’universo, ciò che si nasconde dietro i suoi abissali confini, ma anche quanta solitudine ci può essere nella vita di un essere umano, che seppur amato dalla sua famiglia e dalla sua donna, decide di rischiare la vita per sentirsi unico al mondo e soprattutto per dimostrare a se stesso di non essere inutile. 

Il comandante Haven come tutti quelli che viaggiano sulla nave Mercury sono dei surrogati umani, sono esseri nati in laboratorio, incapaci di provare sentimenti ed emozioni. Terribile la scena in cui Haven vede Daniel piangere e non riesce a spiegarsi cosa sia quel liquido trasparente che esce dai suoi occhi. Un’umanità che nel futuro si presenta senza umanità, senza sentimento, senza passione. Anche le lacrime e quindi il dolore, hanno perso la loro dignità. 

In una storia di non più di 90 pagine non ho mai visto concentrati così tanti sentimenti e pensieri. Forse l’autore è un profondo conoscitore, senza neanche saperlo, dell’animo umano, a tal punto da creare pagina dopo pagina un contenitore fatto di carta e d’inchiostro nel quale ritrovare tutta l’umanità possibile. Ma in tutto questo non c’è una contraddizione di fondo? O forse solo un grande paradosso. Proprio laddove esiste e sopravvive un futuro fatto di surrogati e disumanizzato dal punto di vista dei sentimenti, sopraggiunge un uomo dal passato, da tanto lontano, che porta calore e riesce a sciogliere il ghiaccio della distanza e del distacco. 

Proprio in un mondo del domani, dove non sembra esserci spazio per l’amore, il dolore, e dove tutte le emozioni devono essere tenute sotto controllo da sostanze che permettono che il corpo sia tenuto costantemente in un equilibrio formale, nasce una storia che ridona la passione alla vita, la sofferenza e la rabbia, tutte manifestazioni che devono esistere affinchè esista l’essere vivi.

Con un linguaggio schematico, cadenzato, Daniele Federico riesce a raccontare in poche pagine ciò che molto spesso libri di grande spessore non riescono a fare. I temi che emergono dal sottofondo narrativo sono molteplici, e basta poco che ti entrano dentro senza neanche che te ne accorgi. 
Questa missione così rischiosa per la vita di tutti coloro che vi hanno preso parte diventa una grande metafora che riflette le nostre paure, le nostre scelte, l’importanza della nostra esistenza e quella degli altri. 

Anche l’amore diventa una forza e una grande debolezza in questa storia dove chiunque avrà sacrificato molto più del necessario per arrivare dove è arrivato. Un amore che come sempre è il motore di tutto, ma a volte viene anche frainteso, messo da parte, osteggiato da desideri che superano anche la nostra stessa coscienza, rendendoci incapaci di capire cosa vogliamo davvero. 
Un amore che diventa un grande sacrificio, il più grande di tutti, dimostra di essere tanto forte quanto immortale anche laddove l’umanità lo ha dimenticato. 

Una lettura profondamente emozionante nella quale si contrappongono i due grandi motori dell’esistenza umana: vita e morte. 
Rimarrete piacevolmente stupiti da come verrete catturati dall’inizio alla fine, tanto da continuare a leggere senza smettere prima di arrivare alla fine. Non lasciatevi distrarre dal tema fantascientifico, perché questa è una storia di grande umanità proprio laddove non dovrebbe esserci altro che un semplice e sfocato ricordo di ciò che eravamo. E invece è attuale ed oserei dire intima, personale, capace di toccare le corde più sensibili dell’anima. 

Non mancano scene capaci di creare ansia e paura di fronte alla vastità dell’universo e all’immensità delle stelle, ma soprattutto a contatto così vicino con l’assoluto infinito e abisso dell’incommensurabile. 
Nei cieli e oltre essi, nel buio profondo del nostro universo, si cela qualcosa di oscuro e di ambiguo, che forse ha molto più a che vedere con l’anima di chi lo guarda che con la sua vera realtà. 

A dispetto di tutte le apparenze, Space Runners non è una semplice storia che intrattiene, che distrae, ma è un punto di partenza per riflettere su se stessi, sulle proprie scelte e sulle conseguenze inevitabili, soprattutto quando in gioco ci sono i sensi di colpa. 

“Se moriremo, almeno lo faremo avendo provato a vivere.” 

Questa frase condensa il senso intero della missione e anche i desideri più reconditi di chi l’ha scelta a discapito della sua stessa sopravvivenza. 

Questo romanzo è il racconto di una vita, di più vite che s’incrociano e che creano un momento denso di emozioni che vivi senza che neanche te ne accorgi. Più di una volta si parla di lacrime, perché quelle ormai il mondo del 2234 se l’è dimenticate. 
Ma questo non vale per Daniel e non è valso neanche per me, mentre lo leggevo.

“Sono solo lacrime. 
Lacrime? Questa parola non compare nel dizionario di bordo.” 

E invece cari lettori, qui compare, e scommetto che se lo leggerete, ve ne accorgerete anche voi.




giovedì 4 dicembre 2014

La setta delle tre erre di Stefano Uggè Recensione

Buon pomeriggio cari lettori! Dopo quasi una settimana, eccomi tornata con una nuova recensione di un romanzo che mi è piaciuto molto e che già come genere narrativo, rientrava perfettamente nelle mie preferenze. La setta delle tre erre di Stefano Uggè è un romanzo che racconta una vicenda soprannaturale, di magia e di morte, senza distaccarsi dalle atmosfere tipiche del thriller e del noir. 
Come sempre fatemi sapere cosa ne pensate!





Titolo: La setta delle tre erre
Autore: Stefano Uggè
Editore: Linee Infinite
Pubblicazione: 2016
Genere: Thriller/Noir
Pagine: 474
Prezzo: 15,00 euro



TRAMA


Romanzo Noir in eccellenza, ambientato in Piemonte, fra le varie bellezze misteriose della Città di Torino, con i suoi dintorni, molto affascinante ma… magicamente nera. Sandro e Katy, i primi protagonisti, due giovani rappresentanti si incontrano a Torino e, rapidamente, vengono catapultati in un vortice di eventi provocati da Vincenzo, un uomo malvagio e potente, capo supremo di una setta satanica che svolge i suoi macabri rituali nei sotterranei del Tempio della Gran Madre di Dio. Lo scrittore presenta nel romanzo una sequenza di scenari e situazioni molto particolari, tra il reale ed il surreale, il Noir ed il Thriller, la fantasia e la realtà si intrecciano in modo fluido al punto di rendere l’opera mai noiosa al lettore. Si presenta leggibile e comprensibile ad una fascia di lettori dall’adolescenza in poi, ben definito nelle parti ambientali, fluido e scorrevole nella sintassi grammaticale.


BIOGRAFIA

Stefano Uggè nasce a Lodi il 15 giugno 1974. Sin dalle scuole medie mostra di avere grande fantasia e si cimenta con i propri compagni di classe a scrivere piccole parodie di film o di canzoni, per puro divertimento. Nel tempo libero legge i racconti di E.A. Poe e qualche libro di fantascienza. Attorno ai 18 anni scopre la passione per Stephen King, ma distratto dai divertimenti adolescenziali (playstation, amici, calcio…) accantona il piacere di scrivere. Nell’estate del 2006 divora “ON WRITING”, l’autobiografia di S. King. Grazie a quel libro, infatti, si riaccende in lui qualcosa che forse non si era mai del tutto spento, ma era stato solo accantonato in un angolo remoto della sua personalità. Un po’ per gioco e un po’ per sfida personale, scrive il suo primo racconto : “IL CASTELLO” che viene incluso nell’antologia del Premio Logos II edizione, come uno dei migliori racconti del concorso letterario. Successivamente scrive altri racconti che pubblica sul web: “IL TAGLIO PERFETTO”, “GALLERIE”, “LA FERITA”. Nel 2014 pubblica il suo primo romanzo, edito da “CAVINATO EDITORE INTERNATIONAL” intitolato “LA SETTA DELLE TRE ERRE”, e la raccolta Noir “POCHE STORIE”.



L’inizio di questo romanzo è eccezionalmente misterioso. Ci troviamo di fronte ad una storia che parla del Male, di cose cattive e sbagliate, ed è immediato il coinvolgimento in un clima carico di tensione e di inquietudine, respirandolo fin dalle prime pagine. 
La capitale di tutto il segreto e l’indomito e perverso mondo della magia è Torino, conosciuta come vertice unico di due triangoli magici. Vertice Bianco, insieme a Praga e Lione e Vertice Nero, insieme a Londra e San Francisco. L’ambientazione dunque, non lascia possibilità di fraintendimento: ci troviamo nel bel mezzo di un’atmosfera esoterica molto forte, che non fa assolutamente nulla per nascondere la sua potenza. 

Una voce narrante esterna ci racconta le azioni di quello che apparentemente sembra il protagonista di nome Sandro e lentamente fanno il loro ingresso gli altri personaggi, la cui consistenza e identità, almeno per il momento, non riesce minimamente ad intaccare l’attenzione del lettore, completamente catturata dalla descrizione della città, unica e grande padrona della scena. L’aria che si respira, rigo dopo rigo, è densa e cupa. Sembra quasi che dietro ad ogni frase, precisa, chiara ed efficace, ci sia un avvertimento nei confronti di chi legge, mettendolo in guardia di fronte ad una storia che può turbare per molti motivi e dunque suggerire a chi vuole fermarsi, di farlo adesso, perchè dopo sarà difficile tornare indietro. 

Il linguaggio è scorrevole, privo di errori, capace di accompagnare la descrizione dei fatti senza alcuna falla nel sistema narrativo, creando un intreccio in cui storia e leggenda si mescolano, rendendo l’atmosfera o tremendamente affascinante o irrimediabilmente inquietante. A poche pagine dall’inizio siamo già con i piedi immersi nel terreno macabro e nero del romanzo, a tu per tu con l’orrore ed il terrore del sangue e della morte, a cavallo tra realtà ed illusione. I personaggi appaiono come marionette che agiscono in nome di forze molto più potenti di qualsiasi controllo. Le descrizioni dei momenti più terribili sono fatte con dovizia di particolari e con precisione tanto da apparire come vere e proprie scene cinematografiche. 

“Serrò gli occhi e urlò dalla disperazione, sperando in qualche modo di scacciare l’orrore che stava vivendo. Il getto d’acqua aumentò e in breve tempo si trovò avvolto in una leggera nebbiolina, vestita con classe dei colori dell’inferno.” 

Un incubo così reale da avere fattezze terribilmente umane. Descritto così bene da terrorizzarti, a tal punto da vederlo diventare carne ed ossa davanti ai tuoi occhi. Peccato che di carne umana ne sia rimasta poca e ci sia soltanto un ammasso informe fatto di macabro e di perversione. Per stomachi forti. Per quelli amanti del brivido e del respiro mancato, della suspense e dell’ansia che maledettamente cresce. 

La storia è ambientata in un futuristico ma neanche tanto lontano 2020 ma più che il momento attuale, gran parte del romanzo è incentrato su una serie molto lunga di flashback che riguardano la vita di Sandro e di altri attori che attraversano un arco temporale molto grande, risalente fino agli anni novanta. L’evento più importante, dal quale sembra essersi scatenata ogni cosa è la morte di Linda, moglie di Sandro, avvenuta per un incidente stradale che sembra aver provocato proprio lui. Da allora l’uomo si sente colpevole di aver ucciso la donna da lui amata e pensa addirittura al suicidio fino a quando, non scopre che l’auto della moglie fu probabilmente sabotata. 

Eventi strani ed inspiegabili si accodano a racconti di vite complicate ed irrisolte che contribuiscono ad infittire la trama di scoperte sconvolgenti e di un omicidio apparentemente irrisolvibile. Ogni capitolo non si conclude mai banalmente ma lasciando sempre qualcosa di importante in sospeso, che se per un verso chiude il fatto precedentemente narrato, spiegandolo in parte, dall’altro, apre subito un nuovo scenario, che attende intrepido di essere seguito. Non c’è tempo di concentrarsi su un personaggio e sulle sue vicissitudini che immediatamente l’autore ci chiede si spostare la nostra attenzione su una nuova scena e su nuovi fatti. 

Non tarda a fare la sua apparizione anche la magia nera, nella sua veste suprema ed efferata: il Gran Sovrano, capo indiscusso della Setta delle tre erre che si nasconde nei sotterranei della chiesa della Grande Madre. Una miriade di personaggi sono coinvolti nella storia ma tutto mi sarei aspettata tranne che Sandro, quello che credevo il protagonista, non avesse neanche il tempo di agire, e diventasse subito vittima di qualcosa di incredibilmente malvagio e potente. Un colpo di scena ben assestato mette in evidenza l’intelligenza e l’arguzia dell’autore, che dispensa con bravura gli elementi in grado di complicare la trama senza appesantirla. 

Ma ora dimenticatevi per un po’ di Sandro, perché colui che catturerà tutta la vostra curiosità è un personaggio che non vi aspettate, uno che ne ha combinate tante, di cui difficilmente dimenticherete il nome fino alla fine. Un pazzo senza alcun appiglio di formale ragione, di cui l’autore ci descrive con minuzia di particolari la vita difficile e gli altrettanto complicati processi mentali che hanno contribuito a rendere ancora più oscura un’aurea maligna all’interno di una coscienza già lungamente provata. Vincenzo Rizzo è un anonimo infermiere, premuroso e disponibile fino a quando nella sua testa si risveglia il verme malato della perversione, e corrode fino all’osso il poco di ragione che ancora teneva un piedi un uomo che con l’odio e la rabbia verso il mondo nutre il suo istinto malato, marcito da un’infanzia di violenza e di abbandono che ha reso il suo equilibrio un costante abisso di miserie e devastazione. L’autore ci descrive meticolosamente ciò che avviene nella mente criminale, ci racconta di un fuoco che arde e che riesce a spegnersi solo dopo aver commesso un crimine, eppure all’inizio l’uomo prova ancora un po’ di vergogna fino a quando la parte bestiale non prende totalmente il sopravvento e la mutazione verso il male giunge al suo ultimo stadio. 

L’elemento soprannaturale che all’inizio del romanzo aleggiava turbando l’aria, si manifesta sempre più insistentemente, accalorando l’atmosfera di una strana presenza che è molto più di qualsiasi manifestazione umana. Lo stesso Vincenzo, si rivelerà il capo supremo di quel male che inonda le strade e le vite inconsapevoli di tutti coloro che nel silenzio condividono il grande segreto di un esperimento mai realizzato prima. La storia di quest’uomo è fatta di rabbia e di vendetta ma è soprattutto una storia d’amore, di un amore mancato che si trasforma in qualcosa di macabro e di malvagio e laddove non può esistere come atto di benevolenza, diventa sfogo di tutto l’orrore del mondo. Un filo invisibile collega Sandro a Vincenzo, attraverso la figura soltanto accennata di Linda e del figlio che silenziosamente portava in grembo proprio quando è morta. Ma è morta davvero? 

E se da quel gioco perverso che si colora delle tinte innominabili della maledizione e del sacrilegio, nascesse un essere talmente immondo da essere paragonato al più infernale dei demoni che presiedono l’inferno: Marbas. Ma qui, dentro questa terribile storia, egli è soltanto un ragazzo che cresce in modo terribile, come fosse un guerriero armato dall’arte militare e dalla magia nera di colui che se ne prende cura fino a renderlo un temibile assassino senza alcuna speranza di redenzione. Una macchina di distruzione e di devastazione, incapace di provare qualsiasi pietà. 

“Il suo potere era così devastante che emanava una carica molto forte, una specie di magnetismo, il quale riusciva ad essere individuato da quell’apparecchio di nuova generazione, ma era invisibile all’occhio umano.” 

La trama è abilmente costruita ad incastro. All’inizio ci si può sentire spaesati e confusi perché appaiono personaggi da ogni dove ma senza mai perdere la curiosità di scoprire cosa ancora non è stato detto, ci inoltriamo in un procedimento a ritroso nel tempo che sappiamo, prima o poi, ci condurrà alla verità. 

Torino è un simbolo, una leggenda dal punto di vista esoterico e nonostante all’inizio la storia possa apparire banale, è il modo in cui l’autore decide di raccontarla, ad avermi conquistata. Ogni volta che leggevo di una rivelazione ne rimanevo piacevolmente colpita perché l’autore riesce molto bene a presentare una storia e poi a non lasciarla cadere nello scontato ma ad incastrare perfettamente i tasselli che la compongono senza mai permettere al lettore di distrarsi. E uno dei tocchi narrativi che ho apprezzato di più è stato proprio l’introduzione di Marbas, un personaggio molto particolare, che non puoi fingere di non vedere. Il suo cervello agisce solo in nome dei criteri che gli hanno insegnato, senza alcun valore per i sentimenti. Il suo cuore è un giocattolo rotto, che qualcuno, senza neanche chiedergli il permesso, ha buttato. 

Marbas nella Demonologia, la scienza che studia i demoni, è un demone diurno, un Presidente che governa 36 legioni di spiriti. Ci si chiede per quale motivo l’autore abbia addirittura scomodato un’entità tanto potente, donandogli il nome di un suo personaggio. Non attenderete molto per ottenere la risposta. Intanto sappiate che anche per lui, come per tutti gli altri, c’è una profonda introspezione psicologica, attraverso cui il padre di questo romanzo, dimostra di aver dedicato intere pagine per spiegarci cosa i suoi personaggi pensano e i motivi delle loro azioni. Entrare in una mente criminale può risultare affascinante soprattutto quando si scopre che c’è sempre un motivo per qualsiasi decisione. 
Ed è così che Marbas nasce incarnando l’incrocio tra la vita umana e quella ultraterrena, tra la normalità e la più cupa follia, diventando egli stesso, a sua insaputa, contenitore della malvagità più inammissibile e nello stesso tempo di una latente benevolenza che lo lega inesorabilmente ad un personaggio che non dobbiamo dimenticare: Sandro. 

Marbas è un giovane nato sotto una cattiva stella, la stella più malvagia che possa esistere, quella di Satana. Lui non ha potuto scegliere cosa diventare, cosa essere, è cresciuto con dentro l’incubo di un sogno nero e perverso, macchiato da un’anima immonda. Ho apprezzato la descrizione delle emozioni, senza filtri e senza ragioni. Terribili nella loro malvagità, crude, brutali, cruente e violente, mistificatrici di tutto ciò che di buono può esserci ancora in una storia come questa. Quando la fine della storia si avvicina Marbas acquista sempre più spessore, ma è uno spessore doppio, nero come la morte e inebriante nella sua impura e angusta forma di perdizione più assoluta: la follia. E’ un mostro nel quale convivono due forze e nessuna delle due può essere controllata. 

"E qui nasceva il mostro. L'esatto opposto delle due decisioni - da una parte quella di uccidere, e dall'altra quella di salvare - creava nel cervello di Marbas un duello virtuale, in cui le sue cellule assumevano ruoli simbolici di angeli e demoni, perennemente in lotta tra loro."

Sullo sfondo di una storia soprannaturale, si muovono come ombre illuminate da fari nella pioggia sporca e lugubre in una città che è inghiottita dai suoi stessi segreti e dalle sue stesse forze arcane, poliziotti e commissari, adepti ed assassini, segretarie ed uomini apparentemente normali, tutti coinvolti in questa storia di sangue e resurrezione. Ho amato le immagini che l’autore è riuscito ad evocare attraverso l’uso delle sue parole. Immagini in grado di provocare sensazioni e di accelerare il processo conoscitivo e di coinvolgimento verso una storia che diventa via via più avvincente. 
Fin dall’inizio c’è una caccia all’uomo asfissiante, interminabile che cambia vorticosamente così come cambiano e si alternano le posizioni delle pedine di questa scacchiera di sangue. Colui che sembrava il protagonista diventa un’ombra, una macchia scura sul muro della dimenticanza, perché altri attori prendono possesso della scena egregiamente. 
I protagonisti di questo romanzo sono tanti e nessuno. Ognuno ha il proprio fascino senza che questo possa svilire l’altro. Di solito di una storia si ama un personaggio, massimo due, perché molto spesso gli altri sono creati per fare sfacciatamente da contorno. Ma qui no. Ho apprezzato tutti, in modo diverso, ognuno di essi ha mantenuto alto lo scettro della mia attenzione, senza mai perderlo. 

Per chi voglia leggere La setta delle tre erre di Stefano Uggè sappia che non vi troverà alcuna forma di pietà o di buonismo. Questa storia è spietata e non perché racconti di sette o di adepti del male, ma perché parla di una follia seminascosta dalla ragione umana, che cova, cova fino a quando l’autocontrollo si spezza e lascia strabordare tutto l’odio e la rabbia di una vendetta capace di generare una tempesta di morte e violenza. 

In una città maledetta, che nel silenzio turba le anime di coloro che l’attraversano e veglia sulle ceneri del male in attesa che esso risalga le porte infernali, per presentarsi nuovamente al cospetto degli uomini, questo è un racconto per chi non ha paura. Per chi ama le atmosfere segrete e in penombra, accolte dal buio della notte, unica grande custode di ciò che non può e non deve ancora essere detto. Per chi sa aspettare con pazienza l’arrivo della fine, gustandosi attimo dopo attimo l’ansia che cresce e quando si arriva ad un passo dall’impronunciabile, accettare che ogni fine non è altro che un nuovo e terrificante inizio.