Buongiorno! Grazie alla collaborazione con la casa editrice La nave di Teseo, oggi vi paro di Gioco di prestigio di Luca Ricci.
gioco di prestigio di Luca Ricci Editore: La nave di Teseo Pagine: 192 GENERE: Narrativa contemporanea Prezzo: 9,99€ - 19,00€ Formato: eBook - Cartaceo Data d'uscita: 2026 LINK D'ACQUISTO: ❤︎ VOTO: 🌟🌟🌟🌟
Trama:
Un uomo ciondola a Roma sul finire dell’estate, nei paraggi di Castel Sant’Angelo. Per tutta la vita ha dovuto scegliere tra la bottiglia e la poesia, lasciando sempre vincere la prima. È un uomo a cui servirebbe una scossa potente, che forse arriva il giorno in cui davanti a lui si materializza una donna convinta che imparare a chiedere l’elemosina sia l’unica soluzione per sconfiggere la tristezza e il capitalismo. Intorno a loro, una galleria di personaggi strampalati e umanissimi, troppo folli per non essere veri: bambini estimatori di Kafka, ultras ipersensibili, rockettari perbenisti, bestselleristi pentiti, amministratori di condominio romantici, notai visionari. Forse il vero gioco di prestigio è proprio quello che, giorno dopo giorno, ci viene incontro, perfino la vita stessa. Come il riscatto che cerca disperatamente il protagonista di questa storia, ostinato a combattere fino alla fine e anche dopo, per provare l’ebbrezza della vera caduta: scrivere una poesia. Luca Ricci torna al romanzo con una narrazione magica dove ogni frase è al tempo stesso uno schiaffo e una carezza, la storia autentica di una vita inventata.
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RECENSIONE
Gioco di prestigio di Luca Ricci è un libro, certo, ma somiglia a un riff di chitarra scordata suonato alle tre di mattina sotto i ponti di una Roma che puzza di asfalto bollente, risate di scherno dei gabbiani e disperazione sincera. È un romanzo che non è che lo leggi; è lui che si siede nella tua testa con una bottiglia di gin scadente e ti racconta quanto sia fottutamente poetico fallire.
Il nostro narratore non è l'eroe che salva la damigella, ma un uomo con la "pancetta alcolica" e una maglietta di Jeffrey Lebowski che ha passato la vita a farsi prendere a musate dalla realtà. È un idiot littéraire che ha letto troppo Kafka e ha capito che l'unico modo per non farsi fregare dal sistema è restare di lato, fermo, a guardare l'abisso finché l'abisso non ti riconosce come un suo simile. La sua tragedia? È un poeta che non scrive, un artista della nullafacenza che ha preferito il veleno della bottiglia alla precisione morale della parola.
Poi arriva lei, una tizia con un caschetto dorato e un odio viscerale per la Silicon Valley che lancia il telefonino nel Tevere come se fosse un plettro usato. È come una Medusa ma punk. Una provocatrice che lo trascina in un ménage familiare fatto di panchine arrugginite e sfide esistenziali. Lo spinge a diventare un guru del marciapiede, a tendere la mano per l'elemosina non per fame, ma per compiere un atto di sabotaggio contro il capitalismo che ci vuole tutti receptionist o consumatori di novità.
Il protagonista è in guerra dalla nascita con la sorella, che lo chiama Ciuccia Nuvole, mentre lei è il simbolo della stolidità di chi ha messo a frutto la propria modestia vincendo la gara del benessere borghese.
Il libro sembra dirci che vincere sulla tristezza significa trionfare sul mondo. La comunità di Olinsky, uno Yeti russo che profuma di siberia e mangia tonno in scatola, è l'unico posto dove la distrazione diventa una forma di salvezza. La vita stessa è il vero gioco di prestigio. Siamo tutti spettatori di un trucco che non capiamo, intrappolati tra il desiderio di tornare infanti per eccesso di paranoia e la realtà di un mondo che ci vuole identità azzerate dentro i telefonini.
Il libro oscilla tra flashback di una Pisa "clinica psichiatrica", dove le Finali NBA degli anni '80 segnavano la fine della pubertà, e una Roma magica dove le statue del ponte sembrano pronte a un'orgia lussuriosa. Lo stile è svelto, pungente, immediato, ironico quando sbeffeggia i bestselleristi alla Cesare Salviani, ma profondamente malinconico quando ci ricorda che siamo tanti piccoli cristi che barcollano sotto il peso di una croce privata.
In questa storia autentica di una vita inventata non c'è redenzione nel senso classico. C'è solo il coraggio di ammettere che siamo tutti dei buoni a nulla e che l'unico modo per non impazzire è, forse, impugnare un ramo caduto e scrivere una poesia sulla terra, sapendo che il vento la cancellerà, ma che per un istante siamo stati noi a comandare il gioco.
È una lettura rock perché non cerca di compiacere. È malinconica perché sa che l'amore serve a odiare meglio. Non è banale perché, in un mondo di fotocopie, sceglie di essere un originale pezzo di sporcizia sotto il sole di Roma.

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