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venerdì 8 maggio 2026

Recensione: EPSTEIN FILES. IL DIZIONARIO DEL POTERE di AA.VV.

Buongiorno! Grazie alla collaborazione con il giornale Il Fatto Quotidiano e con la rivista Millennium, oggi vi parlo di Epstein Files. Il dizionario del potere. 

millennium. epstein files. il dizionario del potere

di AA.VV.
Editore: Il Fatto Quotidiano
Pagine: 144
GENERE: Mensile di Attualità
Prezzo: 15,00
Formato: Cartaceo
Data d'uscita: 2026
LINK D'ACQUISTO: ❤︎
VOTO: 🌟🌟🌟🌟🌟

Trama:
Gli Epstein Files sono il più grande scandalo che abbia mai travolto l'establishment globale. Ma è molto complicato orientarsi fra circa 3,5 milioni di documenti e migliaia di nomi citati sotto diversi profili, dai predatori sessuali che, stando ai documenti, hanno perpetrato abusi nelle residenze di Jeffrey Epstein, a vip di ogni settore risultati in contatto con il finanziere americano per ragioni economiche e persino filantropiche. Così MillenniuM, il mensile diretto da Peter Gomez, propone ad aprile il “Dizionario segreto del potere”, una guida ragionata ai protagonisti dello scandalo, con particolare riguardo per i nomi e le situazioni rilevanti per i lettori italiani. Si va dalla A del principe Andrew alla Z dello Zorro Ranch, una delle residenze di Epstein nel New Mexico. In mezzo, decine di voci: i coniugi Clinton, Deutsche Bank, Bill Gates, Mossad, Musk, Russia, Trump, World Economic Forum... Il corposo dizionario è preceduto da un long form investigativo firmato da Nicola Borzi, con un approfondito ritratto di Epstein e un ampio focus sulle vicende che toccano l'Italia, e una serie di apparati che facilitano la comprensione del caso, a partire da una timeline dei momenti salienti del caso. MillenniuM propone dunque una sorta di instant book su questo scandalo epocale.

RECENSIONE

L’inchiesta pubblicata sul mensile Millennium non si accontenta di ripercorrere l’orrore dei crimini di Jeffrey Epstein, sceglie invece di sezionare il terreno fertile che lo ha generato. Il lavoro dei reporter è un’immersione in quella che viene definita la "statusfera", un ecosistema dove la morale è sospesa e il diritto è sostituito dal privilegio assoluto. 

L'inchiesta approfondisce la genesi del personaggio. Epstein non è figlio del merito, ma di una manipolazione sistematica del reale. Si parte da un curriculum inesistente. Viene evidenziato come Epstein sia riuscito a insegnare matematica e fisica alla prestigiosa Dalton School di Manhattan senza nemmeno una laurea, sfruttando un misto di sfacciataggine e doti relazionali. Poi si passa all'aggancio finanziario. La sua transizione verso Wall Street non è avvenuta per competenze tecniche, ma per la sua capacità di rendersi indispensabile ai "grandi vecchi" della finanza, risolvendo problemi che altri non volevano toccare. È qui che nasce il suo metodo: diventare il custode dei segreti altrui

Uno dei capitoli più densi dell'inchiesta riguarda il rapporto con Leslie Wexner. La relazione è il vero motore economico della macchina di Epstein. Ottenendo la procura generale sul patrimonio del patron di Victoria's Secret, Epstein non acquisisce solo denaro, ma un'identità sociale inattaccabile. L’inchiesta sottolinea il risvolto più cupo di questo legame: Epstein utilizzava il marchio della moda per attirare e manipolare giovani donne, presentandosi come il gatekeeper del successo. In poche parole se volevi sfilare per il marchio di Wexner, dovevi passare da lui. Nel mondo dei miliardari e dei politici, Epstein decideva chi poteva entrare nella sua cerchia (la "statusfera"). Poteva presentarti a un ex Presidente, a un premio Nobel o a un principe. Se lui ti "apriva il cancello", eri dentro l'élite; se lo chiudeva, eri fuori. Questo ruolo era la sua esca principale. Sfruttava il desiderio di carriera e di riscatto sociale delle sue vittime per attirarle. Essere il gatekeeper gli permetteva di creare un rapporto di dipendenza: la vittima sentiva che il proprio futuro dipendeva interamente dal compiacere il "guardiano". In sociologia, il gatekeeper è anche colui che protegge il gruppo dall'esterno. Epstein usava i suoi segreti e i suoi ricatti per assicurarsi che nessuno "uscisse dal seminato" e che il sistema di potere rimanesse protetto e impermeabile alle indagini. Epstein non era solo un predatore, era l'uomo che controllava le porte del mondo che tutti i suoi interlocutori (vittime o complici) desideravano abitare. 

Nonostante le sue dichiarazioni di estraneità, rimane il dubbio su come sia stato possibile che Wexner, un uomo della sua esperienza, abbia ignorato per decenni i comportamenti predatori del suo più stretto collaboratore, fornendogli di fatto i mezzi economici e logistici per metterli in atto. In sintesi, senza l'ombra e i capitali di Leslie Wexner, Jeffrey Epstein non sarebbe mai diventato il broker del ricatto descritto nelle pagine. 

L'aspetto più inquietante sollevato da Millennium è la proiezione internazionale di Epstein. Non era solo un predatore isolato, ma un agente di influenza. Viene analizzato con occhio critico il rapporto con Ehud Barak e i presunti legami con i servizi segreti Mossad, suggerendo che le sue ville potessero essere dei black site per la raccolta di informazioni compromettenti su leader mondiali. L’inchiesta svela i retroscena dei viaggi in Medio Oriente, tra Qatar e Arabia Saudita, dove Epstein si muoveva come un diplomatico ombra, facilitando accordi tra regimi e potenze occidentali, sempre lasciando una scia di relazioni opache e favori inconfessabili. 

Molte pagine sono dedicate alla gestione giudiziaria di Alexander Acosta. L’inchiesta definisce l’accordo del 2008 come un buco nero della giustizia americana. Quell'accordo non protesse solo Epstein, ma garantì l'impunità a una lista di potenziali complici rimasti anonimi. La descrizione della detenzione a Palm Beach — dove Epstein usciva 12 ore al giorno, sei giorni su sette, per "lavorare" nel suo ufficio — è la prova plastica di una giustizia a doppia velocità, dove il crimine sessuale viene derubricato a distrazione amministrativa se l'imputato è troppo potente per cadere. 

E poi c'è il mistero finale e l'eredita del terrore: la morte nel Metropolitan Correctional Center. Le guardie che dormono, le telecamere spente, il trasferimento del compagno di cella poche ore prima del decesso. La velocità con cui Epstein ha blindato i suoi beni in un trust nelle Isole Vergini appena due giorni prima del presunto suicidio suggerisce una pianificazione che mal si concilia con l'atto impulsivo di un disperato. 

Il merito di questa inchiesta è quello di non concedere al lettore la consolazione del mostro isolato. Epstein, nelle pagine di Millennium, emerge come la punta dell'iceberg di una classe dirigente transnazionale che ha perso ogni contatto con la realtà legale. Anche dopo la sua morte, la struttura di potere che Epstein ha contribuito a edificare — fatta di ricatti incrociati e complicità tra finanza, politica e intelligence — è ancora largamente intatta. 
I suoi file, come suggerisce il titolo, sono una bomba a orologeria che continua a ticchettare sotto le fondamenta delle istituzioni globali.

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