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mercoledì 5 agosto 2015

Il sussurro di Vico Pensiero di Tina Cacciaglia Recensione

Buon mercoledì cari lettori! Le vacanze si avvicinano e anche oggi voglio lasciarvi una recensione di un romanzo che riguarda la mia città e tutto ciò che concerne il suo aspetto più magico e superstizioso. Ringraziando Runa Editrice per la copia inviatami, leggerete della storia scritta da Tina Cacciaglia, intitolata Il sussurro di Vico Pensierio, un Noir popolato di leggende e di miti ambientato nella bella Napoli, con tanto di mistero e fascino.


Leggete! Aspetto le vostre impressioni!




Titolo: Il sussurro di Vico Pensiero
Autore: Tina Cacciaglia
Editore: Runa
Pagine: 260
Genere: Noir
Prezzo: € -
Ebook: € 16,00
Uscita: 2013

Trama


Nel Palazzo San Severo a Napoli, la bellissima nobildonna Maria d'Avalos venne uccisa dal marito, il principe Carlo Gesualdo, insieme all'amante: era la notte tra il 16 e il 17 ottobre del 1590. Si narra che il suo fantasma vaghi ancora nell’oscurità delle notti napoletane. Fantasmi e leggende del passato. La vita di Adriana s'incrocia con l'antica storia della nobildonna Maria d'Avalos e del suo amante e con quella contemporanea di Elena, una collega di studi trovata morta con in gola della saggina di cui sono fatte le scope delle streghe. Adriana si addentra in una Napoli a lei sconosciuta, nei rioni appartenenti alla camorra, e assieme al fidanzato, un tormentato Commissario di Polizia, inizia una indagine che la porterà a scoprire una vera e propria città nella città, immersa in antiche tradizioni, incarnate da personaggi come  Costanzo 'o Scartellato, che parla con i morti del Cimitero delle Fontanelle, o Maria 'a Putecara, che legge le carte e scaccia il malocchio. Un viaggio negli inferi che è un autentico giallo tra coinvolgenti intrecci in una Napoli popolata da fantasmi e superstizioni, immersa nell’occulto, nei misteri e nelle sue contraddizioni.

Tina Cacciaglia è nata a Napoli, laureata in Sociologia svolge l'attività di Conciliatrice Professionista, oltre a interessarsi da diversi anni di scrittura ed editoria. Ha pubblicato diversi articoli per riviste quali L'isola,  il Giornale di Cava, Il Vescovado. Una sua favola è stata letta a Radio Rai Due ed è arrivata finalista  al concorso Parole in Corsa con un brano pubblicato in antologia. Ha partecipato a Torino al Perfect Day della Scuola Holden, organizzato da Alessandro Baricco, con un breve brano, pubblicato dal quotidiano Il Denaro e dalla rivista Grazia. Il romanzo storico “La Signora della Marra”, di cui è una delle due autrici, è stato  segnalato dalla giuria del Premio Calvino 2009 come degno di merito, ed è in corso di prossima pubblicazione. Sempre nel 2009 ha vinto il primo premio Creatività e scienza, città di Salerno con un  racconto di fantascienza storica  pubblicato in antologia. Nel concorso nazionale IoScrittore 2011 è risultata vincitrice con un romanzo noir, pubblicato in ebook dal Gruppo Mauri Spagnol nel marzo 2012. Attualmente vive a Salerno con la sua famiglia e il suo cane.




“La strega li ammalia e poi li distrugge.”


Il sussurro di Vico Pensiero è un silenzioso ed inquieto viaggio all’interno della città partenopea, fingendosi un libro mentre è una feconda e capricciosa realtà che si sveste delle ignobili nomee che spesso l’hanno sporcata, per rivelarsi in tutta la sua magica presenza. Napoli si racconta prendendo come scusa una storia misteriosa che è soltanto un pretesto per far sì che la brava autrice riesca, in tutta la sua conoscenza e predisposizione narrativa, a regalarci ancora un altro quadro dell’indimenticabile città.

Morte e mistero, superstizione e maledizione, sacro e profano, magia e streghe si alternano nell’intreccio costruito ad arte e reso avvincente ed intrigante da uno stile flessuoso, a tratti antico quasi quanto le leggende che racconta.
Già il titolo richiama qualcosa di altro, un oltre incondizionato che tenta di prenderti per mano e di portarti laddove ha casa il mistero e si svelano i segreti più arcani e più pericolosi. La parola sussurro è estremamente suggestiva, sembra quasi incantare e spingere verso le nostre orecchie un suono velato e carezzevole, che giunge da lontano per sedurci e condurci verso terre misticamente ignote. Ma non sempre quel sussurro è benevolo. La storia che ci narra Tina Cacciaglia lo dimostra ma alla fine cosa importa? Che sia benedizione o maledizione ciò che scorre per le vie di quella indomita città, sono le sue storie, i suoi incanti, le sue ombre e i suoi fantasmi a rendere reale e desiderabile la sua essenza di città indimenticabile.

Il libro si apre con un caso irrisolto: la studentessa Elena viene trovata morta e le indagini non portano a nulla di costruttivo perché su tutto aleggia un mistero impenetrabile. Adriana, amica e collega della giovane uccisa, comincia ad indagare per conto suo poiché alcune coincidenze non le appaiono affatto chiare. A rendere ancora più sinistra ed inspiegabile la situazione è la presenza di Agnese, donna dalle origini sconosciute e dall’identità discutibile che inizia a corteggiare, con successo peraltro, proprio il fidanzato di Adriana, il commissario Carlo Lofrate che si sta occupando dell’omicidio.

Elena viene trovata con della saggina in gola che non è altro che il materiale con cui sono fatte le scope. Inevitabilmente si pensa alle streghe e al mondo della superstizione, soprattutto perché la stessa vittima si occupava di ricerche riguardati proprio quel mondo oscuro e misterioso. Ma Adriana non crede a tutte queste cose, pensa che maghi, streghe e fattucchiere siano soltanto baldanzosi esempi di imbroglioni e truffaldini e che l’unica realtà tangibile sia quella visibile.
Dovrà presto ricredersi come il suo amato fidanzato quando per motivi diversi ed in contesti assolutamente opposti, verranno a contatto con personaggi strani ed inquietanti e visiteranno luoghi considerati magici.

Tina Cacciaglia oltre a scrivere la sua, di storia, quella che s’incastra nell’intreccio propriamente giallo e mistery del romanzo, narra contemporaneamente anche tutta una serie di storielle, di leggende che covano  e sopravvivono nell’anima popolare della città. E così che ci conduce nel cimitero delle Fontanelle, dove si trovano le anime pezzentelle, raccontando che un tempo quelle anime rappresentate dai teschi vecchi e consunti, venivano adottate da coloro che cercavano protezione e un qualche favore.

“Certamente, i vivi sceglievano un teschio e lo poggiavano su un centrino o un cuscino, il che significava che era in corso l’adozione.”

Ancora oggi però si possono vedere fiori freschi davanti a quelle teste prive di vita, a simboleggiare che certe tradizioni non possono essere sradicate soprattutto se il popolo è tuttora convinto che da essi si possa cavare ancora un miracolo.

I personaggi del romanzo sono figure eccezionalmente solide, inserite senza sbavature all’interno del contesto napoletano da cui sono tratte dall’autrice. Sono i protagonisti di scene reali, fatte di strada, di grida, di pane e di meraviglia. Come Costanzo o’ Scartellato o Maria a’ Putecara, vecchi che un tempo se la intendevano e che adesso, proprio in mezzo a quei vicoli storti e a quelle vite spezzate misteriosamente, diventano l’emblema non solo di quella superstizione e divinazione odiata ed amata allo stesso tempo, ma soprattutto della possibile e tanto agognata soluzione.
E’ proprio nei segreti delle loro vite apparentemente indicibili, legate al culto dei morti e al superamento dei confini della religione stessa e della fede per scontrarsi con altre credenze e macchinazioni, che si nasconde il vero significato di tutta quella apparente e sconclusionata magia.

Un’atmosfera densa di fumo, di candele, di preghiere rivolte dalla parte sbagliata incarnate da una donna sinuosa e sensuale, una sirena scura, dal corpo di venere e lo sguardo di pantera: Agnese, la nipote di Costanzo, emblema di bellezza e tormento. Colei che incanterà in maniera irreversibile il commissario Lofrate conducendolo in un tunnel di perversione e di sesso, di scoperte e mistero. Una donna dal passato tormentato e torbido che cela tra le sue braccia un segreto troppo grande da poter essere anche soltanto pronunciato. E’ proprio nella sua figura di femmina battagliera, che l’autrice concentra tutta la bellezza e la maledizione della città di Napoli.
Essa è proprio come Agnese, bella da morire ma anche maledetta per quella stessa bellezza, magica e stregata, capace di incantare chiunque tenti di corteggiarla. Carlo ne è attratto ma è anche affranto da tale insidiosa meraviglia.

“E’ difficile spiegare ad una donna che l’altra donna è troppo tutta. Troppo sensuale, troppa curve, troppa carnalità, tutta offerta, tutta senza pudore, tutta senza richieste.”

Lofrate è stregato da quella presenza conturbante che non lo lascia respirare, che lo ha agguantato senza chiedere nulla in cambio, che lo ha preteso senza tirarsi indietro.
Agnese è la carnalità di Napoli, la bella città che si fa donna, femmina di sangue e possesso, figlia diretta dell’ossessione e del tormento. Tra le sue curve scorre il tragico della vita ma anche l’indemoniata passione di quel mondo oscuro che sembra essersi raccolto tutto nelle sue mani.

“Carlo seppe che non voleva e non poteva rinunciare ad Agnese. Qualsiasi cosa Adriana significasse per lui, svaniva davanti alla carne di quella donna. All’amazzone che cavalcava sesso e possesso dell’uomo.”

Tra i quartieri malfamati, le viuzze in cui perdersi, i palazzi antichi e leggendari, scopriamo una Napoli antica ed eterna piena di doni pronti per essere colti solo da chi è in grado di sentirli. Sentire i fantasmi che popolano la città di notte, come quello di Maria d’Avalos, in costante pena d’amore e di morte. Un luogo mistico e pieno di echi d’altrove, dove l’architettura diventa non solo simbolo di storie millenarie, ma diventa passaggio che intravediamo, per salire oltre il confine della nostra realtà e superare quello della porta del mito.

Napoli è tutta un mito, una leggenda, un canto che incanta ma che incute anche paura, è un luogo che non è stato mai completamente felice e come tale è pieno di sospesa malinconia. Un luogo di sangue, di battaglie, di cadaveri ma anche di sogni e speranze. E’ piena di contraddizioni e di scelte sbagliate, di risate e di infamie. Napoli non è una città, è un mondo, quello antico e quello moderno, un eterno scontro tra il popolo e la realtà. E’ negli androni dei suoi palazzi, nei quartieri storici, sulle scale che portano verso paradisi di cieli sconfinati che batte ancora il cuore della Storia.

Nel romanzo di Tina Cacciaglia, nel suo Vico Pensiero, nei suoi personaggi malinconici e solitari, nella bellezza della seduzione, dell’avvenenza e della maledizione, ci ho letto l’essenza stessa della città, ci ho letto nostalgia, sospiri, echi e lontananza. Non è una storia felice quella raccontata, non lo è neanche per l’epilogo, perché anche laddove tutto si risolve,  in essa rimane la traccia indelebile del passaggio dell’inspiegabile, così come tra le vene scure della città del mare si intravede ancora la sofferenza di un luogo troppo grande, troppo ferito e come tale inguaribile. Ma Napoli è anche e soprattutto questo, le vedi le sue cicatrici, puoi addirittura contarle, puoi stare a guardare le sue crepe, le sue discrepanze. E’ umana la città nelle parole dell’autrice, è capace di ammaliare ma non di distruggere, al limite siamo noi ad averla distrutta ma la sua anima è immortale, la sua anima ci aiuta a vivere.

                             


martedì 4 agosto 2015

Ah... Ahh... Ahhh di Nuwanda Recensione

Buon martedì! Anche questa sarà una settimana ricca di recensioni in vista poi della pausa estiva di cui vi metterò al corrente più avanti!

La recensione di oggi riguarda un romanzo breve a metà tra il giallo e la commedia all’italiana, pubblicato da Genesis Publishing, intitolato Ah… Ahh… Ahhh, scritto da Nuwanda, un autore esordiente che si cela dietro questo pseudonimo.





Titolo: Ah... Ahh... Ahhh
Autore: Nuwanda
Editore: Genesis Publishing
Pagine: 58
Genere: Giallo, Parody Comedy
Prezzo: € -
Ebook: € 2,99
Uscita: Maggio 2015

Trama


Nella sala conferenze della biblioteca comunale è in corso la presentazione del libro di Armando Bentivoglio, un noto scrittore sui generis con monomanie bizzarre. Il romanziere, a un certo punto, decide di scrivere sulla lavagna una frase ricca di significati e che possa contenere un’emozione: “Ah… Ahh… Ahhh”.  Basta una semplice parola, pronunciata in modo diverso, a suggerire sensazioni di piacere o di dolore, secondo l’interpretazione del lettore, in grado di andare oltre il volere dello stesso autore. La differenza tra “il come si scrive” e “il come si legge”. Il ritrovamento di un cadavere richiederà la presenza del commissario Loquace, un poliziotto dai metodi alquanto singolari. Un turbinio di battute e dialoghi caustici, spesso inconsapevolmente comici dei vari protagonisti, caratterizzerà in maniera originale le varie scene, creando un surreale collage di schegge impazzite. Una parody comedy all’italiana con le sue nevrosi e le sue megalomanie grossolane e i suoi personaggi grotteschi non meno suggestivi.




“Ecco, vede? Basta una semplice parola, pronunciata in modo diverso, a suggerire sensazioni di piacere o di dolore, secondo l’interpretazione del lettore, in grado di andare oltre il volere stesso dell’autore.”

Ah.. Ahh… Ahhh è un romanzo breve di poco meno di 60 pagine che si colloca in una posizione particolare tra l’umorismo, la commedia e la parodia, con un preciso gusto per la concentrazione di tutto il filo narrativo sulla discussione classica tra ciò che si scrive e ciò che si legge. In altre parole tutto si sofferma sul concetto di interpretazione e l’autore, di cui non conosciamo la vera identità, poiché usa uno pseudonimo, gioca molto sulle riflessioni positive o negative che ne possono scaturire. Concentra essenzialmente tutto il suo delirio narrativo sulla semplice frase che funge anche da titolo all’intero testo, giocando sul fattore della sorpresa e di conseguenza della riflessione che i comportamenti e soprattutto le frasi dette dai suoi personaggi possono provocare in chi legge.

Non c’è nessun vero protagonista all’interno della storia. Abbiamo uno scrittore alle prese con la presentazione del proprio libro, all’interno di una biblioteca comunale e un insieme di persone che vi partecipano, che appartengono alle più disparate categorie umane. Armando Bentivoglio è un’autore che ha già un discreto successo e si ritrova catapultato nell’atmosfera ambigua e disincantata del paesino Doppio Senso dove le strade sono tutte a senso unico. Egli diventa subito mira di uno strano personaggio che lo punzecchia chiedendogli cose strane riguardo la sua personalità di scrittore ed il suo scritto, domandandogli al fine, di regalare a tutti un’emozione. Armando, preso dall’esasperazione, scrive sulla lavagna una frase: ah… ahh… ahhh, cogliendo tutti di sorpresa e lasciando assolutamente agli altri l’interpretazione della sua scelta e del suo significato.

Lo stile dell’autore è scarno ed essenziale. Il testo è scritto bene ed è scorrevole, coadiuvato dalla minuzia di particolari e di dettagli che seducono l’autore e lo portano, nonostante l’intreccio asciutto e immediato, a lasciarsi andare nella descrizione della fisicità dei suoi personaggi, indugiando molto sul loro modo di vestirsi e di presentarsi, creando così nel lettore un’immagine perfetta e realistica di ciò che ha di fronte.

“Io sono quello che scrivo. Conta solo questo. Si sente padrone di decidere cosa comunicare e come affermarlo.”

Armando lo scrittore, Carla la bibliotecaria sono raffigurati nell’empasse della loro trasfigurazione scenica, nel momento in cui s’incontrano e condividono insieme agli altri il tempo e il luogo del climax: un omicidio.

Nella tranquilla giornata di una presentazione libresca in una città assolutamente sconosciuta ai più di cui lo stesso scrittore non sa assolutamente nulla, l’aria rarefatta e finta di ammirazione e partecipazione viene interrotta da una scoperta: un cadavere femminile nel bagno del bar. Una scritta rossa che sovrasta il sangue rappreso a terra: Ah… Ahh… Ahhh.

Il rosso che ritorna dopo che lo stesso Armando, con la sua penna di egual colore, aveva firmato tutte le copie e quella della stessa vittima. Appare al momento giusto nell’incauto sistema di investigazione paradossalmente accettata seppur in un luogo tanto avido di fraintendimenti, il commissario Loquace.
Conduce gli interrogatori in modo sensazionalistico e ambiguo. Si lascia prendere da battute  sarcastiche di cui neanche lui si rende conto, ritrovandosi l’assassino davanti agli occhi senza capirlo se non dopo.

Ogni personaggio è catturato dall’apparenza, c’è chi pensa di poter trasformare un comune mortale in una star e chi, come il commissario, pensa esclusivamente a quale profilo del proprio viso è ripreso meglio dalla telecamera e quanto riscontro in termini di successo avrà il suo ultimo caso di omicidio.

Ancora una volta, dunque, il tutto si ripercuote sul senso profondo di ciò che vediamo e sentiamo, su ciò di cui siamo testimoni, sul raffronto che non tramonta mai tra essere e apparire, tra ciò che siamo e l’interpretazione che diamo di noi.

Sullo sfondo di una storia che fa da cornice con le sue battute parodistiche e le sue figure da scenette di commedia all’italiana, fatta di equivoci e di scontri verbali, si ergono ben più importanti, le riflessioni su cosa sia esattamente la scrittura. La pratica di leggere e di scrivere e l’importanza di non deludere i lettori permettendo loro di scoprire che l’autore che si cela dietro il loro libro preferito non è come se lo aspettano. Il problema, dunque, dell’amare lo stile di uno scrittore e nello stesso tempo l’evidente presenza o assenza della simpatia verso quello stesso,  in qualità di persona e non più di chi scrive.

“Lui, in fondo, ha il compito di scrivere e loro quello di leggere, una pratica che possono condurre entrambi senza mai incontrarsi. Non vuole rovinare questo processo per colpa di simpatie e antipatie.”

Ancor di più sembra essere fondamentale l’interpretazione e dunque il senso sul quale si basa l’intera struttura narrativa del romanzo. E’ tutto un equivoco, un delirio, un gioco che si concentra sul come si dice e come lo si legge.
Divertente e incisivo, pulito e tagliente, una lettura breve ma piacevole.  


lunedì 3 agosto 2015

Il Creasogni di Simone Toscano Recensione

Buon lunedì! Oggi vi propongo la recensione di un romanzo di cui, probabilmente, avrete letto anche su altri blog. Mi riferisco alla storia scritta dal giornalista Simone Toscano che voi tutti conoscerete come inviato del programma di Rete Quattro, Quarto Grado, intitolata Il Creasogni. Un romanzo pieno di metafore e di riflessioni sulla vita e sui nostri sogni.

Lasciatemi le vostre impressioni se vi va, sarò felice di rispondervi!



Titolo: Il Creasogni
Autore: Simone Toscano
Editore: Castelvecchi
Pagine: 192
Genere: Romanzo
Prezzo: € 16,00
Ebook: -
Uscita: 2015

Trama


Il Signor Ettore è un uomo schivo, di poche parole, con un velo di tristezza negli occhi. Nulla si conosce di lui, se non che possiede un dono speciale: sa di quale materia sono fatti i sogni. Ne conosce l'essenza lieve, che ha imparato a modellare, nella forma e nei colori, nelle sfumature e nei dettagli, riuscendo a creare visioni bellissime e avvolgenti. Nella piccola comunità di Mangiatrecase spetta a lui il compito di esaudire le richieste di chi, pur tra mille difficoltà, non vuole rinunciare a inseguire un sogno. Per tutti costruisce illusioni su misura, tranne che per sé e per la sua particolare "famiglia": una cagnetta che lo segue come un'ombra, e un bambino, spuntato anche lui dal nulla. Dietro questa apparente serenità ribolle però un mondo di speranze infrante, di assenze e rimpianti, di amori perduti. Sarà un evento drammatico come l'improvvisa scomparsa del bambino a risvegliare i cuori dei protagonisti che troveranno la forza di superare le difficoltà della vita e di sognare ancora, con coraggio. Un romanzo lieve e delicato come un sogno, ingenuo e difficile come l'amore, vero come la vita stessa.

Simone Toscano è un giornalista del gruppo Mediaset dal 2005, anno in cui è entrato – come stagista – al Tg5, realizzando il suo sogno di bambino. Dal 2012 ha fatto parte, come conduttore, della squadra del canale all news Tgcom24. Fin dalla prima puntata di messa in onda è uno degli inviati della trasmissione Quarto Grado. Blogger e opinionista per l’«Huffington Post» e il sito Tgcom24.it, sul web è #ungiornalistanellarete.





Il Creasogni di Simone Toscano è un romanzo che non ti aspetteresti da un giornalista e da un uomo che ha visto quello che ha visto, che ha sentito e ha provato sulla propria pelle le storie, le brutture e le terribili sentenze del lato oscuro del nostro mondo. Toscano è dalla prima messa in onda del programma, inviato di Quarto Grado. Il suo lavoro lo tiene costantemente impegnato e coinvolto in un’atmosfera inquietante e rappresa, dove la giustizia è fin troppo spesso appesa ad un filo che chiunque potrebbe recidere.

Ma non parliamo di questo adesso. Parliamo invece di questo romanzo fatto di una materia opposta a quella a cui probabilmente il suo autore è abituato nella sua complicata realtà. Un romanzo che parla di sogni, di aspettative, di speranze, che racconta prima di tutto la storia del SignorEttore (non ho sbagliato a scrivere, il nome è proprio tutto attaccato), e di ciò di cui magicamente si occupa ogni santo giorno: creare sogni per gli altri. E’ importante specificare questo particolare che dettaglio non è, per comprendere quale sia il suo vero ruolo all’interno di una storia che potrebbe apparire semplice ma si riveste di significati profondi e metaforici.

Il SignorEttore, da diverso tempo ormai, non riesce più a sognare. In passato aveva deriso tutti coloro che vivevano di sogni e adesso, per una strana legge del contrappasso, è proprio lui ad essere testimone e creatore dei sogni di tutti coloro che fanno appello al suo dono, così apparentemente prezioso e soprattutto unico.

Mangiatrecase è il paesino nel quale il romanzo è ambientato, popolato da personaggi molto particolari, ognuno dei quali cova dentro di sé desideri inesplorati di cui chiede la realizzazione almeno nei sogni e il SignorEttore non riesce mai a dire di no, si sforza, mette in gioco tutto se stesso pur di realizzare anche il più complicato di essi. E’ l’unico ad avere questo dono immenso, a creare, a modellare e a far arrivare ciascun sogno fin dove desidera.

“I soldi richiesti per i suoi prodigi li valeva eccome, perché nel suo mestiere non aveva rivali, unico com’era al mondo in quell’arte: il solo a essere in grado di dare vita ai sogni e di farli arrivare a chiunque decidesse; di crearli nel vero senso della parola, modellandoli con le mani e con la mente, nello stesso modo in cui un artigiano, seduto al tornio, lavora a un vaso di creta.”

E’ un uomo tormentato, silenzioso, di pochissime parole, non ha nessun legame familiare se non l’affetto per un piccolo cane chiamato Cerino ed un giovane trovatello senza nome che vive con lui da quattro anni e che ha chiamato Catello.
I suoi occhi sono sempre velati di tristezza e nessuno conosce la sua vera storia, come se facesse di tutto per tenere nascosto il suo passato e cercasse di andare avanti nel vano tentativo di non essere mai più ferito. Ma da chi o da che cosa?

Il romanzo procede con delicatezza e leggerezza. E’ una favola moderna nella quale l’amore e i sogni si cedono volentieri il posto, alternandosi nell’importanza e nell’esaltazione della narrazione stessa, fungendo da punti focali per ognuna delle azioni dei personaggi.
Una fiaba metaforica, estremamente educativa, che cela un valore morale molto alto non tanto perché nella sua immediatezza celebra i sogni ma perché il messaggio concreto e reale è quello riguardante l’esistenza stessa dell’uomo e di tutto ciò che riguarda il suo essere nel mondo.

Alcuni passi sono davvero significativi ed è stato molto piacevole leggerli come quelli riguardanti la creazione materiale di un sogno, attraverso i quali l’autore permette al lettore di guardare magicamente da vicino il lavoro del suo protagonista, portandolo ad un passo dalla sua fantasiosa immaginazione. L’ipamide è la sostanza onirica che deve essere modellata per creare un sogno ma non è un procedimento facile, assolutamente. Ci vuole esperienza e pazienza, soprattutto concentrazione per evitare che tutto si risolva in una bolla di sapone.

“Creare un sogno è una delle arti più oscure al mondo. E chi afferma di conoscerne i segreti mente senza dubbio alcuno.”

Ogni sogno ha le sue regole, prima di tutto quella di essere contenitore e riflesso di ciò che il suo sognatore ha dentro di sé, diventando quasi un prolungamento della sua stessa mente, dei suoi ricordi, di tutto ciò che caratterizza e brucia nella sua esistenza. Un sogno deve essere vita e deve battere, essere vivido dall’inizio alla fine.

Il rapporto che intercorre tra Il SignorEttore e Catello non è quello che ci si potrebbe aspettare. Non è il rapporto tra padre e figlio nonostante sia evidente l’affetto seppur nascosto, che l’uomo nutre per il bambino. Eppure qualcosa blocca entrambi. Catello deve aver vissuto un’infanzia complicata, lo si evince dai suoi comportamenti e dal suo modo di essere ironico e pungente, mentre l’altro che dovrebbe essere più paterno e protettivo, sta sempre sulle sue e raramente mostra dolcezza o amore paterno nei confronti del suo protetto.

Insomma un legame davvero strano che avrà la sua ragione di esistere e soprattutto di cambiare andando avanti con la storia, non mancando di riservare numerose sorprese.
Lo stile dell’autore è pulito, chiaro, molto scorrevole. I capitoli sono brevi, con molte frasi ad effetto e attraverso di esse è chiaro l’intento di voler lanciare importanti segnali al lettore, spingendolo a cogliere lezioni fondamentali che dovrebbero ampliare il suo sguardo su ciò che lo circonda.

In primis l’attenzione sembra tutta rivolta, oltre che al sogno stesso, alla lotta. Quando si ama qualcuno e si sta cercando di proteggerlo nulla può e deve fermarci. Nulla può abbatterci o farci considerare vinti. C’è sempre una speranza alla quale aggrapparsi per andare avanti, senza mollare mai.

“Ma non bisogna mai darsi per vinti, c’è sempre qualcosa che si può fare, sempre un’altra carta da giocare, quando stiamo lottando per una persona cara.”

Dopo la lotta è la famiglia il valore supremo al quale bisogna aspirare. Famiglia intesa in molti modi: come nucleo familiare vero e proprio oppure semplicemente come creazione e solidificazione di un legame che va oltre la condivisione del sangue ma si rivela potente e radicato nel profondo dell’animo grazie al senso di appartenenza capace di legare due persone molto di più di una qualsiasi relazione legittimata dalla natura.

“Famiglia, una parola tutta tonda ed avvolgente come un abbraccio affettuoso.”

I sogni di Simone Toscano sono morbidi e soffici, l’uso delle sue descrizioni che cercano, riuscendoci, di farci immaginare la materialità anche di ciò che è per sua stessa definizione immateriale ed intangibile, ci conducono attraverso paesaggi di bellezze sconfinate perché piene di sentimenti ma soprattutto di coraggio.

Perché questa è una storia di sogni ma anche di passione e di forza d’animo. E’ una storia che ha come credo “il crederci” sempre e comunque, lottare per se stessi e per ciò in cui crediamo.

Purtroppo però le difficoltà non mancano e l’autore le raccoglie tutte nella rappresentazione del circo che arriva in paese, portando sulla propria carovana personaggi strani ed inquietanti ma soprattutto diventando l’emblema di una società, la nostra, avida, schiavista e schiavizzata perché capace di strappare a ciascun individuo anche il più piccolo barlume di speranza. Così gli individui vagano soli e disperati senza più sogni. Ma la visione dell’autore volta pagina e dà le spalle a tutta quella tristezza. Il suo mondo è fatto di sorrisi e anima, pertanto è impossibile non lasciarsi contagiare dal suo positivismo e dalla sua voglia di cambiamento che non è altro che la certezza di difendere ciò che siamo a costo di qualsiasi cosa.

Ma come hai fatto, Simone, a vedere tutto questo? A non lasciarti contaminare dalla tua realtà, quella che ogni giorno ti tormenta davanti a quella telecamera, con il microfono in mano, a raccontare di innominabili tragedie, morti e sangue? In questa società dove sembra sia diventato più facile fare del male che accarezzare, tu ci accarezzi tutti con la tua storia, come a volerci mostrare una strada, che quella luce esiste ancora. E noi ci crediamo e sai perché?

Perché il Creasogni è dentro ognuno di noi. Ciascuno lo è per se stesso se conserva inalterata la speranza che senza sogni non ha alcun senso l’esistenza.

“Ora lo so che senza sogni non si vive…”


domenica 2 agosto 2015

Nuova uscita il 27 Agosto per Leone editore: Così vicini di Arianna Cesana!

Anche oggi un altro post per segnalare una nuova uscita molto interessante di un romanzo scritto da una giovane esordiente di nome Arianna Cesana. Pubblicato da Leone Editore  e in uscita il 27 Agosto, il romanzo s’intitola Così vicini. Un titolo delicato che già lascia immaginare una storia intensa ma non priva di difficoltà.


Date un’occhiata alla cover molto carina e alla trama!





Titolo: Così vicini
Autore: Arianna Cesana
Editore: Leone 
Pagine: 352
Genere: Romanzo
Prezzo: € 12.90
Ebook: € -
Uscita: 6 Agosto 2015

 ♥ ♥ ♥ ♥ ♥ ♥ ♥ ♥ ♥ ♥ ♥ ♥
Emma e Dario vivono rispettivamente a Milano e Firenze.L e loro storie sono molto affini: famiglie spezzate, solitudine, segreti nascosti, divertimenti adolescenziali e sentimenti in bilico. Si passa attraverso tre fasi; l'infanzia, l'adolescenza e la giovinezza dei due protagonisti. Le loro vite subiranno svolte, imprevisti e gioie in modo e in contesti diversi, ma con delle affinità molto forti. Dal loro incontro scopriranno che non tutto è perduto. Un viaggio introspettivo attraverso le vite di due anime così simili, ma così diverse, che vi travolgerà e vi farà innamorare di questa storia.

Arianna Cesana è nata nel 1993 e vive a Carnate. Si è laureata in Lettere moderne all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, con una tesi in letteratura latina. Attualmente si è iscritta alla laurea magistrale in filologia moderna. Questo è il suo primo romanzo con Leone Editore. Oltre che scrittrice, ambisce a diventare insegnante di latino al liceo.


Segnalazione Made in Italy: La vera storia di Oscar Rafone di Enzo Iorio

Buona domenica cari lettori. Oggi vi segnalo un romanzo scritto da un'autore emergente che s'intitola La vera storia di Oscar Rafone di Enzo Iorio. Una storia d'amicizia e di sentimenti veri.





Titolo: Enzo Iorio
Autore: La vera storia di Oscar Rafone
Editore: Selfpublishing
Pagine: 150
Genere: Romanzo
Prezzo: € 10,00
Ebook: € 2,99
Uscita: Febbraio 2015

 ♥ ♥ ♥ ♥ ♥ ♥ ♥ ♥ ♥ ♥ ♥ ♥
Oscar ha tredici anni e una vita difficile. Ha perso la madre a sei anni, appena in tempo per affezionarsi a lei e alle storie che gli narrava la sera prima di dormire. Gli è rimasto il padre, un tipo violento e irascibile, che forse gli vuole bene ma non sa dimostrarlo… E poi arriva Zamina, una ragazza Rom di poco più grande, che gli cura le ferite e lo aiuta a guardarsi dentro. I due ragazzi, nascosti in una casa abbandonata, si divideranno una manciata di felicità…

Enzo Iorio: insegnante in scuole medie e superiori, ha maturato esperienze umane e professionali anche grazie a ragazzi con disabilità, in scuole serali per adulti e in corsi per detenuti. Vive e lavora a Ventimiglia.

sabato 1 agosto 2015

Quarto appuntamento con la rubrica Pensieri a briglia sciolta di Luigi Mancini!

Buon sabato! Oggi ci sarà l’ultimo appuntamento con la rubrica Pensieri a briglia sciolta curata da Luigi Mancini, prima dell’interruzione estiva. Le sue parole, come leggerete, sono tutte rivolte alla meravigliosa e terribile città partenopea.


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Camminando per le vie della mia città, in quei ritorni estivi, come questo che sto vivendo, o Natalizi, come accade nel periodo delle belle luci, mi sono sempre chiesto: dove si nasconde la spada nella roccia? Chi è il predestinato? Perché è ovvio più di ogni altra ovvietà: Napoli ha bisogno di un glorioso Artù! 

Parliamoci chiaro, gente, io adoro questi luoghi; i proverbi, le tradizioni, le ragazze che, come veri e propri miracoli di una clamorosa bellezza, vengono fuori dai vicoli dei quartieri, le canzoni, le feste di piazza, persino l'idolatria manifestata a botti e grida, ma non riesco ad accettare, San Gennaro mi perdoni, la strafottenza generale, la totale mancanza di rispetto nei confronti dell'adorabile Dea Partenope. 



Siamo un popolo viscerale, questo è vero, abbiamo le nostre maniere, le nostre usanze, il nostro modo, la nostra vita, ma siamo anche, ahinoi, troppo menefreghisti, assenti nel bisogno. Non parlo di aiuto morale, dei 10 euro prestati alla vicina che non può comprare il latte, ma dell'aiuto che chiede la nostra amata città! 

Ci governano dei papponi senza dignità alcuna, ma questo non può e non deve essere una scusante, perché siamo noi la nostra identità, siamo noi il nostro futuro; impariamo la nostra storia, acculturiamoci della nostra cultura, respingiamo il neomelodico, pretendiamola questa poesia, quest'arte che ci appartiene! Aiutiamo certe strade a non peggiorare, litighiamo solo ed esclusivamente con chi tifa juve, aspettiamo un momento prima di reagire nel male, perché, forse, riflettendoci, c'è qualcosa di buono che potremmo fare: aiutare Napoli, aiutare la nostra amata città, mettendo in atto quell'estrosità che tanto proclamiamo. 


Non è facile, lo so, ma è più difficile se si è da soli, e noi, gente, non siamo soli, non lo siamo mai stati, abbiamo noi, la nostra storia, la nostra tradizione, la nostra città! Io vivo lontano da qui, ho scelto la via facile, sono un disertore, quindi? Non lo so... 

Ma voi, voi che respirate quest'aria, che attraversate queste vie e che potete godere ogni sera del miglior quarto di luna possibile, aiutate Napoli a curarsi le ferite, non feritela pensando di non poterle più causare del male, perchè ne soffre, ne soffre e si sente abbandonata dai suoi stessi figli. 

Aiutate la vostra città, nonostante i politici e le loro nefandezze, nonostante i vostri guai, nonostante l'indifferenza di quest'Italia brutale, che non ci merita, che non ci ha mai capiti, cosa che, invece, ha sempre fatto il resto del mondo. 



Da qualche parte, dimenticata e luccicante, si nasconde la spada nella roccia; cerchiamola!

Luigi Mancini