Ultime recensioni

Visualizzazione post con etichetta cavinato editore. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cavinato editore. Mostra tutti i post

giovedì 4 maggio 2017

L'artista della morte di Michele Franco Recensione

Buonasera cari lettori. Vi propongo la recensione del secondo libro che leggo di Michele Franco, L'artista della morte, un romanzo thriller rivolto a tutti gli amanti del genere e che preferiscono le atmosfere fatte di suspense e di attesa...

L'artista della morte
di Michele Franco

Editore: Cavinato
GENERE: Thriller
Prezzo: 5,99 
Formato: eBook
Data d'uscita: 2017
Link d'acquisto: QUI

Trama:
Un feroce serial killer cattura due ragazze per volta e, dopo averle narcotizzate, ne uccide una, mentre costringe l'altra a guardare e la rilascia al termine del massacro. Perché fa così? Perché, poi, rischiare così tanto? Durante il corso delle indagini Giacomo Ranieri, un abile commissario, con l'aiuto di Elena Monni, testimone del primo delitto, viene a scoprire che l'assassino non considera quelle uccisioni degli omicidi, ma materia per completare la sua "opera d'arte" ed i testimoni suoi critici. Inizia così una corsa contro il tempo per scoprire l'identità "dell'artista della morte" e fermarlo, prima che concluda il suo "capolavoro".

martedì 23 dicembre 2014

La prossima star. Nastro rosso in TV di Paola Zivelli Recensione

Buon pomeriggio cari lettori, pochissimi giorni prima di Natale, posto l'ultima recensione prima delle feste. Un romanzo scritto dalla giornalista e scrittrice Paola Zivelli, che ha collaborato con TV Sorrisi e Canzoni, con programmi televisivi di successo e con la Mondadori, che s'intitola La prossima star. Una storia che racconta cosa si cela dietro il grande e pesante telone dello spettacolo, quali sono i meccanismi che lo controllano e le personalità sociali e politiche che ne decretano l'esistenza. 
Una lettura che non lascia indifferenti, che spinge a riflettere su un sistema che ci tocca tutti da vicino, nessuno escluso. Un romanzo che ti apre le porte su nuove scoperte e che spesso mi ha lasciata a bocca aperta. 

Leggiamo insieme la recensione e ditemi cosa ne pensate! 


 Intanto vi auguro un felice Natale e serene feste!   



Titolo: La prossima star. Nastro rosso in TV
Autore: Paola Zivelli
Editore: Cavinato
Pubblicazione: 2014
Genere:Romanzo
Pagine:336
Prezzo:Cartaceo 23,00
Link Acquisto



TRAMA 

 Il romanzo narra in modo molto chiaro retroscena della “dorata” TV e del giornalismo con una immersione dinamica, situazioni e intrecci proprio in quel mondo di cui poco si conosce realmente, nelle sue sfaccettature. Scritto a "voce alta", come la trama di un film, senza limiti di crude verità, la scrittrice fa testo a situazioni veritiere che spesso, dall’ambiente della televisione e del giornalismo, non vengono rivelate. Incalzano anche il mistero e i colpi di scena in una sorta di thriller realistico che si può rivelare un best-­seller, a volte ironico, in cui si manifesta una realtà spesso facente parte del quotidiano in genere. Il messaggio è chiaro, la scrittrice vuole dichiarare gli intrighi del “dietro le quinte”. Dall’essenza provocatoria, colei che diventerà la “Prossima Star” avrà la sua parte sì, ma come? Lasciamolo scoprire al lettore.



BIOGRAFIA


Paola Zivelli è romana, giornalista professionista specializzata in televisione, musica, cinema e spettacolo con lunga esperienza. È stata per anni inviato speciale del settimanale TV SORRISI E CANZONI e collaboratrice del settimanale TELEPIÙ. 
Grazie alla sua inchiesta sulla «Storia del grammofono e del disco» pubblicata a puntate sul settimanale TV SORRISI E CANZONI, poi diventata dettagliato catalogo storico per la mostra “1877-­1977 CENTO ANNI DI REGISTRAZIONI SONORE”, vince il primo premio dell’omonimo concorso indetto per l'occasione dall'AFI, Associazione Fonografi Italiani. 
Per Rai-­Radiodue è autrice dei testi delle trasmissioni “MEZZOGIORNO CON I POOH”, e puntate speciali di ‘RADIO OPEN’. 
Fra le sue esperienze come ufficio stampa:"COMPAGNI DI VIAGGIO" primo CD che raccoglie poesie di PAPA GIOVANNI PAOLO II° interpretate da VITTORIO GASSMAN. 

Per Raiuno collabora con Raffaella Carrà, come consulente artistico, occupandosi del coordinamento della redazione del grande successo televisivo "CARRAMBA CHE SORPRESA" e, contemporaneamente, è consulente di importanti agenzie fotografiche. 

Attualmente collabora con la redazione di BUDDISMO e Società, bimestrale dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. 

Grazie alle esperienze sul campo nasce il suo primo romanzo/denuncia sul ‘dietro le quinte’ del mondo televisivo e giornalistico intitolato “LA PROSSIMA STAR-­ Nastro rosso in Tv”.




“Noi produciamo solo finzione, sogni che da un momento all’altro svaniscono come bolle di sapone. La tv che facciamo non ha passato, non ha futuro, non ha storia. E’ il nulla.” 

La prossima star è uno di quei romanzi scomodi, che anche se non fa riferimento a nomi e a situazioni reali, è il sistema di cui parla ad incrinarsi, nonostante tutto, sotto il peso della denuncia. 
Paola Zivelli, giornalista e scrittrice, che ha collaborato per tanti anni con TV Sorrisi e Canzoni e con Telepiù e ha contribuito, come consulente artistico, al grande successo di programmi come Carramba che sorpresa!, condotto da Raffaela Carrà, ci racconta, attraverso metafore e suggeriti intendimenti di un mondo del quale facciamo parte tutti, ma dall’esterno: la televisione. 

I suoi meccanismi, i suoi finti miracoli, le sue pseudo celebrazioni da quattro soldi. Questo libro ti offre la possibilità di affacciarti dal davanzale di una finestra invisibile e spiare oltre tutto ciò che credi di sapere e che non immagineresti mai. La prefazione dell’ex direttore del settimanale Tv Sorrisi e Canzoni, Gigi Vesigna, presenta con parole semplici e chiare a cosa andrà incontro il lettore che deciderà di leggere questo romanzo, a quali ingiustizie e nefandezze sarà costretto ad assistere, alle gelosie, alle corruzioni che si nascondono dietro il grande telone dello spettacolo. 

Ferrini è un giornalista alla ricerca della prossima star, colei che oscurerà la luminosità di tutte coloro che l’hanno preceduta e per la quale le due reti televisive più importanti, Upper Channel e A.I.R.E.-TV, lotteranno per imporsi sui dati Auditel. Una guerra televisiva che fin dalle prime pagine sembra essere caratterizzata esclusivamente dalla potenza degli ascolti, dagli sponsor e dalla possibilità di scovare, finalmente, una nuova stella che possa intrattenere milioni di spettatori davanti allo schermo ogni sacrosanta puntata, arricchendo i marchi pubblicitari e accrescendo l’importanza ed il successo della rete che l’ha lanciata. 
Ferrini come tanti altri, non è altro che una pedina in una scacchiera priva di colori, che cerca di districarsi nel mezzo di questo groviglio di meraviglie e terrori di cui è fatta la televisione. 

Chi sarà la prossima star? 

La dolce ed indifesa Loretta o la cinica e spietata Susanna? Entrambe ballerine professioniste, profondamente amate dal pubblico e desiderose di essere scelte per il grande show del sabato sera che il direttore della rete televisiva A.I.R.E.-TV, Rambaldi, sta organizzando. 

Lo stile della Zivelli è chiaro e scorrevole. Ci presenta l’ambiente televisivo e ciò che lo circonda attraverso svariati personaggi, inseriti in contesti diversi, capaci di mostrare le varie facce della luna chiamata TV. Ma a questo clima realistico e veritiero si aggiunge una strana atmosfera fantastica, che avvolge ed imprigiona alcuni personaggi, come Loretta e Susanna, rendendo le loro azioni vittime di pericolosi presagi, come l’eco di qualcosa di già destinato e quindi ineluttabile. Figure nere che appaiono nei sogni, danzatrici macabre che hanno il sapore degli incubi, gatti neri che miagolano nella notte e che diventano oscure presenze e strani compagni di improbabili streghe. C’è un fitto alone di mistero che rende alcune scene più inquietanti e sinistre, come se dietro ad ogni azione o parola si nascondesse molto altro da scoprire e questo basta ad accrescere la curiosità. 

Rambaldi è il centro della narrazione, intorno al quale ruotano le chiacchiere, le discussioni e le scelte degli altri protagonisti. Egli è l’uomo nel mirino, quello che tutti cercano al momento e che vogliono intervistare, ci vogliono parlare, vogliono sapere quel nome, il nome di colei che lui sceglierà per essere la stella del suo nuovo show. Ma Rambaldi è un uomo oscuro, sempre a caccia di donne. A volte collerico e violento, abituato a credere che tutto sia possibile grazie alla sua onnipotenza. Il suo aspetto fisico è tristemente banale, tratti somatici irrilevanti, statura bassa ed un atteggiamento vanitoso ed esibizionista. Eppure è lui il personaggio televisivo più potente, a tal punto che la sua influenza non può essere sottovalutata da coloro che voglio diventare delle vere star come Loretta e Susanna. 

La Zivelli usa molti aggettivi per descrivere gli attori del suo romanzo, permettendo a chi legge di figurarseli chiaramente sia fisicamente che caratterialmente in modo da rendere credibili i loro comportamenti e le loro scelte. Rambaldi, ad esempio, è furbo e sicuro di sé. E’ descritto egregiamente come un uomo freddo e distante, prepotente ed esigente, che non ammette errori. Eppure la sua personalità diventa suadente e carezzevole come quella del diavolo quando deve ottenere ciò che vuole. Il suo fascino risiede proprio in questo: in ciò che nasconde e che a tratti viene fuori, creando continue crepe nelle sue maschere e nel suo apparente stato di controllo. 

La guerra della televisione non è solo a colpi di Auditel, per stabilire tra reti concorrenti, quale sia il programma che ha avuto più successo, ma inizia molto prima, dietro le quinte e coinvolge tutti coloro che ne prendono parte, iniziando proprio dalle pseudo protagoniste, ipotetiche primedonne che lottano per ottenere quel posto in primo piano che le consacrerà a diventare delle vere star televisive. Ed è così che mentre Loretta sembra essere, almeno inizialmente, la prescelta da Rambaldi, Susanna non vuole assolutamente cedere, accettando la sconfitta, ed è pronta a fare qualsiasi cosa per ottenere ciò che secondo lei le spetta, dopo tanti anni di sudore e fatica. E’ estroversa, sensuale, presuntuosa ed orgogliosa proprio perché si considera la migliore. Ha già sedotto in passato Rambaldi ed è pronta a rifarlo, se fosse necessario, senza pensarci due volte. E’ una donna di marmo, forte e determinata, la sua furia è fatta di rabbia e di tenacia. 
Molto complesso il suo personaggio, soprattutto quando alla sua storia, si aggiungeranno una serie di elementi che renderanno ancora più difficile la sua caratterizzazione. 

Sia lei che Loretta ricevono telefonate minatorie da qualcuno che le vuole male. Il clima si appesantisce, si carica di tensione e di continua guerriglia sottile e seminascosta che scorre tra i corridoi e ancora più affondo dietro i programmi televisivi. L’arroganza, la furbizia, l’aggressività, la prepotenza, tutte caratteristiche che chi gioca in questi ambienti deve possedere per andare avanti, in una lotta che non finisce mai e che non ti fa mai sentire arrivato. 
Il piccolo schermo è costeggiato da una miriade di comparse, di attori quasi inanimati che svolgono macchinalmente i loro ruoli, perché quelli sono i ruoli a cui sottostare, come se un’enorme copione indirizzasse le gesta e le frasi di ciascun personaggio, incastrandolo perfettamente negli spazi vuoti di questa terribile e gigantesca storia. 

Giornalisti, manager, fotografi, ballerini, coreografi, locali ed agenti ruotano come sfere impazzite attorno ad un unico universo, quello della tv. L’autrice lascia intendere chiaramente che è un mondo fatto di manipolatori, di persone che ti fanno un favore in cambio di un altro, in cui nessuno è pulito e in cui tutto è inevitabilmente sporco. Dietro esiste la grande piramide del vero potere, il cui vertice è la politica. La televisione è comandata dai politici così come il vero successo di un personaggio televisivo dipende da quanto riesce a farsi amare dal pubblico, ingannandolo. 

Impensabili meccanismi televisivi controllano anche la costruzione di uno show di successo e la nostra autrice ce lo racconta in modo semplice e di grande effetto. 

“Se davvero vuoi lo show sfarzoso come dici, è in controtendenza. I gusti cambiano, le pretese aumentano e nessuno si accontenta. I telespettatori sono figli di puttana e i critici pure…Se proponi sogni e pailletes dicono che c’è bisogno di varietà senza pretese, innovativi e sperimentali, con facce di gente comune. Quando poi tenti di dare quello che hanno appena chiesto, ti sbattono in faccia il bisogno di evasione e la nostalgia per i sogni della tradizione. Lo fanno apposta, per dispetto.” 

La narrazione procede mentre l’attesa e la suspense crescono, alternata alla comparsa alienata e straniante di questa figura macabra e nera che incarna metaforicamente le paure e le incertezze che covano dentro ciascun personaggio che fa parte della vetrina di questo grande spettacolo. C’è molta oscurità, molto più di quanto possiate immaginare. 
La Zivelli racconta senza stancarsi cosa c’è dietro la nostra tv, ci conduce tutto d’un fiato in quei meta-luoghi in cui tutto avviene e tutto è inesistente, dove s’incrociano la politica, i giornali, i locali, i fotografi, le reti televisive e i personaggi dello spettacolo. Ci spiega come avvengono i servizi fotografici, l’invidia, la rabbia, la sete di vendetta, i colpi bassi, la corruzione, la svendita dei corpi e di come tutti quanti ne approfittino. E alla fine non vi sorprenderete mica se la tensione erotica che buca lo schermo, vale molto più della bravura? 

E su questo sfondo che sfonda la realtà e crea un mondo in cui le idee sono comandate da un telecomando virtuale che senza accorgervi, vi arriva fino al cervello, c’è chi ruba le idee per i programmi di successo e chi architetta un modus operandi efficace e mai compromettente per ricattare ed ottenere ciò che vuole. 
La televisione tradisce e non perdona. Ti brucia senza pietà quando non vai più bene e dovresti essere tanto furbo da salvarti la “vita” prima che arrivi la tempesta. 

Chiacchiere, gossip, discussioni, spie e intrecci pazzeschi tra vita privata e pubblica e il tutto diventa una verità romanzata che è soprattutto verità. A tratti la storia mi ha lasciata davvero a bocca aperta perché ti rendi conto di come la vita possa essere paradossale e scopri come proprio le due antagoniste della guerra per la conquista del grande show, resteranno entrambe fregate da qualcosa di completamente impensabile. 
E questo davvero non riesci ad aspettartelo, non puoi. 

Il romanzo è perfettamente lineare, furbo ed intrigante, non vi porta per i vicoli né per stradine buie, vi conduce, se avete occhi per vedere, direttamente dove volete andare e dove avete bisogno di arrivare per capire. Paola Zivelli sa scrivere storie, è una che con la scrittura ci vive, e si vede. 
C’è poco da fare, puoi anche metterti lì a cercare, frase dopo frase, per scovare una falla, un fosso, un passo falso ma non lo trovi. E’ tutto ben incastrato, come un giallo che leggi per la curiosità di scoprire chi è l’assassino. La stessa curiosità mista ad ansia la provi nell’attesa di scoprire chi è la prossima star. Quella tensione che sale, quel pizzico di terrore, quel saper mescolare presagi, maledizioni, incubi tormentati e illusioni tortuosamente abbellite da fantomatiche verità, rendono questo romanzo molto più che la storia di ciò che si nasconde dietro la tv. Lo rendono una trama che cattura, che t’incuriosisce, che ti prende, proprio come se stessi leggendo un thriller di alto livello e fossi tutto proteso ad arrivare alla fine, per afferrare finalmente la soddisfazione che meriti, dopo aver tanto penato e aver sofferto dietro quel mistero. 

Paola Zivelli è brava a non farti neanche lontanamente immaginare l’abominio mostruoso che soltanto le ultime pagine sveleranno, quella prossima star che tutti attendono e che l’oscuro Rambaldi ha finalmente trovato. 
E’ un gioco spietato e drammatico quello della televisione, che miete continuamente vittime eppure è anche capace di rinnovare le vite e caricarle di nuove e preziose energie. 
Il finale è pazzesco, folle, inaspettato e come un cerchio perfetto tutto ritorna a collegarsi e a unire il filo sottile che lega quella figura macabra ed evanescente che si muove come una marionetta fin troppo umana alla nascita della nuova star. 

Il piccolo grande schermo, come ce lo racconta l’autrice, fa rabbrividire. Perso nei suoi lustri e nelle sue musichette da varietà, lo show mette terrore come le più classiche storie dell’orrore. In quell'ambiente niente si salva e tutto è perduto e proprio per questo fin troppe persone sono pronte a tutto e leggere fino a che punto, fa ingenuamente tremare chi non è ancora pronto a scoprirlo. 

La televisione insieme ai mezzi di comunicazione di massa viene considerata parte del quinto potere, ossia un potere capace di creare consensi. Nel romanzo emerge chiaramente quanto dietro ogni programma televisivo ci sia la scelta di catturare il pubblico, confonderlo, appropriarsi di tutto l’interesse e muoverlo a proprio vantaggio. La tv è in grado di creare una realtà che possa essere usufruita da chi la guarda, mettendo in evidenza solo ciò che deve essere visto, guardato e pensato e omettendo tutto il resto. Pasolini sosteneva che la televisione si asserve alla massa dei telespettatori per asservirli e per indirizzarli verso un modo di pensare fatto di banalità, ignoranza e vanità. Come se al mondo non servisse altro, proponendo soltanto valori falsi ed alienanti perché il sistema che sta dietro la tv, agisce in modo che chi la guarda sia concentrato su determinati aspetti e si dimentichi dei veri problemi. 
Se solo pensiamo all’orrore che quotidianamente i grandi salotti della tv ci profilano riguardo le morti, gli assassini, le tragedie familiari che non fanno altro che accendere quella curiosità macabra verso la morte che forse non appartiene neanche a ciascuno di noi, ma ci viene suggerita, imposta dal modus pensandi che la tv ha creato per noi. 

Oggi tutto va in televisione, talk show, grande fratello, grandi show del sabato sera non fanno che parlare, giudicare, criticare molto più di qualsiasi vero processo nei tribunali. Basta che si guarda la tv e sembra che il colpevole già sia stato sentenziato. Così come un misero televoto decide chi deve uscire dalla casa più famosa d’Italia, così un branco di figurine televisive, tra pseudo criminologi e presunte giornaliste e qualche politico dismesso, decidono chi sarà il prossimo innocente a cui dare la medaglia del personaggio più discusso della settimana. Che siano donne, uomini o bambini, che importa? 

La tv divora, mastica, ingoia qualsiasi cosa. E pochi si rendono conto che quelle che ci propinano non sono altro che verità impacchettate con i fiocchi e le coccarde. Dovremmo tutti capire una cosa, che oggi più che mai, la televisione è uno strumento molto pericoloso, un vero e proprio lavaggio del cervello, che non ammette repliche, che ossida, annienta le funzioni del nostro pensiero. La tv ci fa vedere solo ciò che qualcuno vuole che noi vediamo, sappiamo, pensiamo. 

Discussioni, dibattiti, litigi, fantomatiche indagini, non sono altro che grosse caramelle da luna park che ci danno per farci riempire la bocca e non pensare.

Purtroppo chi dice queste cose è una che la televisione non la guarda e non l’ha mai guardata. Quindi non chiedetemi cosa passano alla tv stasera, ho un libro sulla scrivania. Ma voi intanto leggete il libro di Paola Zivelli e dopo forse la tv la guarderete con occhi diversi, gli occhi di chi sa come funziona. 

Ringrazio l’autrice per avermi dato la possibilità di leggere il suo romanzo. E’ stato un onore per me entrare nel suo “mondo” e comprendere, spero, ciò che lei vuole che si sappia di ciò che riguarda la sua storia e non solo.




venerdì 12 dicembre 2014

Poche storie di Stefano Uggè Recensione

Buon pomeriggio! Prima del weekend ho voluto pubblicare la recensione di questa raccolta di racconti di un autore, Stefano Uggè, di cui ho già recensito un romanzo, intitolato La setta delle tre erre, che potete leggere quiAdesso invece, vi parlerò di una serie di storie che hanno a che vedere con il soprannaturale, il terrore e la paura! Insomma per gli amanti del genere e non, può risultare una lettura molto interessante. Provare per credere!




Titolo: Poche storie
Autore: Stefano Uggè
Editore: Cavinato
Pubblicazione: 2014
Genere: Racconti Noir
Pagine: 120
Prezzo:10.20
Link acquisto



TRAMA

Troviamo in questo libro una raccolta di racconti noir, adeguata ad ogni lettore, pur se non prettamente amante di questo genere di lettura, in quanto le storie narrate in questi scritti, non portano alla "noia" ma liberano la fantasia in particolar modo nella particolarità che l'autore, Stefano Uggè, ha nello scrivere le parti finali dei racconti. Una serie ,in sequenza, di letture che scorre fluida e accattivante, in descrizione delle varie città in cui le vicende si svolgono e prendono forma. Come anche gli ambienti, i personaggi, e i minimi particolari ben descritti insieme agli scenari. Ci troviamo quindi, in un contesto di vivibile lettura in tutti gli aspetti del libro. Ogni racconto è una città diversa, un posto diverso in cui vivere un'avventura nonché la suspance che la accompagna, e che diventa viva leggendola. In "Poche Storie" si possono apprezzare eclatanti scene che spaziano tra realtà, mistero, fiato sospeso, colpi di scena ed il surreale che appartiene al genere. Ci possiamo trovare quindi con la bellissima ed angelica "Eleonora", o con David...



BIOGRAFIA

Stefano Uggè nasce a Lodi il 15 giugno 1974. Sin dalle scuole medie mostra di avere grande fantasia e si cimenta con i propri compagni di classe a scrivere piccole parodie di film o di canzoni, per puro divertimento. Nel tempo libero legge i racconti di E.A. Poe e qualche libro di fantascienza. Attorno ai 18 anni scopre la passione per Stephen King, ma distratto dai divertimenti adolescenziali (playstation, amici, calcio…) accantona il piacere di scrivere. Nell’estate del 2006 divora “ON WRITING”, l’autobiografia di S. King. Grazie a quel libro, infatti, si riaccende in lui qualcosa che forse non si era mai del tutto spento, ma era stato solo accantonato in un angolo remoto della sua personalità. Un po’ per gioco e un po’ per sfida personale, scrive il suo primo racconto : “IL CASTELLO” che viene incluso nell’antologia del Premio Logos II edizione, come uno dei migliori racconti del concorso letterario. Successivamente scrive altri racconti che pubblica sul web: “IL TAGLIO PERFETTO”, “GALLERIE”, “LA FERITA”. Nel 2014 pubblica il suo primo romanzo, edito da “CAVINATO EDITORE INTERNATIONAL” intitolato “LA SETTA DELLE TRE ERRE”, e la raccolta Noir “POCHE STORIE”.




“Quello che sto vedendo adesso, così atroce e macabro, è un potente segnale che mostra l’esistenza di qualcosa che si può identificare come IL MALE, indipendentemente dal nome con il quale lo si vuole chiamare.” 

Una raccolta di storie horror che inizia nel modo più inquietante, presentandoci le forme spaventose di un castello che incarna perfettamente le caratteristiche di questo genere letterario. La sua descrizione è minuziosa e carica di particolari proprio perché l’autore pretende di farci vedere subito ciò a cui stiamo prendendo parte, leggendo. Un’intensa aria che sa di orrore si respira sia all’esterno che all’interno del castello e non è difficile immaginare che qualcosa di molto sbagliato stia per accadere. E’ proprio nella Sala delle Torture, in cui verremo condotti insieme ai personaggi, che la razionalità si ritira impaurita di fronte alla follia e alla più arcana paura.
I demoni interiori delle lunghe e sanguinose torture prendono il sopravvento portati dalla nebbia, nemica delle anime che cercano invano una salvezza che non può esistere in un luogo come questo. 

Lo stile di Stefano Uggè, di cui ho già recensito il romanzo intitolato La setta delle tre erre, è una piacevole conferma. Il lieve senso di ansia e di imperturbabile silenzio avvolge le atmosfere colorandole lentamente di nero e soffocando qualsiasi grido di aiuto. Il castello è l’emblema dei racconti del terrore ma qui non troviamo mai scene splatter o condizioni in qui l’orrore è portato all’esasperazione del macabro, rendendolo spesso ridicolo. L’autore riesce a raccontare, imprimendo in chi legge, il desiderio di andare avanti con l’ansia di fare un passo indietro che poi alla fine non fai, perché tanto sai che in fondo sei fuori da quei luoghi nefasti e malvagi, anche se la tua mente ti suggerisce il contrario. 

Ne Lo strano incontro, molti elementi si fondono creando una storia all’apparenza normale, nella quale però vengono poi inseriti elementi legati al mistero e alla suspense. Ci si accorge solo alla fine che colei che era la vittima in realtà non è assolutamente ciò che appare, e l’autore, anche in questo caso come nel romanzo citato in precedenza, è molto bravo a descrivere i meccanismi mentali che creano mostri dentro e fuori le anime dei protagonisti. Mostri che grondano follia o veri e propri demoni che prendono possesso delle anime fragili e dedite inconsciamente al male. Così tragedie del passato si rivelano figlie del presente e difficili da estirpare soprattutto quando chi fa del male è insospettabile. 

Le atmosfere sono sempre lente, molli, appiccicose di quell’ansia che non riesci a toglierti di dosso. Ed è in questo che si cela tutto l’orrore di una devastazione mentale e fisica che conduce a compiere atti malvagi da parte di assassini privi di logica. Con minuzia e dovizia di particolari Uggè ci racconta anche e soprattutto le scene più raccapriccianti e per i deboli di stomaco è meglio non guardare. 

In ogni racconto l’ambientazione riprende un luogo tipico delle storie horror. Castelli, catacombe, sotterranei, case infestate di fantasmi. Ed è proprio un fantasma ad intimorire i protagonisti del racconto L’annuncio. Il fantasma di una bambina che ha ancora qualcosa da dire al mondo. 
Lo stile di Uggè è maledettamente preciso nella sua inquietudine. Non puoi non accorgertene. La scrittura scorre priva di errori e lui tranquillamente ti conduce laddove vuole, senza distrazioni. Nei suoi racconti è apprezzabile la capacità di coinvolgere il lettore in storie sempre ben costruite e mai lasciate al caso del tanto per fare. Storie che via via si complicano come in una sorta di piramide capovolta in cui la punta coincide con il primo racconto più breve e semplice dal punto di vista dell’intreccio ed immediato da quello dell’effetto, e la base con gli ultimi racconti sempre più articolati ed intensi, sia per l’intreccio sia per lo spessore e la quantità delle emozioni coinvolte. 

Luoghi non solo infestati da fantasmi ma anche da altre entità paranormali che si mostrano in tutto il loro orrore. Terre dimenticate in cui sanguinose vicende di vendetta e di morte sono state seppellite per non essere mai conosciute. Eppure il male di Uggè trova sempre il modo per arrivare, per raggiungerti anche quando pensi di esserti messo in salvo. E questo l’autore ce lo fa capire in modo chiaro, senza alcuna possibilità di fraintendimento. Non esistono fughe possibili. Scenari da brivido in cui misticismo e fede si contendono lo scettro della verità. E in questi racconti tutto è terribilmente possibile. 
State a guardare. 

Incubi che uccidono come fossero reali, premonizioni, atti di violenza e squallore, perdite di controllo, segreti e misteri nascosti nei luoghi più impensabili rendono queste letture un minaccioso panorama sull’incubo attraverso gli occhi di un autore che ancora una volta dimostra di conoscere molto bene ciò di cui sta narrando. Il suo stile è sempre scenografico e anche se chiudiamo gli occhi ormai le porte della nostra mente sono spalancate sull’abisso nero e informe dal quale risalgono creature di cui non conosciamo il nome e mai vorremmo saperne. 
E a volte capita che quella vendetta seppur così tremenda ed efferata possa farci tirare un sospiro di sollievo ma è solo un attimo perché sappiamo che dietro ogni azione di queste storie c’è sempre un’unica forza che sa di dolore e di morte. Che odora di muffa e si ricopre di cenere bruciata. Non c’è spazio per la luce né per il profumo caldo della vita. 
Spazi angusti, chiusi, impenetrabili. Sono così le atmosfere nelle quali manca l’aria, dove non puoi respirare. 

Uno dei miei racconti preferiti è Il controllo. Anche qui l’ambientazione è tipica del genere: un albergo. La narrazione è incredibile, tutto è il contrario di tutto e accade ciò che non ti aspetteresti mai. Più si va avanti nella lettura e più l’autore dimostra padronanza, sicurezza, incastrando perfettamente tutti gli elementi al posto giusto. Le sue parole sono penetranti, crude, visivamente incandescenti. Come puoi non vedere? Come puoi non sentire? Tutto quel dolore, quella rabbia, quell’orrore. Le parole gridano ed esigono la tua presenza. E tu non riesci a sottrarti. Vuoi sapere, vuoi vedere come va a finire perché il ritmo diventa sempre più incalzante e tu ti lasci rincorrere dalle storie o le rincorri tu stesso per dirti che sei arrivato alla fine sano e salvo. 

“Il controllo. Adesso era suo.” 

Il controllo è un racconto cattivo, di quelli sbagliati, irriverenti, nei quali non esiste alcuna forma di redenzione. Dolore per il piacere del dolore. La sofferenza per godere, il pungente odore del male che fa della carne e del sangue il suo trofeo. 

Queste sono storie cattive per gente che non si spaventa. Che non ha paura degli incubi prima di andare a dormire, che non trema di fronte all’imponderabile, che non scappa da quei luoghi che si portano addosso le cicatrici della maledizione. 

Punto e a capo è un racconto legato alla scrittura dove il protagonista scrive storie di cui è terrorizzato lui stesso. L’intreccio si sgretola sotto i nostri occhi, tutto comincia a muoversi vorticosamente e non riesci più a capire se è un incubo o è tutto dannatamente vero. Il clima che si respira è pauroso, i sensi sono sensibilmente in allarme per qualsiasi cosa e sopraggiunge l’ansia che ti attanaglia mentre stai leggendo di qualcosa che in teoria non ti dovrebbe riguardare. Ma davvero? 

I momenti sono scanditi perfettamente, attimo dopo attimo, come se la paura avesse a disposizione tutto il tempo del mondo. Perché tanto noi non scappiamo. E dove mai potremmo andare? 

“La gola è secca, ho bisogno di un bicchiere d’acqua, ma ho paura di uscire dalla stanza; è la prima volta che mi capita di essere terrorizzato, nonostante scrivo racconti horror.” 

L’atmosfera è surreale. Tutto è incredibile, drammatico, terrificante. Assurdo, astratto, torbido, insano. Le scene sono vivide, maledette, malate, alcune calde come l’inferno che le parole spregiudicate dell’autore non smettono di evocare, altre fredde come il ghiaccio ed insensibili come la morte. 

L’ultimo racconto è dedicato ai libri, ambientato in una biblioteca, alla ricerca di un manoscritto e al cospetto di un incontro inquietante. E’ proprio alla fine di questa storia, che l’anima dell’autore, attraverso l’alterego del suo protagonista, esplode e si confessa mettendo a nudo la sua umile e pura volontà di scrittura, augurandosi che il proprio cammino si popoli sempre di più di nuovi lettori. 

“L’istinto e il destino mi dicevano di sfruttare la mia forte immaginazione. Di coltivare la mia fantasia che continuava a produrre idee sempre nuove. Così iniziai a scrivere altri racconti, di paura, suspense, in bilico sulla linea che separa il filo logico della ragione dal surreale.” 

L’aria è cupa, carica di ombra e di rovine. E’ povera di luce, ansimante di terrore, sconvolta dalla dura legge del male. Non esiste salvezza per l’autore perché le vittime sono sempre gli uomini e le donne, siamo noi che di fronte all’imponderabilità della follia sia essa umana o demoniaca, presenza invisibile o fatta di carne, riconosciamo la potenza inesorabile del soprannaturale contro cui nessuno è in grado di vincere. 

Il mondo che emerge da queste storie è un mondo in cui i morti camminano tra noi, in cui esseri demoniaci ed immortali assumono il ruolo di conquistatori e di nemici dell’uomo e della sua logica. Non esistono eroi, ma solo una natura blasfema che incorpora l’aria e l’atmosfera in cui i personaggi tentano di sopravvivere, rendendola oscura e pesante. L’autore lascia molto all’immaginazione di chi legge ed è proprio quest’ultima a rendere reale e tangibile anche ciò che non può e non deve esserlo. 
Leggendo ho pensato ai racconti di Lovecraft nei quali l’uomo non è che un fuscello privo di volontà di fronte alle forze cieche e malefiche che dominano l’universo. Anche qui è così, per l’autore l’umanità non ha via di scampo, le vite dei personaggi sembrano essere solo pedine per far divertire e per soddisfare altre entità. Eppure come per Lovecraft, anche per l’autore, l’unico cammino possibile sembra essere quello dell’immaginazione e quindi quella del sogno, e come dice lui stesso: “Sognare… non costa niente.” 
E’ vero, basta solo avere il coraggio di non smettere.




giovedì 4 dicembre 2014

La setta delle tre erre di Stefano Uggè Recensione

Buon pomeriggio cari lettori! Dopo quasi una settimana, eccomi tornata con una nuova recensione di un romanzo che mi è piaciuto molto e che già come genere narrativo, rientrava perfettamente nelle mie preferenze. La setta delle tre erre di Stefano Uggè è un romanzo che racconta una vicenda soprannaturale, di magia e di morte, senza distaccarsi dalle atmosfere tipiche del thriller e del noir. 
Come sempre fatemi sapere cosa ne pensate!





Titolo: La setta delle tre erre
Autore: Stefano Uggè
Editore: Linee Infinite
Pubblicazione: 2016
Genere: Thriller/Noir
Pagine: 474
Prezzo: 15,00 euro



TRAMA


Romanzo Noir in eccellenza, ambientato in Piemonte, fra le varie bellezze misteriose della Città di Torino, con i suoi dintorni, molto affascinante ma… magicamente nera. Sandro e Katy, i primi protagonisti, due giovani rappresentanti si incontrano a Torino e, rapidamente, vengono catapultati in un vortice di eventi provocati da Vincenzo, un uomo malvagio e potente, capo supremo di una setta satanica che svolge i suoi macabri rituali nei sotterranei del Tempio della Gran Madre di Dio. Lo scrittore presenta nel romanzo una sequenza di scenari e situazioni molto particolari, tra il reale ed il surreale, il Noir ed il Thriller, la fantasia e la realtà si intrecciano in modo fluido al punto di rendere l’opera mai noiosa al lettore. Si presenta leggibile e comprensibile ad una fascia di lettori dall’adolescenza in poi, ben definito nelle parti ambientali, fluido e scorrevole nella sintassi grammaticale.


BIOGRAFIA

Stefano Uggè nasce a Lodi il 15 giugno 1974. Sin dalle scuole medie mostra di avere grande fantasia e si cimenta con i propri compagni di classe a scrivere piccole parodie di film o di canzoni, per puro divertimento. Nel tempo libero legge i racconti di E.A. Poe e qualche libro di fantascienza. Attorno ai 18 anni scopre la passione per Stephen King, ma distratto dai divertimenti adolescenziali (playstation, amici, calcio…) accantona il piacere di scrivere. Nell’estate del 2006 divora “ON WRITING”, l’autobiografia di S. King. Grazie a quel libro, infatti, si riaccende in lui qualcosa che forse non si era mai del tutto spento, ma era stato solo accantonato in un angolo remoto della sua personalità. Un po’ per gioco e un po’ per sfida personale, scrive il suo primo racconto : “IL CASTELLO” che viene incluso nell’antologia del Premio Logos II edizione, come uno dei migliori racconti del concorso letterario. Successivamente scrive altri racconti che pubblica sul web: “IL TAGLIO PERFETTO”, “GALLERIE”, “LA FERITA”. Nel 2014 pubblica il suo primo romanzo, edito da “CAVINATO EDITORE INTERNATIONAL” intitolato “LA SETTA DELLE TRE ERRE”, e la raccolta Noir “POCHE STORIE”.



L’inizio di questo romanzo è eccezionalmente misterioso. Ci troviamo di fronte ad una storia che parla del Male, di cose cattive e sbagliate, ed è immediato il coinvolgimento in un clima carico di tensione e di inquietudine, respirandolo fin dalle prime pagine. 
La capitale di tutto il segreto e l’indomito e perverso mondo della magia è Torino, conosciuta come vertice unico di due triangoli magici. Vertice Bianco, insieme a Praga e Lione e Vertice Nero, insieme a Londra e San Francisco. L’ambientazione dunque, non lascia possibilità di fraintendimento: ci troviamo nel bel mezzo di un’atmosfera esoterica molto forte, che non fa assolutamente nulla per nascondere la sua potenza. 

Una voce narrante esterna ci racconta le azioni di quello che apparentemente sembra il protagonista di nome Sandro e lentamente fanno il loro ingresso gli altri personaggi, la cui consistenza e identità, almeno per il momento, non riesce minimamente ad intaccare l’attenzione del lettore, completamente catturata dalla descrizione della città, unica e grande padrona della scena. L’aria che si respira, rigo dopo rigo, è densa e cupa. Sembra quasi che dietro ad ogni frase, precisa, chiara ed efficace, ci sia un avvertimento nei confronti di chi legge, mettendolo in guardia di fronte ad una storia che può turbare per molti motivi e dunque suggerire a chi vuole fermarsi, di farlo adesso, perchè dopo sarà difficile tornare indietro. 

Il linguaggio è scorrevole, privo di errori, capace di accompagnare la descrizione dei fatti senza alcuna falla nel sistema narrativo, creando un intreccio in cui storia e leggenda si mescolano, rendendo l’atmosfera o tremendamente affascinante o irrimediabilmente inquietante. A poche pagine dall’inizio siamo già con i piedi immersi nel terreno macabro e nero del romanzo, a tu per tu con l’orrore ed il terrore del sangue e della morte, a cavallo tra realtà ed illusione. I personaggi appaiono come marionette che agiscono in nome di forze molto più potenti di qualsiasi controllo. Le descrizioni dei momenti più terribili sono fatte con dovizia di particolari e con precisione tanto da apparire come vere e proprie scene cinematografiche. 

“Serrò gli occhi e urlò dalla disperazione, sperando in qualche modo di scacciare l’orrore che stava vivendo. Il getto d’acqua aumentò e in breve tempo si trovò avvolto in una leggera nebbiolina, vestita con classe dei colori dell’inferno.” 

Un incubo così reale da avere fattezze terribilmente umane. Descritto così bene da terrorizzarti, a tal punto da vederlo diventare carne ed ossa davanti ai tuoi occhi. Peccato che di carne umana ne sia rimasta poca e ci sia soltanto un ammasso informe fatto di macabro e di perversione. Per stomachi forti. Per quelli amanti del brivido e del respiro mancato, della suspense e dell’ansia che maledettamente cresce. 

La storia è ambientata in un futuristico ma neanche tanto lontano 2020 ma più che il momento attuale, gran parte del romanzo è incentrato su una serie molto lunga di flashback che riguardano la vita di Sandro e di altri attori che attraversano un arco temporale molto grande, risalente fino agli anni novanta. L’evento più importante, dal quale sembra essersi scatenata ogni cosa è la morte di Linda, moglie di Sandro, avvenuta per un incidente stradale che sembra aver provocato proprio lui. Da allora l’uomo si sente colpevole di aver ucciso la donna da lui amata e pensa addirittura al suicidio fino a quando, non scopre che l’auto della moglie fu probabilmente sabotata. 

Eventi strani ed inspiegabili si accodano a racconti di vite complicate ed irrisolte che contribuiscono ad infittire la trama di scoperte sconvolgenti e di un omicidio apparentemente irrisolvibile. Ogni capitolo non si conclude mai banalmente ma lasciando sempre qualcosa di importante in sospeso, che se per un verso chiude il fatto precedentemente narrato, spiegandolo in parte, dall’altro, apre subito un nuovo scenario, che attende intrepido di essere seguito. Non c’è tempo di concentrarsi su un personaggio e sulle sue vicissitudini che immediatamente l’autore ci chiede si spostare la nostra attenzione su una nuova scena e su nuovi fatti. 

Non tarda a fare la sua apparizione anche la magia nera, nella sua veste suprema ed efferata: il Gran Sovrano, capo indiscusso della Setta delle tre erre che si nasconde nei sotterranei della chiesa della Grande Madre. Una miriade di personaggi sono coinvolti nella storia ma tutto mi sarei aspettata tranne che Sandro, quello che credevo il protagonista, non avesse neanche il tempo di agire, e diventasse subito vittima di qualcosa di incredibilmente malvagio e potente. Un colpo di scena ben assestato mette in evidenza l’intelligenza e l’arguzia dell’autore, che dispensa con bravura gli elementi in grado di complicare la trama senza appesantirla. 

Ma ora dimenticatevi per un po’ di Sandro, perché colui che catturerà tutta la vostra curiosità è un personaggio che non vi aspettate, uno che ne ha combinate tante, di cui difficilmente dimenticherete il nome fino alla fine. Un pazzo senza alcun appiglio di formale ragione, di cui l’autore ci descrive con minuzia di particolari la vita difficile e gli altrettanto complicati processi mentali che hanno contribuito a rendere ancora più oscura un’aurea maligna all’interno di una coscienza già lungamente provata. Vincenzo Rizzo è un anonimo infermiere, premuroso e disponibile fino a quando nella sua testa si risveglia il verme malato della perversione, e corrode fino all’osso il poco di ragione che ancora teneva un piedi un uomo che con l’odio e la rabbia verso il mondo nutre il suo istinto malato, marcito da un’infanzia di violenza e di abbandono che ha reso il suo equilibrio un costante abisso di miserie e devastazione. L’autore ci descrive meticolosamente ciò che avviene nella mente criminale, ci racconta di un fuoco che arde e che riesce a spegnersi solo dopo aver commesso un crimine, eppure all’inizio l’uomo prova ancora un po’ di vergogna fino a quando la parte bestiale non prende totalmente il sopravvento e la mutazione verso il male giunge al suo ultimo stadio. 

L’elemento soprannaturale che all’inizio del romanzo aleggiava turbando l’aria, si manifesta sempre più insistentemente, accalorando l’atmosfera di una strana presenza che è molto più di qualsiasi manifestazione umana. Lo stesso Vincenzo, si rivelerà il capo supremo di quel male che inonda le strade e le vite inconsapevoli di tutti coloro che nel silenzio condividono il grande segreto di un esperimento mai realizzato prima. La storia di quest’uomo è fatta di rabbia e di vendetta ma è soprattutto una storia d’amore, di un amore mancato che si trasforma in qualcosa di macabro e di malvagio e laddove non può esistere come atto di benevolenza, diventa sfogo di tutto l’orrore del mondo. Un filo invisibile collega Sandro a Vincenzo, attraverso la figura soltanto accennata di Linda e del figlio che silenziosamente portava in grembo proprio quando è morta. Ma è morta davvero? 

E se da quel gioco perverso che si colora delle tinte innominabili della maledizione e del sacrilegio, nascesse un essere talmente immondo da essere paragonato al più infernale dei demoni che presiedono l’inferno: Marbas. Ma qui, dentro questa terribile storia, egli è soltanto un ragazzo che cresce in modo terribile, come fosse un guerriero armato dall’arte militare e dalla magia nera di colui che se ne prende cura fino a renderlo un temibile assassino senza alcuna speranza di redenzione. Una macchina di distruzione e di devastazione, incapace di provare qualsiasi pietà. 

“Il suo potere era così devastante che emanava una carica molto forte, una specie di magnetismo, il quale riusciva ad essere individuato da quell’apparecchio di nuova generazione, ma era invisibile all’occhio umano.” 

La trama è abilmente costruita ad incastro. All’inizio ci si può sentire spaesati e confusi perché appaiono personaggi da ogni dove ma senza mai perdere la curiosità di scoprire cosa ancora non è stato detto, ci inoltriamo in un procedimento a ritroso nel tempo che sappiamo, prima o poi, ci condurrà alla verità. 

Torino è un simbolo, una leggenda dal punto di vista esoterico e nonostante all’inizio la storia possa apparire banale, è il modo in cui l’autore decide di raccontarla, ad avermi conquistata. Ogni volta che leggevo di una rivelazione ne rimanevo piacevolmente colpita perché l’autore riesce molto bene a presentare una storia e poi a non lasciarla cadere nello scontato ma ad incastrare perfettamente i tasselli che la compongono senza mai permettere al lettore di distrarsi. E uno dei tocchi narrativi che ho apprezzato di più è stato proprio l’introduzione di Marbas, un personaggio molto particolare, che non puoi fingere di non vedere. Il suo cervello agisce solo in nome dei criteri che gli hanno insegnato, senza alcun valore per i sentimenti. Il suo cuore è un giocattolo rotto, che qualcuno, senza neanche chiedergli il permesso, ha buttato. 

Marbas nella Demonologia, la scienza che studia i demoni, è un demone diurno, un Presidente che governa 36 legioni di spiriti. Ci si chiede per quale motivo l’autore abbia addirittura scomodato un’entità tanto potente, donandogli il nome di un suo personaggio. Non attenderete molto per ottenere la risposta. Intanto sappiate che anche per lui, come per tutti gli altri, c’è una profonda introspezione psicologica, attraverso cui il padre di questo romanzo, dimostra di aver dedicato intere pagine per spiegarci cosa i suoi personaggi pensano e i motivi delle loro azioni. Entrare in una mente criminale può risultare affascinante soprattutto quando si scopre che c’è sempre un motivo per qualsiasi decisione. 
Ed è così che Marbas nasce incarnando l’incrocio tra la vita umana e quella ultraterrena, tra la normalità e la più cupa follia, diventando egli stesso, a sua insaputa, contenitore della malvagità più inammissibile e nello stesso tempo di una latente benevolenza che lo lega inesorabilmente ad un personaggio che non dobbiamo dimenticare: Sandro. 

Marbas è un giovane nato sotto una cattiva stella, la stella più malvagia che possa esistere, quella di Satana. Lui non ha potuto scegliere cosa diventare, cosa essere, è cresciuto con dentro l’incubo di un sogno nero e perverso, macchiato da un’anima immonda. Ho apprezzato la descrizione delle emozioni, senza filtri e senza ragioni. Terribili nella loro malvagità, crude, brutali, cruente e violente, mistificatrici di tutto ciò che di buono può esserci ancora in una storia come questa. Quando la fine della storia si avvicina Marbas acquista sempre più spessore, ma è uno spessore doppio, nero come la morte e inebriante nella sua impura e angusta forma di perdizione più assoluta: la follia. E’ un mostro nel quale convivono due forze e nessuna delle due può essere controllata. 

"E qui nasceva il mostro. L'esatto opposto delle due decisioni - da una parte quella di uccidere, e dall'altra quella di salvare - creava nel cervello di Marbas un duello virtuale, in cui le sue cellule assumevano ruoli simbolici di angeli e demoni, perennemente in lotta tra loro."

Sullo sfondo di una storia soprannaturale, si muovono come ombre illuminate da fari nella pioggia sporca e lugubre in una città che è inghiottita dai suoi stessi segreti e dalle sue stesse forze arcane, poliziotti e commissari, adepti ed assassini, segretarie ed uomini apparentemente normali, tutti coinvolti in questa storia di sangue e resurrezione. Ho amato le immagini che l’autore è riuscito ad evocare attraverso l’uso delle sue parole. Immagini in grado di provocare sensazioni e di accelerare il processo conoscitivo e di coinvolgimento verso una storia che diventa via via più avvincente. 
Fin dall’inizio c’è una caccia all’uomo asfissiante, interminabile che cambia vorticosamente così come cambiano e si alternano le posizioni delle pedine di questa scacchiera di sangue. Colui che sembrava il protagonista diventa un’ombra, una macchia scura sul muro della dimenticanza, perché altri attori prendono possesso della scena egregiamente. 
I protagonisti di questo romanzo sono tanti e nessuno. Ognuno ha il proprio fascino senza che questo possa svilire l’altro. Di solito di una storia si ama un personaggio, massimo due, perché molto spesso gli altri sono creati per fare sfacciatamente da contorno. Ma qui no. Ho apprezzato tutti, in modo diverso, ognuno di essi ha mantenuto alto lo scettro della mia attenzione, senza mai perderlo. 

Per chi voglia leggere La setta delle tre erre di Stefano Uggè sappia che non vi troverà alcuna forma di pietà o di buonismo. Questa storia è spietata e non perché racconti di sette o di adepti del male, ma perché parla di una follia seminascosta dalla ragione umana, che cova, cova fino a quando l’autocontrollo si spezza e lascia strabordare tutto l’odio e la rabbia di una vendetta capace di generare una tempesta di morte e violenza. 

In una città maledetta, che nel silenzio turba le anime di coloro che l’attraversano e veglia sulle ceneri del male in attesa che esso risalga le porte infernali, per presentarsi nuovamente al cospetto degli uomini, questo è un racconto per chi non ha paura. Per chi ama le atmosfere segrete e in penombra, accolte dal buio della notte, unica grande custode di ciò che non può e non deve ancora essere detto. Per chi sa aspettare con pazienza l’arrivo della fine, gustandosi attimo dopo attimo l’ansia che cresce e quando si arriva ad un passo dall’impronunciabile, accettare che ogni fine non è altro che un nuovo e terrificante inizio.




venerdì 28 novembre 2014

FeliCittà di Giuliano Faustini Recensione

Buon pomeriggio cari lettori! Questa settimana riesco a postare anche un'altra recensione, di un romanzo surreale e profondamente radicato non solo nella coscienza ma anche nell'aspetto più filosofico di essa. Non per questo la storia di FeliCittà di Giuliano Faustini è un libro difficile da comprendere, anzi. Attraverso il sapiente gioco di metafore e di solo apparentemente oscuri e segreti intendimenti, dietro le macerie e il buio, si nasconde la luce della verità, che mai come questa volta, avrà la forma di una chiave in un mondo al di là della nostra percezione. Siete curiosi? 
Allora leggete! E fatemi sapere cosa ne pensate.



Titolo: FeliCittà
Autore: Giuliano Faustini
Editore: Cavinato
Pubblicazione: 4 Novembre 2014
Genere: Narrativa
Pagine: 164
Prezzo: 5.99
Formato: Ebook



TRAMA

Pietro giunge a Felicittà, la città dello specchio. È così infelice che l'idea di una città tutta felice lo rende incredulo e curioso. Ha da poco deciso che da grande vuole fare il viaggiatore. Avrebbe proseguito verso l'India … ma un vortice burrascoso lo trascinerà in un'avventura che si svolge tra sogno e realtà. Pietro ha un compito importante. Un passo falso e l'equilibrio eterno tra l'Essere e il Non Essere sarà per sempre perduto. Sì, senza né specchi né occhi nei quali rispecchiarsi e riconoscere se stessi, gli abitanti di Felicittà non “Sono” e per questo svaniscono nel nulla. Nel vano doccia, in completa solitudine, vedremo solo statue di schiuma. Guidato dal bizzarro Teodoro e dal tenero Leone, Pietro scopre di essere il Salvatore annunciato dal manoscritto. Si farà picchio nero, saprà volare. Solo il batter di becco sul tronco del pino saprà risvegliare le coscienze addormentate, prima che svaniscano irreparabilmente. Chi vincerà … essere o apparire? Per scoprirlo giungeremo in un deserto irreale; coloro che lo abitano si illudono di essere alla guida della ruota che dà moto alla terra e alla vita di tutti noi. Due giornaliste moscovite sono il motore che smuove la trama. Amore, amicizia, filosofia … il romanzo surreale è ricco di tematiche affascinanti; mentre Monica è cieca nei confronti di un mondo che non sa più guardarsi dentro. I personaggi di Felicittà non sono solo una caricatura, un'esasperata rappresentazione della vanità; sono la nostra anima che va per scomparire, un brutto sogno dal quale non resta che svegliarci.




Pietro è il protagonista di questo intenso viaggio a cavallo tra la realtà e la poesia, in cui si mescolano visioni lucenti e fantastiche ad abissi incommensurati di oscurità e paura. Il percorso del protagonista dovrebbe portarlo in India ma il romanzo inizia quando lui stesso, insieme ad un gruppo di turisti, si trova di fronte alle meravigliose porte di FeliCittà
Una cittadina ridente, famosa in tutto il mondo per i suoi specchi, meta di continue visite da parte dei più curiosi, attratti dalle sue originali ed introvabili particolarità. Essa sembra subito un sogno, un luogo in cui sono i colori a dominare l’aria, la terra e l’acqua, in cui un tripudio di pastelli fatti di azzurro, giallo e rosso, capaci di dipingere il mare, la torre, la chiesa e ogni piccolo negozio e casa che popola questa meravigliosa avventura che chiamano FeliCittà. 

L’autore descrive con dovizia di particolari e cura ogni aspetto di questo posto apparentemente incontaminato e felice. La sua scrittura è delicata e soffusa, le sue parole macchiano d’inchiostro le nuvole ed il cielo mentre lottano e si contrattaccano. I colori come il giallo ed il blu si mescolano alle mura fatte di pietra, alle viette ciottolate ed alle torri innalzate a protezione della città. Durante il suo percorso conoscitivo, Pietro incontrerà molti personaggi, alcuni amici, altri nemici, chi lo aiuterà e chi lo minaccerà. Ci sarà chi lo metterà in guardia contro terribili accadimenti, perché al di là di ogni apparenza, FeliCittà è in pericolo, così come tutti i suoi abitanti. 

Teodoro, il direttore della scuola, gli offrirà un posto come autista e gli chiederà di trattenersi in quel luogo più del dovuto, perché la sua venuta può significare una grande svolta per tutto il popolo. Conoscerà il sindaco, una splendida donna vestita di bianco e nero, dalla pelle diafana e gli occhi neri come la notte. Una vera e propria minaccia latente, che con le sue poche e spicce parole tenterà più volte di impaurire e di allontanare da quel luogo il nostro eroe. Infine anche l’amore farà il suo ingresso, incarnato dalla bellissima e giovane russa Natascia, della quale Pietro, stranamente, s’innamorerà al primo sguardo, confessando a se stesso, di averla amata da sempre. 

“A dire il vero, era come se fossi da sempre innamorato.” 

I personaggi sono narrati come se potessimo vederli, di essi l’autore ci descrive gli abiti, i lineamenti del viso, il colore dei capelli, le movenze e le espressioni, attribuendogli un’umanità ed un’animosità che li avvicina pericolosamente alla vita reale, rendendo le loro storie un meraviglioso mosaico che si chiama vita. L’atmosfera è pregna di fiaba, ci sono indizi ovunque che lasciano immaginare che ogni elemento ed ogni accadimento non sia altro che un rimando a qualcos’altro. 
Del resto sono o non sono le fiabe, le più grandi metafore sulla vita? 

Un misterioso complotto prende lentamente forma, più ci addentriamo e conosciamo da vicino i protagonisti di questa storia, alla quale la stessa natura, i suoi umani e persino gli animali prendono parte. Lo stile ti conquista, conducendoti senza oppressione e senza alcuna pressione a scoprire i segreti di cui fin dall’inizio percepisci la presenza, proprio perché l’autore è bravo a suggerire che esattamente dietro i mille colori di quell’arcobaleno, si cela il buio più nero. 
Nella scuola Pietro conosce una donna cieca di nome Monica che conserva una storia molto particolare ed eccezionalmente emblematica che serve all’autore per riempire le pagine del suo romanzo non solo di una trama esclusivamente narrativa ma anche condita da numerose riflessioni filosofiche, proprio perché lo scopo di scrivere una storia come questa è sicuramente, tra tutti quelli che ci possono essere, l’invito al pensiero ed al giudizio, la presa di coscienza, e la trasformazione dello sguardo su tutto ciò che ci circonda. Monica era una fotografa che una volta diventata cieca comincia a sentirsi inutile, perché non può più fare niente che sia riconosciuto convenzionalmente universale. E nello stesso modo considera Pietro. Egli ammette di viaggiare senza uno scopo ed è anche quello qualcosa di profondamente inutile, perché è solo una perdita di tempo. Il discorso sulla cecità in rapporto al tempo e all’utilità della propria vita e delle proprie esperienze serve da input per riflettere su argomentazioni molto più ampie come l’orientamento che può prendere la nostra vita, la perdita di uno scopo e la speranza quando non ci si sente compresi. 

La chiave del mistero si trova in mezzo agli alberi, nel volto corrucciato di Teodoro e tra le rughe e il corpo scarno di Leone, personaggio intorno al quale ruotano tutti gli equilibri della storia. Egli sembra uscito direttamente da una fiaba dei fratelli Grimm e contribuisce ad arricchire quell’alone di sogno e realtà nel quale Pietro non può essere altro, anche senza volerlo, che un punto di riferimento per l’intera città e soprattutto per Monica, che si scopre talmente presa da lui da considerarlo in pochi giorni l’uomo della sua vita. 

Gli specchi di cui ogni negozio di FeliCittà è pieno, rappresentano il suo incontrastato fascino che è anche la più grande maledizione, perché è proprio nel loro riflesso che si conserva il valore e il senso di quel mondo e di chi lo nutre per farlo sopravvivere. Una scoperta sconcertante metterà Pietro a dura prova. Un compito gravoso penderà sulle sue spalle ed egli, come comandato da un destino silenzioso ed invisibile, risponderà senza pensarci, a quel richiamo assurdo e terribile, senza alcun ripensamento, come se fosse inesorabilmente destinato a quello, anche senza volerlo. 

C’è un’antica leggenda che si respira nel bosco, una storia incredibile, incastrata tra i rami di un albero che serba il più grande mistero del mondo. Lo scontro tra la gazza bianca ed il picchio nero dalla cresta rossa. Ed ora state pensando ad una favola e per certi versi è proprio così. Ma è anche molto di più come ogni grande fiaba che si rispetti. 
Il ruolo degli specchi non è solo marginale, essi rappresentano il nucleo filosofico della storia. Il romanzo parla di specchi in cui riflettersi per non scomparire, ma è lo stesso romanzo un grande specchio in cui possiamo rifletterci per comprendere che forse anche noi stiamo scomparendo, e non riusciamo più a vederci per davvero. C’è un forte simbolismo che racchiude significati molto importanti negli uccelli, nella natura stessa e persino nella pietra. 

“Il Salvatore giungerà col nome della Pietra, colei che per sua natura, sa essere umile e forte, Colei che non è corrotta dalle intemperie, ma si perfeziona assumendo la forma del tempo.” 

Tra un gioco di specchi, di trasformazioni meravigliose e di lotte al limite della magia, il bene e il male ancora una volta si scontrano, in due mondi diversi: il mondo al di qua e il mondo al di là, in cui una terribile condanna costringe gli abitanti ad un sacrificio inestimabile. Ma non è altro che l’illusione della vita e del proprio essere a condurre l’umanità alla sua morte. La morte dell’anima, che diventa merce corrotta di una vanità sbagliata. Gli uomini si salveranno quando la loro coscienza si risveglierà dal sonno dell’illusione e dell’apparenza, della superficialità e dell’inganno. Le generazioni future dovranno avere il diritto di chiedersi Chi sono? E di darsi una risposta che non sia il povero riflesso di uno specchio fatto di illusioni. 

La teoria della vita e delle sue illusioni è molto particolare, perché incentrata sul gioco degli specchi ed affonda le proprie radici nelle più ardue argomentazioni filosofiche ed artistiche. Prima di essere un città moderna FeliCittà era una collettività dedita alla terra e alle arti. 

“Leone ci tenne a sottolineare che a FeliCittà non si era in cerca di fama ma necessario era avere l’arte come ideale.” 

La natura è una personificazione mastodontica ed imponente. L’opposizione tra giorno e notte è molto forte, come quella tra luce ed oscurità. Per raggiungere la vera felicità bisogna scavare dentro se stessi, superare le stanze buie che ci troviamo di fronte, rompere ogni specchio di illusione per raggiungere finalmente il sottosuolo dove si nasconde la verità. Il senso è quello di non credere alle apparenze. Non credere a ciò che vediamo, sentiamo e viviamo superficialmente. Ma cercare con umiltà e pazienza, il fondo scuro della nostra verità, di ciò che realmente ci rende felici. Dobbiamo trovare ognuno la propria scala personale che ci conduca nei sotterranei della nostra essenza pura e priva di menzogne e di maschere. Il guardarsi in faccia per quello che si è, non è altro che un modo per risvegliarsi, per aprire gli occhi di fronte al torbido e sonnolento sonno dell’inconsapevolezza. 

Pietro affronterà una discesa reale e metaforica che lo condurrà a capire la sua persona nel profondo. 

“Un fiammifero si spense. Fu buio totale. Io percepii una vibrazione dentro, l’armonia arcaica di un’esistenza perfetta.” 

Tutto ruota intorno ai concetti di felicità e di libertà. La filosofia prende campo e FeliCittà non è altro che la metafora della nostra coscienza che deve risvegliarsi dal sonno dello specchio. E’ veramente libero colui che guarda dentro se stesso, senza timore. 
A metà tra sogno e profezia, tra ciò che è reale e ciò che non può esserlo perché figlio della scrittura, si svolgono le vicende di questo romanzo fiabesco che del linguaggio perfetto e dell’intreccio ha fatto una garanzia per una lettura riflessiva e piacevole. Anche per tutti coloro che non amano leggere pensieri filosofici, seppur sarebbero utili a tutti, in questa storia troverete attimi di sensata analisi su ciò che ci circonda e soprattutto riguardo noi stessi. 

FeliCittà è un grande giardino pieno di fiori colorati, di piante, di animali, tutti doni della Natura che rappresentano il nostro mondo, la nostra vita. Quella luce, che ognuno di noi, anche il più apparentemente soddisfatto, sta cercando ha sempre e soltanto un nome: felicità. Puoi chiamarla amore, famiglia, lavoro, ma il senso non cambia. La filosofia ci insegna che è nell’oscurità, nell’ombra del sottosuolo più impraticabile che bisogna andare a cercare se stessi. La luce è dentro di noi, non fuori. E se non scaviamo dentro, con le unghie e con i denti, se non ci liberiamo delle convenzioni e dei preconcetti, FeliCittà resterà soltanto uno splendido miraggio, che potremo solo intravedere nei nostri viaggi, da lontano, senza mai entrarvi per davvero. 

FeliCittà è un’utopia, perché non esiste ma paradossalmente è realizzabile perché dipende da quanto abbiamo il coraggio di andare a fondo, dentro di noi. Senza temere il buio che in esso troveremo. Qualunque sia il suo volto, qualunque sia la sua voce. 

In un’epoca in cui la luce è diventata lo sguardo. In cui è accecante, anonima, spesso aberrante, tutta uguale. In cui illumina nello stesso modo tutte le cose, rendendole pericolosamente indifferenti perché non facciamo più lo sforzo di scoprirle, avendole continuamente davanti. I luoghi, esageratamente illuminati non sono più ripari, ma spazi perdutamente aperti. In un’epoca così, come la nostra, l’oscurità, l’ombra, la penombra sono state cancellate, come si vuole cancellare la polvere dalle cose. Ma il buio è il nostro fondo nascosto, se eliminiamo le ombre, il nostro essere perderà la sua umanità, la sua carnalità, la voglia di scoprire. C’è chi teme il sottosuolo perché lì si nasconde il buio dell’anima e vuole che il giorno sia eterno, ma se continueremo a credere che vedere tutto sia meglio dell’ombra, perché questa può generare mostri, allora nessuno di noi raggiungerà mai la felicità. E’ nell’imperfezione dell’oscurità che si nasconde la nostra umanità, ciò che ci rende mortali, forse sbagliati ma sicuramente veri e reali, più di qualunque teatrino festante di scintillanti specchi che intonano la loro ennesima e illusoria vittoria sul mondo.