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venerdì 12 dicembre 2014

Poche storie di Stefano Uggè Recensione

Buon pomeriggio! Prima del weekend ho voluto pubblicare la recensione di questa raccolta di racconti di un autore, Stefano Uggè, di cui ho già recensito un romanzo, intitolato La setta delle tre erre, che potete leggere quiAdesso invece, vi parlerò di una serie di storie che hanno a che vedere con il soprannaturale, il terrore e la paura! Insomma per gli amanti del genere e non, può risultare una lettura molto interessante. Provare per credere!




Titolo: Poche storie
Autore: Stefano Uggè
Editore: Cavinato
Pubblicazione: 2014
Genere: Racconti Noir
Pagine: 120
Prezzo:10.20
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TRAMA

Troviamo in questo libro una raccolta di racconti noir, adeguata ad ogni lettore, pur se non prettamente amante di questo genere di lettura, in quanto le storie narrate in questi scritti, non portano alla "noia" ma liberano la fantasia in particolar modo nella particolarità che l'autore, Stefano Uggè, ha nello scrivere le parti finali dei racconti. Una serie ,in sequenza, di letture che scorre fluida e accattivante, in descrizione delle varie città in cui le vicende si svolgono e prendono forma. Come anche gli ambienti, i personaggi, e i minimi particolari ben descritti insieme agli scenari. Ci troviamo quindi, in un contesto di vivibile lettura in tutti gli aspetti del libro. Ogni racconto è una città diversa, un posto diverso in cui vivere un'avventura nonché la suspance che la accompagna, e che diventa viva leggendola. In "Poche Storie" si possono apprezzare eclatanti scene che spaziano tra realtà, mistero, fiato sospeso, colpi di scena ed il surreale che appartiene al genere. Ci possiamo trovare quindi con la bellissima ed angelica "Eleonora", o con David...



BIOGRAFIA

Stefano Uggè nasce a Lodi il 15 giugno 1974. Sin dalle scuole medie mostra di avere grande fantasia e si cimenta con i propri compagni di classe a scrivere piccole parodie di film o di canzoni, per puro divertimento. Nel tempo libero legge i racconti di E.A. Poe e qualche libro di fantascienza. Attorno ai 18 anni scopre la passione per Stephen King, ma distratto dai divertimenti adolescenziali (playstation, amici, calcio…) accantona il piacere di scrivere. Nell’estate del 2006 divora “ON WRITING”, l’autobiografia di S. King. Grazie a quel libro, infatti, si riaccende in lui qualcosa che forse non si era mai del tutto spento, ma era stato solo accantonato in un angolo remoto della sua personalità. Un po’ per gioco e un po’ per sfida personale, scrive il suo primo racconto : “IL CASTELLO” che viene incluso nell’antologia del Premio Logos II edizione, come uno dei migliori racconti del concorso letterario. Successivamente scrive altri racconti che pubblica sul web: “IL TAGLIO PERFETTO”, “GALLERIE”, “LA FERITA”. Nel 2014 pubblica il suo primo romanzo, edito da “CAVINATO EDITORE INTERNATIONAL” intitolato “LA SETTA DELLE TRE ERRE”, e la raccolta Noir “POCHE STORIE”.




“Quello che sto vedendo adesso, così atroce e macabro, è un potente segnale che mostra l’esistenza di qualcosa che si può identificare come IL MALE, indipendentemente dal nome con il quale lo si vuole chiamare.” 

Una raccolta di storie horror che inizia nel modo più inquietante, presentandoci le forme spaventose di un castello che incarna perfettamente le caratteristiche di questo genere letterario. La sua descrizione è minuziosa e carica di particolari proprio perché l’autore pretende di farci vedere subito ciò a cui stiamo prendendo parte, leggendo. Un’intensa aria che sa di orrore si respira sia all’esterno che all’interno del castello e non è difficile immaginare che qualcosa di molto sbagliato stia per accadere. E’ proprio nella Sala delle Torture, in cui verremo condotti insieme ai personaggi, che la razionalità si ritira impaurita di fronte alla follia e alla più arcana paura.
I demoni interiori delle lunghe e sanguinose torture prendono il sopravvento portati dalla nebbia, nemica delle anime che cercano invano una salvezza che non può esistere in un luogo come questo. 

Lo stile di Stefano Uggè, di cui ho già recensito il romanzo intitolato La setta delle tre erre, è una piacevole conferma. Il lieve senso di ansia e di imperturbabile silenzio avvolge le atmosfere colorandole lentamente di nero e soffocando qualsiasi grido di aiuto. Il castello è l’emblema dei racconti del terrore ma qui non troviamo mai scene splatter o condizioni in qui l’orrore è portato all’esasperazione del macabro, rendendolo spesso ridicolo. L’autore riesce a raccontare, imprimendo in chi legge, il desiderio di andare avanti con l’ansia di fare un passo indietro che poi alla fine non fai, perché tanto sai che in fondo sei fuori da quei luoghi nefasti e malvagi, anche se la tua mente ti suggerisce il contrario. 

Ne Lo strano incontro, molti elementi si fondono creando una storia all’apparenza normale, nella quale però vengono poi inseriti elementi legati al mistero e alla suspense. Ci si accorge solo alla fine che colei che era la vittima in realtà non è assolutamente ciò che appare, e l’autore, anche in questo caso come nel romanzo citato in precedenza, è molto bravo a descrivere i meccanismi mentali che creano mostri dentro e fuori le anime dei protagonisti. Mostri che grondano follia o veri e propri demoni che prendono possesso delle anime fragili e dedite inconsciamente al male. Così tragedie del passato si rivelano figlie del presente e difficili da estirpare soprattutto quando chi fa del male è insospettabile. 

Le atmosfere sono sempre lente, molli, appiccicose di quell’ansia che non riesci a toglierti di dosso. Ed è in questo che si cela tutto l’orrore di una devastazione mentale e fisica che conduce a compiere atti malvagi da parte di assassini privi di logica. Con minuzia e dovizia di particolari Uggè ci racconta anche e soprattutto le scene più raccapriccianti e per i deboli di stomaco è meglio non guardare. 

In ogni racconto l’ambientazione riprende un luogo tipico delle storie horror. Castelli, catacombe, sotterranei, case infestate di fantasmi. Ed è proprio un fantasma ad intimorire i protagonisti del racconto L’annuncio. Il fantasma di una bambina che ha ancora qualcosa da dire al mondo. 
Lo stile di Uggè è maledettamente preciso nella sua inquietudine. Non puoi non accorgertene. La scrittura scorre priva di errori e lui tranquillamente ti conduce laddove vuole, senza distrazioni. Nei suoi racconti è apprezzabile la capacità di coinvolgere il lettore in storie sempre ben costruite e mai lasciate al caso del tanto per fare. Storie che via via si complicano come in una sorta di piramide capovolta in cui la punta coincide con il primo racconto più breve e semplice dal punto di vista dell’intreccio ed immediato da quello dell’effetto, e la base con gli ultimi racconti sempre più articolati ed intensi, sia per l’intreccio sia per lo spessore e la quantità delle emozioni coinvolte. 

Luoghi non solo infestati da fantasmi ma anche da altre entità paranormali che si mostrano in tutto il loro orrore. Terre dimenticate in cui sanguinose vicende di vendetta e di morte sono state seppellite per non essere mai conosciute. Eppure il male di Uggè trova sempre il modo per arrivare, per raggiungerti anche quando pensi di esserti messo in salvo. E questo l’autore ce lo fa capire in modo chiaro, senza alcuna possibilità di fraintendimento. Non esistono fughe possibili. Scenari da brivido in cui misticismo e fede si contendono lo scettro della verità. E in questi racconti tutto è terribilmente possibile. 
State a guardare. 

Incubi che uccidono come fossero reali, premonizioni, atti di violenza e squallore, perdite di controllo, segreti e misteri nascosti nei luoghi più impensabili rendono queste letture un minaccioso panorama sull’incubo attraverso gli occhi di un autore che ancora una volta dimostra di conoscere molto bene ciò di cui sta narrando. Il suo stile è sempre scenografico e anche se chiudiamo gli occhi ormai le porte della nostra mente sono spalancate sull’abisso nero e informe dal quale risalgono creature di cui non conosciamo il nome e mai vorremmo saperne. 
E a volte capita che quella vendetta seppur così tremenda ed efferata possa farci tirare un sospiro di sollievo ma è solo un attimo perché sappiamo che dietro ogni azione di queste storie c’è sempre un’unica forza che sa di dolore e di morte. Che odora di muffa e si ricopre di cenere bruciata. Non c’è spazio per la luce né per il profumo caldo della vita. 
Spazi angusti, chiusi, impenetrabili. Sono così le atmosfere nelle quali manca l’aria, dove non puoi respirare. 

Uno dei miei racconti preferiti è Il controllo. Anche qui l’ambientazione è tipica del genere: un albergo. La narrazione è incredibile, tutto è il contrario di tutto e accade ciò che non ti aspetteresti mai. Più si va avanti nella lettura e più l’autore dimostra padronanza, sicurezza, incastrando perfettamente tutti gli elementi al posto giusto. Le sue parole sono penetranti, crude, visivamente incandescenti. Come puoi non vedere? Come puoi non sentire? Tutto quel dolore, quella rabbia, quell’orrore. Le parole gridano ed esigono la tua presenza. E tu non riesci a sottrarti. Vuoi sapere, vuoi vedere come va a finire perché il ritmo diventa sempre più incalzante e tu ti lasci rincorrere dalle storie o le rincorri tu stesso per dirti che sei arrivato alla fine sano e salvo. 

“Il controllo. Adesso era suo.” 

Il controllo è un racconto cattivo, di quelli sbagliati, irriverenti, nei quali non esiste alcuna forma di redenzione. Dolore per il piacere del dolore. La sofferenza per godere, il pungente odore del male che fa della carne e del sangue il suo trofeo. 

Queste sono storie cattive per gente che non si spaventa. Che non ha paura degli incubi prima di andare a dormire, che non trema di fronte all’imponderabile, che non scappa da quei luoghi che si portano addosso le cicatrici della maledizione. 

Punto e a capo è un racconto legato alla scrittura dove il protagonista scrive storie di cui è terrorizzato lui stesso. L’intreccio si sgretola sotto i nostri occhi, tutto comincia a muoversi vorticosamente e non riesci più a capire se è un incubo o è tutto dannatamente vero. Il clima che si respira è pauroso, i sensi sono sensibilmente in allarme per qualsiasi cosa e sopraggiunge l’ansia che ti attanaglia mentre stai leggendo di qualcosa che in teoria non ti dovrebbe riguardare. Ma davvero? 

I momenti sono scanditi perfettamente, attimo dopo attimo, come se la paura avesse a disposizione tutto il tempo del mondo. Perché tanto noi non scappiamo. E dove mai potremmo andare? 

“La gola è secca, ho bisogno di un bicchiere d’acqua, ma ho paura di uscire dalla stanza; è la prima volta che mi capita di essere terrorizzato, nonostante scrivo racconti horror.” 

L’atmosfera è surreale. Tutto è incredibile, drammatico, terrificante. Assurdo, astratto, torbido, insano. Le scene sono vivide, maledette, malate, alcune calde come l’inferno che le parole spregiudicate dell’autore non smettono di evocare, altre fredde come il ghiaccio ed insensibili come la morte. 

L’ultimo racconto è dedicato ai libri, ambientato in una biblioteca, alla ricerca di un manoscritto e al cospetto di un incontro inquietante. E’ proprio alla fine di questa storia, che l’anima dell’autore, attraverso l’alterego del suo protagonista, esplode e si confessa mettendo a nudo la sua umile e pura volontà di scrittura, augurandosi che il proprio cammino si popoli sempre di più di nuovi lettori. 

“L’istinto e il destino mi dicevano di sfruttare la mia forte immaginazione. Di coltivare la mia fantasia che continuava a produrre idee sempre nuove. Così iniziai a scrivere altri racconti, di paura, suspense, in bilico sulla linea che separa il filo logico della ragione dal surreale.” 

L’aria è cupa, carica di ombra e di rovine. E’ povera di luce, ansimante di terrore, sconvolta dalla dura legge del male. Non esiste salvezza per l’autore perché le vittime sono sempre gli uomini e le donne, siamo noi che di fronte all’imponderabilità della follia sia essa umana o demoniaca, presenza invisibile o fatta di carne, riconosciamo la potenza inesorabile del soprannaturale contro cui nessuno è in grado di vincere. 

Il mondo che emerge da queste storie è un mondo in cui i morti camminano tra noi, in cui esseri demoniaci ed immortali assumono il ruolo di conquistatori e di nemici dell’uomo e della sua logica. Non esistono eroi, ma solo una natura blasfema che incorpora l’aria e l’atmosfera in cui i personaggi tentano di sopravvivere, rendendola oscura e pesante. L’autore lascia molto all’immaginazione di chi legge ed è proprio quest’ultima a rendere reale e tangibile anche ciò che non può e non deve esserlo. 
Leggendo ho pensato ai racconti di Lovecraft nei quali l’uomo non è che un fuscello privo di volontà di fronte alle forze cieche e malefiche che dominano l’universo. Anche qui è così, per l’autore l’umanità non ha via di scampo, le vite dei personaggi sembrano essere solo pedine per far divertire e per soddisfare altre entità. Eppure come per Lovecraft, anche per l’autore, l’unico cammino possibile sembra essere quello dell’immaginazione e quindi quella del sogno, e come dice lui stesso: “Sognare… non costa niente.” 
E’ vero, basta solo avere il coraggio di non smettere.




giovedì 4 dicembre 2014

La setta delle tre erre di Stefano Uggè Recensione

Buon pomeriggio cari lettori! Dopo quasi una settimana, eccomi tornata con una nuova recensione di un romanzo che mi è piaciuto molto e che già come genere narrativo, rientrava perfettamente nelle mie preferenze. La setta delle tre erre di Stefano Uggè è un romanzo che racconta una vicenda soprannaturale, di magia e di morte, senza distaccarsi dalle atmosfere tipiche del thriller e del noir. 
Come sempre fatemi sapere cosa ne pensate!





Titolo: La setta delle tre erre
Autore: Stefano Uggè
Editore: Linee Infinite
Pubblicazione: 2016
Genere: Thriller/Noir
Pagine: 474
Prezzo: 15,00 euro



TRAMA


Romanzo Noir in eccellenza, ambientato in Piemonte, fra le varie bellezze misteriose della Città di Torino, con i suoi dintorni, molto affascinante ma… magicamente nera. Sandro e Katy, i primi protagonisti, due giovani rappresentanti si incontrano a Torino e, rapidamente, vengono catapultati in un vortice di eventi provocati da Vincenzo, un uomo malvagio e potente, capo supremo di una setta satanica che svolge i suoi macabri rituali nei sotterranei del Tempio della Gran Madre di Dio. Lo scrittore presenta nel romanzo una sequenza di scenari e situazioni molto particolari, tra il reale ed il surreale, il Noir ed il Thriller, la fantasia e la realtà si intrecciano in modo fluido al punto di rendere l’opera mai noiosa al lettore. Si presenta leggibile e comprensibile ad una fascia di lettori dall’adolescenza in poi, ben definito nelle parti ambientali, fluido e scorrevole nella sintassi grammaticale.


BIOGRAFIA

Stefano Uggè nasce a Lodi il 15 giugno 1974. Sin dalle scuole medie mostra di avere grande fantasia e si cimenta con i propri compagni di classe a scrivere piccole parodie di film o di canzoni, per puro divertimento. Nel tempo libero legge i racconti di E.A. Poe e qualche libro di fantascienza. Attorno ai 18 anni scopre la passione per Stephen King, ma distratto dai divertimenti adolescenziali (playstation, amici, calcio…) accantona il piacere di scrivere. Nell’estate del 2006 divora “ON WRITING”, l’autobiografia di S. King. Grazie a quel libro, infatti, si riaccende in lui qualcosa che forse non si era mai del tutto spento, ma era stato solo accantonato in un angolo remoto della sua personalità. Un po’ per gioco e un po’ per sfida personale, scrive il suo primo racconto : “IL CASTELLO” che viene incluso nell’antologia del Premio Logos II edizione, come uno dei migliori racconti del concorso letterario. Successivamente scrive altri racconti che pubblica sul web: “IL TAGLIO PERFETTO”, “GALLERIE”, “LA FERITA”. Nel 2014 pubblica il suo primo romanzo, edito da “CAVINATO EDITORE INTERNATIONAL” intitolato “LA SETTA DELLE TRE ERRE”, e la raccolta Noir “POCHE STORIE”.



L’inizio di questo romanzo è eccezionalmente misterioso. Ci troviamo di fronte ad una storia che parla del Male, di cose cattive e sbagliate, ed è immediato il coinvolgimento in un clima carico di tensione e di inquietudine, respirandolo fin dalle prime pagine. 
La capitale di tutto il segreto e l’indomito e perverso mondo della magia è Torino, conosciuta come vertice unico di due triangoli magici. Vertice Bianco, insieme a Praga e Lione e Vertice Nero, insieme a Londra e San Francisco. L’ambientazione dunque, non lascia possibilità di fraintendimento: ci troviamo nel bel mezzo di un’atmosfera esoterica molto forte, che non fa assolutamente nulla per nascondere la sua potenza. 

Una voce narrante esterna ci racconta le azioni di quello che apparentemente sembra il protagonista di nome Sandro e lentamente fanno il loro ingresso gli altri personaggi, la cui consistenza e identità, almeno per il momento, non riesce minimamente ad intaccare l’attenzione del lettore, completamente catturata dalla descrizione della città, unica e grande padrona della scena. L’aria che si respira, rigo dopo rigo, è densa e cupa. Sembra quasi che dietro ad ogni frase, precisa, chiara ed efficace, ci sia un avvertimento nei confronti di chi legge, mettendolo in guardia di fronte ad una storia che può turbare per molti motivi e dunque suggerire a chi vuole fermarsi, di farlo adesso, perchè dopo sarà difficile tornare indietro. 

Il linguaggio è scorrevole, privo di errori, capace di accompagnare la descrizione dei fatti senza alcuna falla nel sistema narrativo, creando un intreccio in cui storia e leggenda si mescolano, rendendo l’atmosfera o tremendamente affascinante o irrimediabilmente inquietante. A poche pagine dall’inizio siamo già con i piedi immersi nel terreno macabro e nero del romanzo, a tu per tu con l’orrore ed il terrore del sangue e della morte, a cavallo tra realtà ed illusione. I personaggi appaiono come marionette che agiscono in nome di forze molto più potenti di qualsiasi controllo. Le descrizioni dei momenti più terribili sono fatte con dovizia di particolari e con precisione tanto da apparire come vere e proprie scene cinematografiche. 

“Serrò gli occhi e urlò dalla disperazione, sperando in qualche modo di scacciare l’orrore che stava vivendo. Il getto d’acqua aumentò e in breve tempo si trovò avvolto in una leggera nebbiolina, vestita con classe dei colori dell’inferno.” 

Un incubo così reale da avere fattezze terribilmente umane. Descritto così bene da terrorizzarti, a tal punto da vederlo diventare carne ed ossa davanti ai tuoi occhi. Peccato che di carne umana ne sia rimasta poca e ci sia soltanto un ammasso informe fatto di macabro e di perversione. Per stomachi forti. Per quelli amanti del brivido e del respiro mancato, della suspense e dell’ansia che maledettamente cresce. 

La storia è ambientata in un futuristico ma neanche tanto lontano 2020 ma più che il momento attuale, gran parte del romanzo è incentrato su una serie molto lunga di flashback che riguardano la vita di Sandro e di altri attori che attraversano un arco temporale molto grande, risalente fino agli anni novanta. L’evento più importante, dal quale sembra essersi scatenata ogni cosa è la morte di Linda, moglie di Sandro, avvenuta per un incidente stradale che sembra aver provocato proprio lui. Da allora l’uomo si sente colpevole di aver ucciso la donna da lui amata e pensa addirittura al suicidio fino a quando, non scopre che l’auto della moglie fu probabilmente sabotata. 

Eventi strani ed inspiegabili si accodano a racconti di vite complicate ed irrisolte che contribuiscono ad infittire la trama di scoperte sconvolgenti e di un omicidio apparentemente irrisolvibile. Ogni capitolo non si conclude mai banalmente ma lasciando sempre qualcosa di importante in sospeso, che se per un verso chiude il fatto precedentemente narrato, spiegandolo in parte, dall’altro, apre subito un nuovo scenario, che attende intrepido di essere seguito. Non c’è tempo di concentrarsi su un personaggio e sulle sue vicissitudini che immediatamente l’autore ci chiede si spostare la nostra attenzione su una nuova scena e su nuovi fatti. 

Non tarda a fare la sua apparizione anche la magia nera, nella sua veste suprema ed efferata: il Gran Sovrano, capo indiscusso della Setta delle tre erre che si nasconde nei sotterranei della chiesa della Grande Madre. Una miriade di personaggi sono coinvolti nella storia ma tutto mi sarei aspettata tranne che Sandro, quello che credevo il protagonista, non avesse neanche il tempo di agire, e diventasse subito vittima di qualcosa di incredibilmente malvagio e potente. Un colpo di scena ben assestato mette in evidenza l’intelligenza e l’arguzia dell’autore, che dispensa con bravura gli elementi in grado di complicare la trama senza appesantirla. 

Ma ora dimenticatevi per un po’ di Sandro, perché colui che catturerà tutta la vostra curiosità è un personaggio che non vi aspettate, uno che ne ha combinate tante, di cui difficilmente dimenticherete il nome fino alla fine. Un pazzo senza alcun appiglio di formale ragione, di cui l’autore ci descrive con minuzia di particolari la vita difficile e gli altrettanto complicati processi mentali che hanno contribuito a rendere ancora più oscura un’aurea maligna all’interno di una coscienza già lungamente provata. Vincenzo Rizzo è un anonimo infermiere, premuroso e disponibile fino a quando nella sua testa si risveglia il verme malato della perversione, e corrode fino all’osso il poco di ragione che ancora teneva un piedi un uomo che con l’odio e la rabbia verso il mondo nutre il suo istinto malato, marcito da un’infanzia di violenza e di abbandono che ha reso il suo equilibrio un costante abisso di miserie e devastazione. L’autore ci descrive meticolosamente ciò che avviene nella mente criminale, ci racconta di un fuoco che arde e che riesce a spegnersi solo dopo aver commesso un crimine, eppure all’inizio l’uomo prova ancora un po’ di vergogna fino a quando la parte bestiale non prende totalmente il sopravvento e la mutazione verso il male giunge al suo ultimo stadio. 

L’elemento soprannaturale che all’inizio del romanzo aleggiava turbando l’aria, si manifesta sempre più insistentemente, accalorando l’atmosfera di una strana presenza che è molto più di qualsiasi manifestazione umana. Lo stesso Vincenzo, si rivelerà il capo supremo di quel male che inonda le strade e le vite inconsapevoli di tutti coloro che nel silenzio condividono il grande segreto di un esperimento mai realizzato prima. La storia di quest’uomo è fatta di rabbia e di vendetta ma è soprattutto una storia d’amore, di un amore mancato che si trasforma in qualcosa di macabro e di malvagio e laddove non può esistere come atto di benevolenza, diventa sfogo di tutto l’orrore del mondo. Un filo invisibile collega Sandro a Vincenzo, attraverso la figura soltanto accennata di Linda e del figlio che silenziosamente portava in grembo proprio quando è morta. Ma è morta davvero? 

E se da quel gioco perverso che si colora delle tinte innominabili della maledizione e del sacrilegio, nascesse un essere talmente immondo da essere paragonato al più infernale dei demoni che presiedono l’inferno: Marbas. Ma qui, dentro questa terribile storia, egli è soltanto un ragazzo che cresce in modo terribile, come fosse un guerriero armato dall’arte militare e dalla magia nera di colui che se ne prende cura fino a renderlo un temibile assassino senza alcuna speranza di redenzione. Una macchina di distruzione e di devastazione, incapace di provare qualsiasi pietà. 

“Il suo potere era così devastante che emanava una carica molto forte, una specie di magnetismo, il quale riusciva ad essere individuato da quell’apparecchio di nuova generazione, ma era invisibile all’occhio umano.” 

La trama è abilmente costruita ad incastro. All’inizio ci si può sentire spaesati e confusi perché appaiono personaggi da ogni dove ma senza mai perdere la curiosità di scoprire cosa ancora non è stato detto, ci inoltriamo in un procedimento a ritroso nel tempo che sappiamo, prima o poi, ci condurrà alla verità. 

Torino è un simbolo, una leggenda dal punto di vista esoterico e nonostante all’inizio la storia possa apparire banale, è il modo in cui l’autore decide di raccontarla, ad avermi conquistata. Ogni volta che leggevo di una rivelazione ne rimanevo piacevolmente colpita perché l’autore riesce molto bene a presentare una storia e poi a non lasciarla cadere nello scontato ma ad incastrare perfettamente i tasselli che la compongono senza mai permettere al lettore di distrarsi. E uno dei tocchi narrativi che ho apprezzato di più è stato proprio l’introduzione di Marbas, un personaggio molto particolare, che non puoi fingere di non vedere. Il suo cervello agisce solo in nome dei criteri che gli hanno insegnato, senza alcun valore per i sentimenti. Il suo cuore è un giocattolo rotto, che qualcuno, senza neanche chiedergli il permesso, ha buttato. 

Marbas nella Demonologia, la scienza che studia i demoni, è un demone diurno, un Presidente che governa 36 legioni di spiriti. Ci si chiede per quale motivo l’autore abbia addirittura scomodato un’entità tanto potente, donandogli il nome di un suo personaggio. Non attenderete molto per ottenere la risposta. Intanto sappiate che anche per lui, come per tutti gli altri, c’è una profonda introspezione psicologica, attraverso cui il padre di questo romanzo, dimostra di aver dedicato intere pagine per spiegarci cosa i suoi personaggi pensano e i motivi delle loro azioni. Entrare in una mente criminale può risultare affascinante soprattutto quando si scopre che c’è sempre un motivo per qualsiasi decisione. 
Ed è così che Marbas nasce incarnando l’incrocio tra la vita umana e quella ultraterrena, tra la normalità e la più cupa follia, diventando egli stesso, a sua insaputa, contenitore della malvagità più inammissibile e nello stesso tempo di una latente benevolenza che lo lega inesorabilmente ad un personaggio che non dobbiamo dimenticare: Sandro. 

Marbas è un giovane nato sotto una cattiva stella, la stella più malvagia che possa esistere, quella di Satana. Lui non ha potuto scegliere cosa diventare, cosa essere, è cresciuto con dentro l’incubo di un sogno nero e perverso, macchiato da un’anima immonda. Ho apprezzato la descrizione delle emozioni, senza filtri e senza ragioni. Terribili nella loro malvagità, crude, brutali, cruente e violente, mistificatrici di tutto ciò che di buono può esserci ancora in una storia come questa. Quando la fine della storia si avvicina Marbas acquista sempre più spessore, ma è uno spessore doppio, nero come la morte e inebriante nella sua impura e angusta forma di perdizione più assoluta: la follia. E’ un mostro nel quale convivono due forze e nessuna delle due può essere controllata. 

"E qui nasceva il mostro. L'esatto opposto delle due decisioni - da una parte quella di uccidere, e dall'altra quella di salvare - creava nel cervello di Marbas un duello virtuale, in cui le sue cellule assumevano ruoli simbolici di angeli e demoni, perennemente in lotta tra loro."

Sullo sfondo di una storia soprannaturale, si muovono come ombre illuminate da fari nella pioggia sporca e lugubre in una città che è inghiottita dai suoi stessi segreti e dalle sue stesse forze arcane, poliziotti e commissari, adepti ed assassini, segretarie ed uomini apparentemente normali, tutti coinvolti in questa storia di sangue e resurrezione. Ho amato le immagini che l’autore è riuscito ad evocare attraverso l’uso delle sue parole. Immagini in grado di provocare sensazioni e di accelerare il processo conoscitivo e di coinvolgimento verso una storia che diventa via via più avvincente. 
Fin dall’inizio c’è una caccia all’uomo asfissiante, interminabile che cambia vorticosamente così come cambiano e si alternano le posizioni delle pedine di questa scacchiera di sangue. Colui che sembrava il protagonista diventa un’ombra, una macchia scura sul muro della dimenticanza, perché altri attori prendono possesso della scena egregiamente. 
I protagonisti di questo romanzo sono tanti e nessuno. Ognuno ha il proprio fascino senza che questo possa svilire l’altro. Di solito di una storia si ama un personaggio, massimo due, perché molto spesso gli altri sono creati per fare sfacciatamente da contorno. Ma qui no. Ho apprezzato tutti, in modo diverso, ognuno di essi ha mantenuto alto lo scettro della mia attenzione, senza mai perderlo. 

Per chi voglia leggere La setta delle tre erre di Stefano Uggè sappia che non vi troverà alcuna forma di pietà o di buonismo. Questa storia è spietata e non perché racconti di sette o di adepti del male, ma perché parla di una follia seminascosta dalla ragione umana, che cova, cova fino a quando l’autocontrollo si spezza e lascia strabordare tutto l’odio e la rabbia di una vendetta capace di generare una tempesta di morte e violenza. 

In una città maledetta, che nel silenzio turba le anime di coloro che l’attraversano e veglia sulle ceneri del male in attesa che esso risalga le porte infernali, per presentarsi nuovamente al cospetto degli uomini, questo è un racconto per chi non ha paura. Per chi ama le atmosfere segrete e in penombra, accolte dal buio della notte, unica grande custode di ciò che non può e non deve ancora essere detto. Per chi sa aspettare con pazienza l’arrivo della fine, gustandosi attimo dopo attimo l’ansia che cresce e quando si arriva ad un passo dall’impronunciabile, accettare che ogni fine non è altro che un nuovo e terrificante inizio.