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martedì 5 aprile 2016

Il vizio dell'odio di Mario Pippia Recensione

Buon martedì! Il vizio dell’odio di Mario Pippia è un thriller che vi lascerà a bocca aperta. La storia di un omicidio soltanto iniziale… collegata ad un rapimento di molti anni prima, in cui si mescolano paura, terrore, spunti horror, scene macabre e ad effetto, e tanto mistero. Consigliato!



Titolo: Il vizio dell'odio
Autore: Mario Pippia
Editore: Selfpublishing
Pagine: 221
Genere: Thriller
Prezzo: Ebook 2,99
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TRAMA


In una Torino rovente per la calura d'Agosto, la morte di Carlo Setteconce, stimato chirurgo nella sua vita precedente, e ora tranquillo e solitario pensionato, viene rivelata solo dal terribile odore che circonda la sua villetta di Pino Torinese.  Una triste "morte solitaria". Ma dopo due settimane dalla rimozione del corpo, l'odore c'è ancora. Forse anche peggio. Il commissario Polloni torna e approfondisce l'indagine sulla casetta di Setteconce, facendo una terribile e macabra scoperta: il dottore aveva una cantina segreta, e dentro ci teneva segregato un uomo. Che è morto d'inedia, abbandonato dal suo aguzzino. Il poliziotto deve ora scoprire per quale motivo il professionista aveva un hobby tanto strano e terribile, e chi è l'uomo della cantina. Le conseguenze delle sue indagine saranno terribili e inaspettate: un'ondata di odio profondo travolge qualcuno che inizia a uccidere crudelmente i presunti colpevoli del rapimento del figlio di Setteconce, avvenuto tredici anni prima, e mai risolto. Polloni e la sua squadra ingaggeranno una crudele gara con l'assassino, per riuscire a impedirgli di portare a termine la sua inutile vendetta.  L'odio è come un vizio: fa male, ma fa star bene.

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Il vizio dell’odio è un thriller ben strutturato, con un linguaggio carico di sensazioni e di visioni che permettono al lettore di verificare con la testa e con il cuore tutto ciò che viene narrato, diventando egli stesso un personaggio della storia, seppur restando ai margini della stessa, grazie al coinvolgimento e al senso di apprensione che l’autore è capace di scavarti addosso. 
La storia è incentrata sulla morte di un famoso e miracoloso chirurgo, Carlo Setteconce, che misteriosamente finisce per un infarto. Sembrerebbe una morte come un’altra che in qualche modo sconvolge il paesino per l’importanza del medico e per il modo in cui era amato ed apprezzato da tutti quando ancora faceva il proprio lavoro, prima di andare in pensione. Ma come si dice… il peggio deve ancora arrivare ed è meglio prepararsi all’impossibile perché questo romanzo, apparentemente innocuo e tradizionale, nasconde interminabili sorprese. 
Il commissario Polloni si occupa del caso e non sa che la morte del chirurgo non è l’unico fatto straordinario avvenuto durante quelle ore. Una terribile puzza di cadavere marcito si diffonde in tutto il territorio circostante la casa di Setteconce a tal punto che il vicino è costretto a richiamare la polizia perché quel fetore non è andato via, nonostante il corpo del medico sia stato allontanato già da diversi giorni.  
In effetti l’odore, che già da lontano era fastidioso, nelle vicinanze della casetta diventava tangibile, quasi fisico. 
Il commissario e il suo collaboratore Rizzo ritornano sul luogo della morte convinti che non scopriranno nulla di strano e invece si troveranno davanti il primo di una lunga serie di misteri che da tempo ormai covano irrisolti nei luoghi oscuri e nelle terre aride di quei campi. 
Dentro la cantina della casa del chirurgo, Polloni scoprirà con rammarico e con orrore il motivo di quell’odore strano e malvagio: un altro cadavere. Mai scoperta fu più sconvolgente e disarmante per l’uomo che non avrebbe mai immaginato di trovare un ostaggio nelle cantine di un medico tanto rispettato ed amato. 
L’uomo incatenato e morto per inedia è uno sconosciuto di cui non si sa assolutamente nulla. Un corpo martoriato, ucciso lentamente per anni ed anni. 
Terribile la descrizione del ritrovamento di quel corpo, da vero film horror! Macabro, oscuro ed inquietante, non lascia il tempo di respirare. Ti rapisce completamente a tal punto che ti sembra di non essere più al sicuro nella tua realtà ma di essere in quella cantina con la stessa oppressione e la stessa voglia di fuggire. Eppure il commissario non fugge, è un uomo forte e consapevole, vuole capire, scoprire, far luce, finalmente, su quella storia che è inevitabilmente legata ad una tragedia successa più di dieci anni prima.

La scena è talmente vivida e pressante che l’autore decide di inserire anche un riverbero paranormale, creando così nella mente di Polloni una sorta di visione che gli fa credere di parlare direttamente con il cadavere. Una scelta azzeccata che fa tremare il lettore e lo rende ancora più partecipe di quello strano mistero al confine tra realtà e perversa macchinazione. Ho riletto il pezzo più volte, lo ammetto, perché mi è piaciuto molto. La scelta delle parole, la capacità di catturare l’attenzione, la fluidità e paradossalmente la naturalezza di uno scenario tanto raccapricciante da mettere terrore addosso, fin dentro le ossa. Avete mai pensato a quanto sia semplice avere paura? Quanto sia semplice il terrore? Non è nulla di complicato, è qualcosa di spontaneo che sembra nascere nelle viscere di ciascuno di noi. Sicuramente non è semplice incutere paura con uno scritto, bisogna essere bravi a terrorizzare anche con poche parole ed è quello che fa Mario Pippia quando usa questo momento per inchiodare chi legge alla sua volontà. 
Polloni sentiva lo sguardo del cadavere come una lama ghiacciata lungo la schiena. Non si mosse di un millimetro. La lotta elettronica tra la volontà di luce e il desiderio di buio venne combattuta dalla plafoniera ancora per qualche secondo, poi la corrente trovò la forza di vincere per qualche istante. 
Da questo momento in poi, la storia diventa una spirale di verità e bugie, di maschere e di macchinazioni, di progetti, tradimenti e vendette. Il vizio dell’odio è un romanzo sulla vendetta e sull’odio, appunto. Un sentimento semplice come lo è l’amore. Dico semplice perché è qualcosa che nasce in modo spontaneo e che si nutre di se stesso ma può consumarti dentro, esattamente come il suo opposto. La scoperta di quel cadavere è collegata al rapimento del figlio del medico avvenuto molti anni prima e che aveva condotto la moglie a suicidarsi, perché incapace di sopportare il dolore di quella perdita. In quell’occasione, il marito della governante della casa di Setteconce fu considerato il principale indiziato, almeno fino a quando non scomparve misteriosamente anche lui. 
Tenete bene a mente questi personaggi che vi ho appena elencato, tra i quali manca Franca, la governante della casa e donna abbandonata e tradita da quel marito accusato di rapimento e poi sparito. Un marito che lei odiava e che continua ad odiare anche quando il commissario le racconta la verità. E’ lui il cadavere della cantina. 
Le ferite sembrano state curate, ma anche riaperte e richiuse più volte. Quell’uomo deve aver sofferto in una maniera indicibile. 
Inquietante, vero? Non voglio raccontarvi oltre perché non è mio compito quello di rivelarvi la storia, il libro lo dovete leggere. Quello che posso dirvi è che Il vizio dell’odio è un giallo ben scritto e diverso dal solito. Un intreccio in cui i personaggi sono molteplici ed equamente distribuiti, tutti molto forti, intriganti, accattivanti, nella loro aurea di bontà o malvagità. L’odio è il sentimento predominante, valutato e raccontato da tutte le angolazioni possibili. Non dimentichiamoci che il chirurgo ha perso il proprio figlio senza poter fare nulla finché nella sua mente si fa chiara l’idea di prendersela con l’unico responsabile di quella tragedia e lo fa per tredici lunghi anni. Pazienza, dovizia di particolari, una cura terrificante per quel gesto che cambia tutto il corso della propria vita. L’odio per chi ti ha strappato tuo figlio, per il quale hai perso anche tua moglie e l’odio negli occhi e nei gesti di tutti gli altri protagonisti che vivono questo sentimento come l’unica emozione fruibile e plausibile in un mondo di malvagità e paura. 
No, ferocia non è corretto. La ferocia è un modo di essere momentaneo, e non mi pare, a quanto ho letto circa il dottore, che fosse incline alla violenza. Forse la parola giusta è accanimento, come se questa attività di tortura avesse uno scopo. 
Mario Pippia è un autore che dovremmo leggere nelle librerie e non uno dei tanti superstiti delle vetrine sopraffolate di uno pseudo editore come Amazon. Uno di quegli autori dei quali puoi adocchiare il romanzo tra le pile di libri dentro la libreria, lasciarti conquistare dalla copertina e fantasticare sul titolo fino a quando non ti avvicini e puoi tenerlo tra le mani. Un autore che merita di avere la sua vetrina di carta e non più soltanto virtuale perché il suo romanzo può dare molto, primo fra tutte le emozioni, lo sconcerto, la febbricitante voglia di scoprire l’assassino, l’angoscia, l’ansia, la fuga e l’interiore consapevolezza di amare ed odiare allo stesso tempo quel cinismo e quella cattiveria umana che inscena tra le pagine di una storia che è feroce ma mai illusoria. Le descrizioni diventano corpi ed oggetti fisici, il suo stile è corposo, sostanziale e non figlio di una mera forma divagante. Non si divaga in questo romanzo, si va dritti al punto di non ritorno. Non è facile affrontare una solidità tale da apparire in più punti atroce, lasciandoti persino allibita ma sicuramente emozionata e sconvolta. Non lasciatevi sfuggire una creatura simile che sarà pure figlia dell’odio ma che in me ha generato amore. 
E’ come un’abitudine, non se ne può fare a meno. E’ come un vizio, l’odio: fa male, ma fa stare bene.

venerdì 12 dicembre 2014

Poche storie di Stefano Uggè Recensione

Buon pomeriggio! Prima del weekend ho voluto pubblicare la recensione di questa raccolta di racconti di un autore, Stefano Uggè, di cui ho già recensito un romanzo, intitolato La setta delle tre erre, che potete leggere quiAdesso invece, vi parlerò di una serie di storie che hanno a che vedere con il soprannaturale, il terrore e la paura! Insomma per gli amanti del genere e non, può risultare una lettura molto interessante. Provare per credere!




Titolo: Poche storie
Autore: Stefano Uggè
Editore: Cavinato
Pubblicazione: 2014
Genere: Racconti Noir
Pagine: 120
Prezzo:10.20
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TRAMA

Troviamo in questo libro una raccolta di racconti noir, adeguata ad ogni lettore, pur se non prettamente amante di questo genere di lettura, in quanto le storie narrate in questi scritti, non portano alla "noia" ma liberano la fantasia in particolar modo nella particolarità che l'autore, Stefano Uggè, ha nello scrivere le parti finali dei racconti. Una serie ,in sequenza, di letture che scorre fluida e accattivante, in descrizione delle varie città in cui le vicende si svolgono e prendono forma. Come anche gli ambienti, i personaggi, e i minimi particolari ben descritti insieme agli scenari. Ci troviamo quindi, in un contesto di vivibile lettura in tutti gli aspetti del libro. Ogni racconto è una città diversa, un posto diverso in cui vivere un'avventura nonché la suspance che la accompagna, e che diventa viva leggendola. In "Poche Storie" si possono apprezzare eclatanti scene che spaziano tra realtà, mistero, fiato sospeso, colpi di scena ed il surreale che appartiene al genere. Ci possiamo trovare quindi con la bellissima ed angelica "Eleonora", o con David...



BIOGRAFIA

Stefano Uggè nasce a Lodi il 15 giugno 1974. Sin dalle scuole medie mostra di avere grande fantasia e si cimenta con i propri compagni di classe a scrivere piccole parodie di film o di canzoni, per puro divertimento. Nel tempo libero legge i racconti di E.A. Poe e qualche libro di fantascienza. Attorno ai 18 anni scopre la passione per Stephen King, ma distratto dai divertimenti adolescenziali (playstation, amici, calcio…) accantona il piacere di scrivere. Nell’estate del 2006 divora “ON WRITING”, l’autobiografia di S. King. Grazie a quel libro, infatti, si riaccende in lui qualcosa che forse non si era mai del tutto spento, ma era stato solo accantonato in un angolo remoto della sua personalità. Un po’ per gioco e un po’ per sfida personale, scrive il suo primo racconto : “IL CASTELLO” che viene incluso nell’antologia del Premio Logos II edizione, come uno dei migliori racconti del concorso letterario. Successivamente scrive altri racconti che pubblica sul web: “IL TAGLIO PERFETTO”, “GALLERIE”, “LA FERITA”. Nel 2014 pubblica il suo primo romanzo, edito da “CAVINATO EDITORE INTERNATIONAL” intitolato “LA SETTA DELLE TRE ERRE”, e la raccolta Noir “POCHE STORIE”.




“Quello che sto vedendo adesso, così atroce e macabro, è un potente segnale che mostra l’esistenza di qualcosa che si può identificare come IL MALE, indipendentemente dal nome con il quale lo si vuole chiamare.” 

Una raccolta di storie horror che inizia nel modo più inquietante, presentandoci le forme spaventose di un castello che incarna perfettamente le caratteristiche di questo genere letterario. La sua descrizione è minuziosa e carica di particolari proprio perché l’autore pretende di farci vedere subito ciò a cui stiamo prendendo parte, leggendo. Un’intensa aria che sa di orrore si respira sia all’esterno che all’interno del castello e non è difficile immaginare che qualcosa di molto sbagliato stia per accadere. E’ proprio nella Sala delle Torture, in cui verremo condotti insieme ai personaggi, che la razionalità si ritira impaurita di fronte alla follia e alla più arcana paura.
I demoni interiori delle lunghe e sanguinose torture prendono il sopravvento portati dalla nebbia, nemica delle anime che cercano invano una salvezza che non può esistere in un luogo come questo. 

Lo stile di Stefano Uggè, di cui ho già recensito il romanzo intitolato La setta delle tre erre, è una piacevole conferma. Il lieve senso di ansia e di imperturbabile silenzio avvolge le atmosfere colorandole lentamente di nero e soffocando qualsiasi grido di aiuto. Il castello è l’emblema dei racconti del terrore ma qui non troviamo mai scene splatter o condizioni in qui l’orrore è portato all’esasperazione del macabro, rendendolo spesso ridicolo. L’autore riesce a raccontare, imprimendo in chi legge, il desiderio di andare avanti con l’ansia di fare un passo indietro che poi alla fine non fai, perché tanto sai che in fondo sei fuori da quei luoghi nefasti e malvagi, anche se la tua mente ti suggerisce il contrario. 

Ne Lo strano incontro, molti elementi si fondono creando una storia all’apparenza normale, nella quale però vengono poi inseriti elementi legati al mistero e alla suspense. Ci si accorge solo alla fine che colei che era la vittima in realtà non è assolutamente ciò che appare, e l’autore, anche in questo caso come nel romanzo citato in precedenza, è molto bravo a descrivere i meccanismi mentali che creano mostri dentro e fuori le anime dei protagonisti. Mostri che grondano follia o veri e propri demoni che prendono possesso delle anime fragili e dedite inconsciamente al male. Così tragedie del passato si rivelano figlie del presente e difficili da estirpare soprattutto quando chi fa del male è insospettabile. 

Le atmosfere sono sempre lente, molli, appiccicose di quell’ansia che non riesci a toglierti di dosso. Ed è in questo che si cela tutto l’orrore di una devastazione mentale e fisica che conduce a compiere atti malvagi da parte di assassini privi di logica. Con minuzia e dovizia di particolari Uggè ci racconta anche e soprattutto le scene più raccapriccianti e per i deboli di stomaco è meglio non guardare. 

In ogni racconto l’ambientazione riprende un luogo tipico delle storie horror. Castelli, catacombe, sotterranei, case infestate di fantasmi. Ed è proprio un fantasma ad intimorire i protagonisti del racconto L’annuncio. Il fantasma di una bambina che ha ancora qualcosa da dire al mondo. 
Lo stile di Uggè è maledettamente preciso nella sua inquietudine. Non puoi non accorgertene. La scrittura scorre priva di errori e lui tranquillamente ti conduce laddove vuole, senza distrazioni. Nei suoi racconti è apprezzabile la capacità di coinvolgere il lettore in storie sempre ben costruite e mai lasciate al caso del tanto per fare. Storie che via via si complicano come in una sorta di piramide capovolta in cui la punta coincide con il primo racconto più breve e semplice dal punto di vista dell’intreccio ed immediato da quello dell’effetto, e la base con gli ultimi racconti sempre più articolati ed intensi, sia per l’intreccio sia per lo spessore e la quantità delle emozioni coinvolte. 

Luoghi non solo infestati da fantasmi ma anche da altre entità paranormali che si mostrano in tutto il loro orrore. Terre dimenticate in cui sanguinose vicende di vendetta e di morte sono state seppellite per non essere mai conosciute. Eppure il male di Uggè trova sempre il modo per arrivare, per raggiungerti anche quando pensi di esserti messo in salvo. E questo l’autore ce lo fa capire in modo chiaro, senza alcuna possibilità di fraintendimento. Non esistono fughe possibili. Scenari da brivido in cui misticismo e fede si contendono lo scettro della verità. E in questi racconti tutto è terribilmente possibile. 
State a guardare. 

Incubi che uccidono come fossero reali, premonizioni, atti di violenza e squallore, perdite di controllo, segreti e misteri nascosti nei luoghi più impensabili rendono queste letture un minaccioso panorama sull’incubo attraverso gli occhi di un autore che ancora una volta dimostra di conoscere molto bene ciò di cui sta narrando. Il suo stile è sempre scenografico e anche se chiudiamo gli occhi ormai le porte della nostra mente sono spalancate sull’abisso nero e informe dal quale risalgono creature di cui non conosciamo il nome e mai vorremmo saperne. 
E a volte capita che quella vendetta seppur così tremenda ed efferata possa farci tirare un sospiro di sollievo ma è solo un attimo perché sappiamo che dietro ogni azione di queste storie c’è sempre un’unica forza che sa di dolore e di morte. Che odora di muffa e si ricopre di cenere bruciata. Non c’è spazio per la luce né per il profumo caldo della vita. 
Spazi angusti, chiusi, impenetrabili. Sono così le atmosfere nelle quali manca l’aria, dove non puoi respirare. 

Uno dei miei racconti preferiti è Il controllo. Anche qui l’ambientazione è tipica del genere: un albergo. La narrazione è incredibile, tutto è il contrario di tutto e accade ciò che non ti aspetteresti mai. Più si va avanti nella lettura e più l’autore dimostra padronanza, sicurezza, incastrando perfettamente tutti gli elementi al posto giusto. Le sue parole sono penetranti, crude, visivamente incandescenti. Come puoi non vedere? Come puoi non sentire? Tutto quel dolore, quella rabbia, quell’orrore. Le parole gridano ed esigono la tua presenza. E tu non riesci a sottrarti. Vuoi sapere, vuoi vedere come va a finire perché il ritmo diventa sempre più incalzante e tu ti lasci rincorrere dalle storie o le rincorri tu stesso per dirti che sei arrivato alla fine sano e salvo. 

“Il controllo. Adesso era suo.” 

Il controllo è un racconto cattivo, di quelli sbagliati, irriverenti, nei quali non esiste alcuna forma di redenzione. Dolore per il piacere del dolore. La sofferenza per godere, il pungente odore del male che fa della carne e del sangue il suo trofeo. 

Queste sono storie cattive per gente che non si spaventa. Che non ha paura degli incubi prima di andare a dormire, che non trema di fronte all’imponderabile, che non scappa da quei luoghi che si portano addosso le cicatrici della maledizione. 

Punto e a capo è un racconto legato alla scrittura dove il protagonista scrive storie di cui è terrorizzato lui stesso. L’intreccio si sgretola sotto i nostri occhi, tutto comincia a muoversi vorticosamente e non riesci più a capire se è un incubo o è tutto dannatamente vero. Il clima che si respira è pauroso, i sensi sono sensibilmente in allarme per qualsiasi cosa e sopraggiunge l’ansia che ti attanaglia mentre stai leggendo di qualcosa che in teoria non ti dovrebbe riguardare. Ma davvero? 

I momenti sono scanditi perfettamente, attimo dopo attimo, come se la paura avesse a disposizione tutto il tempo del mondo. Perché tanto noi non scappiamo. E dove mai potremmo andare? 

“La gola è secca, ho bisogno di un bicchiere d’acqua, ma ho paura di uscire dalla stanza; è la prima volta che mi capita di essere terrorizzato, nonostante scrivo racconti horror.” 

L’atmosfera è surreale. Tutto è incredibile, drammatico, terrificante. Assurdo, astratto, torbido, insano. Le scene sono vivide, maledette, malate, alcune calde come l’inferno che le parole spregiudicate dell’autore non smettono di evocare, altre fredde come il ghiaccio ed insensibili come la morte. 

L’ultimo racconto è dedicato ai libri, ambientato in una biblioteca, alla ricerca di un manoscritto e al cospetto di un incontro inquietante. E’ proprio alla fine di questa storia, che l’anima dell’autore, attraverso l’alterego del suo protagonista, esplode e si confessa mettendo a nudo la sua umile e pura volontà di scrittura, augurandosi che il proprio cammino si popoli sempre di più di nuovi lettori. 

“L’istinto e il destino mi dicevano di sfruttare la mia forte immaginazione. Di coltivare la mia fantasia che continuava a produrre idee sempre nuove. Così iniziai a scrivere altri racconti, di paura, suspense, in bilico sulla linea che separa il filo logico della ragione dal surreale.” 

L’aria è cupa, carica di ombra e di rovine. E’ povera di luce, ansimante di terrore, sconvolta dalla dura legge del male. Non esiste salvezza per l’autore perché le vittime sono sempre gli uomini e le donne, siamo noi che di fronte all’imponderabilità della follia sia essa umana o demoniaca, presenza invisibile o fatta di carne, riconosciamo la potenza inesorabile del soprannaturale contro cui nessuno è in grado di vincere. 

Il mondo che emerge da queste storie è un mondo in cui i morti camminano tra noi, in cui esseri demoniaci ed immortali assumono il ruolo di conquistatori e di nemici dell’uomo e della sua logica. Non esistono eroi, ma solo una natura blasfema che incorpora l’aria e l’atmosfera in cui i personaggi tentano di sopravvivere, rendendola oscura e pesante. L’autore lascia molto all’immaginazione di chi legge ed è proprio quest’ultima a rendere reale e tangibile anche ciò che non può e non deve esserlo. 
Leggendo ho pensato ai racconti di Lovecraft nei quali l’uomo non è che un fuscello privo di volontà di fronte alle forze cieche e malefiche che dominano l’universo. Anche qui è così, per l’autore l’umanità non ha via di scampo, le vite dei personaggi sembrano essere solo pedine per far divertire e per soddisfare altre entità. Eppure come per Lovecraft, anche per l’autore, l’unico cammino possibile sembra essere quello dell’immaginazione e quindi quella del sogno, e come dice lui stesso: “Sognare… non costa niente.” 
E’ vero, basta solo avere il coraggio di non smettere.