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martedì 29 novembre 2016

Pocofuturo di Sergio Beducci Recensione

Buonasera cari lettori. La seconda recensione di oggi la dedico ad una raccolta di racconti scritta con uno stile semplice e scorrevole, crudo ed incisivo. Sergio Beducci ci racconta di una visione dell'umanità priva di fronzoli e di mezze misure, mettendo in evidenza emozioni e sensazioni estremamente reali e naturali, così come le sentiamo, senza alcuna forma fittizia.

Pocofuturo
di Sergio Beducci

Editore: Antonio Tombolini 
GENERE: Racconti
Prezzo:  1,99 €
Formato: eBook
Data d'uscita: 5 Ottobre 2016
Link d'acquisto: QUI

Trama:
Questo libro è composto da quattordici racconti, brevi e meno brevi. Ritratti di adolescenti messi di fronte alla malattia, alla sofferenza o semplicemente refrattari a uniformarsi alle regole che qualcuno ha deciso per loro. Vite di giovani e meno giovani presi tra solitudine e incapacità di immaginare per sé o per il mondo un futuro credibile o anche solo accettabile. Il titolo alla raccolta, Pocofuturo, è stato scelto perché in qualche modo il futuro si è contratto, ha perso di significato, è scivolato verso un futuro prossimo, un presente dilatato, atemporale. Pochi sogni, nessun ideale da realizzare: ognuno chiuso nel proprio angusto mondo, spesso intriso di rimpianto, di rancore. Le uniche figure che conservano umanità, capacità di emozionarsi, energia vitale, sembrano essere i giovani marginali, le ragazze in fuga, i bambini che anche di fronte alla morte sono capaci di reagire, affrontandola. Così, tra le pieghe di un’esistenza che sembra cristallizzata nell’inerzia e nell’apatia, può apparire d’improvviso una possibilità nuova, una speranza, persino l’amore. Un libro pieno di gatti con nomi strani, di cani che si chiamano Platone, ma anche di adolescenti che del filosofo e della sua allegoria della caverna, sono affascinati. Un racconto presenta un identico inizio per uno svolgimento e un finale completamente diverso, quasi fosse l’uno la cover o il remix dell’altro, come si usa tra i musicisti e i dj.

giovedì 20 ottobre 2016

Sei ore e ventitrè minuti di Domitilla Shaula Di Pietro Recensione

Buongiorno! Grazie alla Fanucci, ho letto Sei ore e ventitrè minuti di Domitilla Shaula Di Pietro, un romanzo che è una storia vera e che racconta la terribile esperienza vissuta dall'autrice. Un racconto davanti al quale è impossibile restare indifferenti, dove emerge la brutalità e la crudezza del vissuto in netto contrasto con una flebile speranza, quella che si chiama coraggio.



Titolo: Sei ore e ventitrè minuti
Autore: Domitilla Shaula Di Pietro
Editore: Fanucci
Genere: Romanzo
Pagine: 314
Prezzo: 14,90 eBook 4,99
Uscita:  29 Settembre 2016
Settembre, è notte nella campagna toscana. Frida è irrequieta e ha voglia di camminare. Si sente sicura, conosce quei luoghi e non ha paura. Afferra uno scialle mentre il cellulare le sta squillando, non se ne accorge ed esce. Pochi passi, un rumore di foglie calpestate, e Frida viene afferrata da dietro, trascinata in un casolare, legata a un letto per sei ore e ventitré minuti. Se urla, l’ammazza, se non fa come dice lui, aumenta il dolore. L’unico modo per sopravvivere è isolare la mente e volare lontano dove non c’è traccia di tutto quel sangue... Cosa sarebbe successo se avesse risposto al telefono? Quale destino le avrebbe riservato il futuro? Avrebbe evitato l’orrore di quella notte che l’ha segnata per sempre? Un romanzo che racconta il dolore fisico e la profanazione mentale, la morte del cuore e la sua resurrezione, ipotizzando anche un’altra vita, fatta di sogni e problemi quotidiani; perché non sempre quello che sembra destinato a essere più rassicurante, è ciò che ci rende più forti e profondi. Perché bisogna avere il coraggio di denunciare, sempre.


Sei ore e ventitrè minuti è un romanzo che ti lascia il freddo addosso, che non ha un’aurea di consolazione che puoi guardare e con la quale puoi tentare di scaldarti. In questa storia c’è l’odore macabro della violenza e della pazzia. Quella pazzia che non fa rima con follia che è spesso genialità; è una pazzia rosso sangue, fatta di botte, di stupro e di lividi che sformano la pelle e fanno marcire il corpo dove non si vede.

Frida è la protagonista, alterego chiaro dell’autrice, che vive due versioni della sua vita. Una reale e l’altra possibile.
Una sera come tante, uno squillo del telefono e due possibilità: Frida che non risponde, Frida che risponde.

La verità è che la donna non risponde e da questa scelta inconsapevole, la sua esistenza viene drasticamente segnata. Perché una passeggiata come tante, al buio, nella sua ingenua sicurezza mentre a casa i figli dormono e tutto sembra avvolto dalla pace e dalla tranquillità della vacanza, si trasforma in un delitto del corpo e della mente. Si trasforma in un incubo fatto di allucinazioni e purtroppo anche di realtà. La donna viene aggredita e trascinata in una casa da un uomo, un certo Giovanni, il suo vicino di casa. Un personaggio che ha già avuto il dispiacere di incontrare e che le è sembrato strano, inquietante, temibile, un vero fuori di testa.
A mio parere vivere significa questo, affrontare allo stesso modo gioie e dolori, senza illudersi per le prime, ma nello stesso tempo impedire ai dispiaceri di affogarti. Bisogna affrontare entrambi con la stessa determinazione, ci vuole forza per essere felici. Questo credo.
Senza nulla di attraente, quel Giovanni appare sin da subito come un mostro.
Un uomo senza sensibilità, privo di qualsiasi forma di gentilezza, un vero concentrato ambulante di carne e rabbia. Di odio e razzismo.
La sua indole si manifesta in tutta la sua folle perversione quella notte, quando mette le sue luride mani su Frida. La violenta, la stupra, la picchia e poi la lascia andare, il tutto in sei ore e ventitrè minuti. Una promessa: la donna non deve parlare di ciò che è successo con nessuno, altrimenti ne pagheranno le conseguenze i suoi figli, la sua famiglia.
E’ tutta colpa mia! Sto pagando il fatto di non aver voluto vedere i segnali… Da bambini l’adolescenza è un dono, a trentacinque anni un disastro. Stupida che non sono altro.
Frida ha una nonna che adora, un marito che ama e due figli che sono l’essenza stessa della sua vita, eppure in quel momento si sente più sola e abbandonata di chiunque altro. Una donna violentata è una donna spezzata. E’ una donna a cui gli hanno strappato qualcosa dentro e quella ferita non potrà mai essere ricucita. Soprattutto quando c’è silenzio, introversione e ancora paura. Frida non ne parla con nessuno, Frida diventa un automa, si allontana da tutto e da tutti perché non può e non deve fare diversamente.
Lo fisso negli occhi cercando di reprime la sensazione di disgusto che provo ma è esattamente ciò che si riflette nel suo sguardo. Ride, come solo una persona posseduta dal male può fare, un suono che sa di marcio e in quel momento capisco che è malato. E che per me è finita.
Ma se le cose fossero andate in modo differente? Se quella notte, invece di uscire a camminare, Frida avesse risposto al telefono, cosa sarebbe successo?

Domitilla Shaula Di Pietro ci racconta una storia agghiacciante, cruda, feroce, che non risparmia dettagli, botte e tanto odio. Rabbia senza motivo e vendetta. Frida vorrebbe vendicarsi ma in fondo bisogna nascere senza coscienza per essere capaci di fare e di pensare certe cose. L’importante è non diventare come loro, non perdere l’umanità, mantenere la propria dignità anche quando pensiamo che ci sia stata strappata via.
Tutto può cambiare in un secondo. Un’intera vita può distruggersi in sei ore e ventitrè minuti.
Una versione drammatica e tragica di Sliding Doors si svolge davanti ai nostri occhi. Il lettore assiste inerme a ciò che è realmente successo e a ciò che sarebbe potuto accadere rispondendo semplicemente al cellulare.
Frida non avrebbe subito la violenza ma avrebbe scoperto tante cose, tra cui anche l’amore, quello vero, quello pieno di passione ma non con il marito.

Lo stile dell’autrice è scattante, privo di pause, doloroso e incisivo. Intenso e pieno di emozioni. Scene brutte, davvero brutte, che vanno a lenire la dignità femminile ma che devono essere raccontate perché certi mostri esistono davvero e vanno segnalati, additati, fatti sprofondare nel baratro della vergogna grazie al coraggio.
Il buio cancella i contorni, ammazza i colori, il tempo cessa il suo trascorrere e crea grossi mostri immaginari che mi volteggiano intorno come fantasmi neri della notte. Non sarò mai più la stessa.
Sei ore e ventitrè minuti è una lettura forte ma bella. Quelle letture che sai ti faranno male ma che devi leggere, necessariamente perché tu sai che vuoi provare, vuoi sentire addosso anche il dolore più grande se quello è vita.
Un libro è carta e inchiostro ma è anche un modo meraviglioso di raccontare la propria anima e ciò che ci appartiene. Con un libro possiamo conoscere la fragilità e la forza di qualcuno e possiamo imparare ad apprezzarlo e soprattutto a sostenerlo.

Un libro è un grido, una richiesta, un richiamo. Leggere Sei ore e ventitrè minuti significa cogliere quel dolore e trasformarlo in un abbraccio.

P. S. Non troverete nessuna valutazione di questo romanzo perché mi vergogno solo a pensare una cosa del genere.