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lunedì 16 novembre 2015

Pelle d'oca di Domenico Luigi Pistilli Recensione

Buon inizio settimana! La recensione di oggi è dedicata ad un romanzo che racconta di una vita intera e dell'amore che impazza intenso e profondo nell'esistenza barcollante della protagonista, di nome Lidia. Una storia che non disdegna la poesia ed il romanticismo, avvicinandoci in modo delicato e sentito al mondo dei sentimenti e al senso di appartenenza. Pubblicato da Leone editore, che ringrazio per la fiducia, Pelle d'oca è scritto da Domenico Luigi Pistilli.




Titolo: Pelle d'oca
Autore: Domenico Luigi Pistilli
Editore: Leone
Pagine: 192
Genere: Romanzo
Prezzo: € 9,90
Uscita: 2015
TRAMA

Durante una notte insonne Lia ripercorre la sua vita sentimentale, iniziando dal primo innamoramento che, seppure inespresso, è risultato essere tanto radicato da influenzare ogni futura relazione. Nella vana ricerca dell’amore puro vive svariate esperienze restando nel tempo saldamente ancorata al proprio sentire giovanile, custodito gelosamente per tanti anni. Decide infine di trasferirsi all’estero per godere tranquillamente della sua terza età, ma il destino ha in serbo altro per lei, perché non ci sono più scuse dietro cui nascondersi.

Domenico Luigi Pistilli terminati gli studi di natura economica, ha lavorato nel settore del credito. È pervenuto alla scrittura in età matura, istintivamente, nel 2011 dopo avere percorso la strada della pittura. Pelle d'oca è il suo esordio con Leone editore.




Pelle d’oca è un romanzo che ti aspetteresti da una donna e invece l’autore è un uomo dotato di una profondità e sensibilità disarmanti.

Lia, la protagonista, è una donna giunta ad un'età estremamente matura che le permette di guardare indietro ed osservare la propria esistenza, il proprio cammino di essere umano e di anima innamorata di un sogno che l’ha condotta alla soglia di un’età importante, senza aver mai abbandonato un sentimento a cui ha promesso l’eternità senza pretendere nulla in cambio. Quel sentimento si chiama Amore, quello con la A maiuscola, quello che scavalca i limiti del tempo, che se ne frega se è corrisposto o meno, insomma, il sentimento puro che si nutre di se stesso e che attende in eterno. La narrazione si alterna tra la prima persona e la terza persona, mettendo in scena, di volta in volta, un passato dove si raccontano i passi dell’amore che ha vissuto la protagonista ed un presente piuttosto grigio, nel quale sembra esserci una sorta di angosciata visione di una vita vissuta essenzialmente nell’illusione.

Perché pelle d’oca? E’ questa la meravigliosa e al contempo terribile sensazione che Lia prova quando vede per la prima volta Massimiliano. E’ una ragazzina e anche senza averci ancora parlato, senza sapere nulla di lui, se ne innamora follemente, tristemente oserei dire, con una melanconia e una potenza struggente da far rabbrividire. Ecco la pelle d’oca. Una sensazione che abbraccia l’intero corpo e ti congiunge, senza volontà e senza combattere, all’unisono con la presenza straziante dell’altro, persino laddove non c’è altro che assenza e silenzio e straniamento.

“E’ difficile però descrivere con precisione quello che davvero accadde: provai delle emozioni che non riuscivo, e non riesco tuttora, a definire per mezzo delle parole. Percepii nitidamente la sensazione di essermi avvicinata a qualcosa impossibile da comprendere e da codificare, ma che ebbe su di me un magnetismo potente.”

L’autore, con fare delicato e sommesso, sciorina un intimismo devastante, una profondità così femminile ed intrinseca al mondo delle emozioni che è difficile non avvertirne il coinvolgimento. Chi non ha sognato l’amore ideale? Chi non ha costantemente desiderato di strappare il proprio uomo dai sogni? Lia sopravvive all’amore dopo aver conosciuto Massimiliano senza averlo mai avuto. La loro è stata un’amicizia fuggevole, muta, stordita dall’introversione e dalla timidezza dell’età. Eppure la donna non ha mai dimenticato quella sensazione, quella pelle d’oca struggente che ha piantato radici nel suo corpo e nel suo cuore.

“Un amore così profondo può resistere a tanti uomini e ad altrettante storie vissute; può sopravvivere al fluire stesso del tempo.”

Lia vorrebbe preservare se stessa pura, in nome di un amore puro, e di un per sempre soltanto agognato. Eppure vivrà con costanza e una certa determinazione molte storie d’amore con gli uomini più disparati, cercando, in ognuno di essi qualcosa che la strappi a quell’eterno desiderio di ricongiungimento con un fantasma ideale.

La mano sensibile dell’autore ci permette di guardare da vicino i pensieri di Lia, di accarezzarli e contemplarli fino a farli nostri. Quei pensieri sono ardenti, malinconici, sottili richiami di un’attesa infinita, di qualcosa che si agita ma che non può urlare. Un’energia primordiale, atavica che la unisce a quel ragazzo che è stato come una meteora nella sua vita e che non ha mai potuto conoscere per davvero. Un semi sconosciuto che si è trasformato in un fantasma che nonostante la sua essenza invisibile le dona più energia e slancio vitale di chiunque altro uomo in carne ed ossa. L’energia pura ed incontrastata dell’amore che le ha permesso di andare avanti, ravvivando le sue percezioni e le sue emozioni.

“Ciò che provavo per lui era simile ad una scossa elettrica: il solo pensare a lui dava al mio essere una sensazione di benessere e di pienezza. Era la mia fonte imperitura di energia e così è rimasta per i cinquant’anni a seguire.”

Intenso, fisico, palpabile. Meccanismi interiori che generano fiotti di sentimenti. L’io di Lia è un turbine di pensieri, idee, ricordi, memorie e ripensamenti. Un idillio acuto di sogni ed incubi, dove le percezioni di qualcosa di irreale si confondono alla vita vera che funge da rifugio ma mai da casa. Gli amori sono stazioni di passaggio, gli incontri sessuali voraci ma diventano presto fugaci morsi dai quali liberarsi perché ogni fibra, ogni cellula del corpo di Lia è soggiogata dalla memoria e dal senso di appartenenza per l'altro.

La sua esistenza scorre come a rallentatore e l’autore mette a nudo le sue esperienze di vita fondamentali, il rapporto con la madre e quello che lei stessa avrà con la figlia Ilaria, dopo aver sposato l’uomo che in qualche modo l’aveva avvicinata al sesso facendole vivere una piccola violenza. Il rapporto con il mondo dei sentimenti è molto particolare. Lia è in costante ricerca di affetto, di accettazione. In molti passi del libro ho percepito tristezza perché i ricordi sono una condanna senza salvezza. Ogni volta che viveva un momento buio, soprattutto quando un amore finiva, il senso di quel sentimento eterno la rassicurava, la cullava, la proteggeva, preservandola dalle brutture del mondo. La purezza e l’illusione di quell’amore custodiva la sua vera essenza. Lia è fondamentalmente triste e sola. La sua vita sentimentale è un susseguirsi di storie incompiute, come figli che nascono a metà e la colpa è ascrivibile soltanto a se stessa, alla sua incapacità di lasciarsi andare, perchè la sua mente ed il suo cuore appartengono ad un’altra storia, ad altre mani, ad un altro universo.

Domenico Luigi Pistilli crea un romanzo che sembra un’educazione all’amore, un continuo cercare la forza per lasciarsi andare ma prima ancora ad amarsi e ad accettarsi. Lia è una donna con le sue paure, le sue ossessioni, la sua complessità. Non riesce ad abbandonarsi al suono della passione, almeno non fino a quando non avrà raccolto tante esperienze, tanti volti e corpi con cui condividere le proprie ansie ed incertezze.

Indi l’amore, quello vero e completo, è soltanto per i coraggiosi.

“Ci vuole coraggio nell’amare senza remore, e coraggio nel mettersi a nudo nelle mani di un altro.”

Il suo percorso è quello votato alla ricerca delle proprie sensazioni, del proprio corpo e della propria mente ed in questo senso quegli uomini, pur non rappresentando l’amore, le sono serviti per avvicinarsi a se stessa, per conoscersi e per scoprirsi, per toccarsi con le mani dell’anima.

Del resto, il titolo così evocativo e suggestivo, lo rappresenta alla perfezione: pelle d’oca, indi carnalità, fisicità, fulmine mentale che scarica la propria energia attraverso la pelle. Questo significa pelle d’oca.

I suoi amori, Mario quello freddo, Amedeo l’immaturo, Guido il maniaco, non possono reggere l’amore giovanile che porta inciso il nome di Massimiliano ma le permettono di maturare, di conquistare consapevolezza e riconoscimento delle proprie attrattive e possibilità.

L’autore fa in modo di non farci mai dimenticare che Massimiliano è una fantasia e in quanto tale nessuno può competere con un ideale fatto di purezza e di intensità.

“Le emozioni vagano caotiche, senza riuscire a trovare un punto in cui placarsi; risuonano dentro e mi riportano al solito stadio di non ritorno.”

E in effetti neanche Lia può scordarsene, nonostante la lotta interiore, le ferite, gli spasmi emozionali. Una nostalgia che ti radica dentro, dovuta a quella pesante consapevolezza che tutto ciò che lei fa può nulla contro la ricerca costante di quell’ombra che non l’ha mai toccata ma che vince, inesorabile, contro qualsiasi figura maschile.
Pelle d’oca è emozionante, poetico, graffiante, è una lunga lettera d’amore inusuale in nome di un sogno che ha avvolto un’intera vita.

E’ la lotta alla riabilitazione di quella vita stessa che la protagonista conduce contro se stessa e contro il mondo. Una riconciliazione, un amore che è salvezza ma anche tormento.

Lia custodisce la sua vita con quel sogno. Di solito l’essere umano sceglie l’opposto, ossia di custodire il proprio sogno con la vita, fino alla morte. Invece lei sceglie di proteggere la sua esistenza con quel sogno, la preserva, e intanto impara a vivere, si educa all’amore, ad amare e a lasciarsi amare, conservando dentro il proprio cuore quel sogno che le infonde la forza e l’energia necessaria per non mollare.
Quell’amore è un santuario ma è anche un cammino profondo e sentito che la conduce verso la sua unica alba.

“Ti rincontrerò e ti riconoscerò; non so dove, non so quando, non so come, ma le nostre essenze saranno di  nuovo unite, perché siamo viaggiatori dell’universo e non prigionieri di questa realtà.”

Ho amato queste parole e con esse il significato più nascosto, quello intimo, personale, privato. Ci sono libri che ti toccano, e te li senti addosso, libri che ti parlano come se quella voce giungesse da altri mondi, libri, come questo, che ti raccontano pezzi di vita, con una chiarezza, una consapevolezza, che uno specchio dal riflesso fulgido e vivo, non saprebbe fare di meglio.


sabato 14 novembre 2015

Il seme del dubbio di Claudio Sara Recensione

Nonostante siamo nel pieno del weekend vi propongo una nuova recensione, quella al romanzo dell’avvocato Claudio Sara, intitolato Il seme del dubbio, pubblicato da Ensemble, che ringrazio per la fiducia. Una storia che oltre ad essere ambientata all’interno di un tribunale, mette in moto una serie importante di riflessioni che riguardano la famiglia, il senso di giustizia e di verità partendo da una vicenda molto tragica: uno stupro.



Titolo: Il seme del dubbio
Autore: Claudio Sara
Editore: Ensemble
Pagine: 254
Genere: Thriller
Prezzo: € 15,00
Uscita: 2015

TRAMA


Sullo sfondo di un Paese in ricostruzione, l'Italia degli anni Cinquanta, la routine dell'avvocato Renzo Vinsa viene scossa da un processo che lo coinvolge a livello professionale ed emotivo. La presunta violenza subita da una quattordicenne conduce il protagonista alla ricerca della verità tra turbamenti interiori, inquietudini e colpi di scena: un percorso umano e giudiziario i cui risvolti saranno imprevedibili.

Claudio Sara è nato nel 1963 ad Avellino, dove esercita la professione di avvocato civilista. Vincitore della settima edizione(2014) del premio letterario "Antonio Fogazzaro". Un suo racconto è stato inserito nell'antologica In vino litteras (Ensemble, 2014). Suoi componimenti sono apparsi nell'antologia Post Office (New Press Edizioni, 2014).




Il seme del dubbio è un romanzo ambientato negli anni ‘50, nel Sud Italia, incentrato principalmente sui legami familiari e sul senso di giustizia. 

L’atmosfera è quella  tipica dei legal thriller, in quanto l’ambientazione è quella dei tribunali ed il protagonista è l’avvocato Renzo Vinsa che accetta di difendere la famiglia Ranucci, ferita ed oltraggiata da un’ingiustizia avvenuta anni prima ai danni della figlia del capofamiglia: Candida Ranucci.

“L’avvocato Vinsa, infatti, era famosissimo in città per il suo eloquio fluente e ricercato, per la sua retorica chiara e incisiva.”

La storia può far storcere il naso ai lettori più sensibili soprattutto considerando l’epoca che stiamo vivendo nella quale tutti i santi giorni veniamo tempestati di notizie riguardanti la violenza sulle donne e anche in questo libro il perno principale del racconto non si discosta neanche minimamente dal fulcro della questione: stupro.

Candida, all’età di quattordici anni, venne stuprata dal tenente Achilli che allora albergava nella casa della famiglia Ranucci, avendone preso in affitto una stanza.

La vicenda è incentrata sull’avvocato, nonostante i veri protagonisti di quella vera o falsa violenza siano ben altri. Eppure tutta l’attenzione dell’autore sembra concentrarsi sulla dimensione emotiva e sentimentale che coinvolge chi circonda i veri attori di quella terribile storia.

Infatti Achilli parlerà in prima persona soltanto una volta, prendendo in mano la scena mentre di lui sapremo la maggior parte dei dettagli che lo riguardano, solo attraverso il racconto degli altri. Lo stesso avviene per Candida. Certo, lei appare più frequentemente come protagonista che parla in prima persona ma la sua figura resta sempre piuttosto ai margini del palcoscenico reale e pulsante sul quale si destreggiano le vicende.

Claudio Sara è avvocato e con il suo stile diretto, scorrevole, asciutto, privo di tentativi di addolcire una storia e un linguaggio fin troppo realistico, ci conduce all’interno dell’aula di un tribunale alle prese con una vicenda che viene raccontata e vissuta passo dopo passo attraverso la voce dei testimoni e di coloro che l’hanno provata sulla loro stessa pelle.

Il titolo esprime un significato che si ramifica equamente all’interno del romanzo: il dubbio. Ci sono momenti nei quali Vinsa dubita di Candida ma soprattutto della madre e del padre, quasi come se fossero stati quei genitori poveri e disastrati ad indurla a mentire. Addirittura si ipotizza, soprattutto da parte dell’avvocato di Achilli, che Candida, a dispetto della sua giovane e fragile età, abbia circuito il bel tenente, al fine di condurlo a sposarla.

In effetti un matrimonio ci sarà e per noi oggi sembra quasi inammissibile che un padre e una madre accettino che la figlia violentata sposi il proprio violentatore perché soltanto così si può rimediare all'affronto subito. Oggi per noi tutto questo è inaccettabile, orrido e quasi contro natura, contro la morale stessa.

Eppure all’epoca così si agiva e così, in questo modo malato e poco rispettoso, finanche insidioso e pericoloso, si pensava di salvaguardare la vita e la felicità di una ragazzina. Ma di quale felicità stiamo parlando? La povera Candida subisce soltanto atti di violenza a ripetizione e soprattutto si ritrova sempre e costantemente sola per l’egoismo e l’arroganza di un marito che ha semplicemente ordito un piano perfetto per venirne fuori pulito.

L’aria che si respira per tutto il romanzo è triste, malinconica, come se ci fosse alle porte l’arrivo di una disfatta, di una sconfitta ineluttabile.
La memoria dei fatti è messa costantemente a rischio, i giochi della difesa sono estenuanti, la certezza del Vinsa che i suoi clienti dicano la verità a tratti vacilla.

“Se la nostra versione vacilla, sia pure in quei particolari che non riguardano strettamente l’episodio della violenza, viene meno  la nostra credibilità, la nostra capacità di persuasione.”

La forza d’animo dei genitori di Candida barcolla più volte, c’è confusione, le cose dette spesso non corrispondono a verità e troppe sono quelle taciute per far finta di niente e allora ciò che sembrava all’inizio così sicuro, diventa un castello di carta che al minimo soffio di vento può cadere senza possibilità d’appello.

Ho percepito in più passi la disperazione, la rabbia, l’ineluttabile consapevolezza che la giustizia non trionfa eppure il finale riserva una sorpresa e l’andamento della storia, pur basandosi essenzialmente sul riportare dialoghi che avvengono in tribunale, tra deposizioni e arringhe, non annoia, seppur renda il ritmo molto lento e alcune volte ridondante.

Non ho sentito la passione necessaria per far sì che il libro mi incidesse, in altre parole non mi ha travolto completamente, vuoi per la storia, vuoi soprattutto per il modo di raccontarla che si è sempre mantenuto su un tono piuttosto professionale, nondimeno freddo e a tratti scostante.

Nonostante ciò l’autore riesce a costruire una storia precisa, senza sbavature, che circola in modo perfetto in base al tema e alle riflessioni che intende scaturire. Famiglia, legami, moralità, amore ma soprattutto giustizia. Violenza  e morte. Tutti elementi che rendono il romanzo una buona lettura, interessante e soprattutto veritiera, molto immediata senza atmosfere tese ad impolparne la trama, senza colpi di scena stupefacenti ma il tutto molto studiato, ponderato, equamente redatto come se fossimo davvero in un’aula di tribunale e avessimo però la possibilità, non trascurabile, di conoscere cosa avviene nella mente e nel cuore di coloro che vivono direttamente le ingiustizie e soprattutto di coloro che tentano di vendicarle, ossia gli avvocati.

Nuova uscita Runa editrice: Mistral. L'invenzione dell'amore di Franco Ferrini dal 17 Novembre!

Buon sabato cari lettori! Il primo post di oggi è dedicato ad una nuova uscita firmata Runa editrice. Un romanzo storico/ironico scritto da Franco Ferrini, sceneggiatore di C’era una volta in America. 

Date un’occhiata!


17 Novembre 2015


Esce per Runa Editrice



"Mistral - L'invenzione dell'Amore", romanzo allegorico dello seneggiatore diC'era una volta in America Franco Ferrini.





Un romanzo divertente, ambientato in epoca medievale, dove l’Amore - l’amor cortese e cavalleresco – viene finalmente inventato” e visto in modo ironico e grottesco dallo sceneggiatore che, assieme ai più famosi registi, ha contribuito a rendere grande il Cinema Italiano e Internazionale.



16,00 euro - 304 pagine


TRAMA


Castello di Lacoste, Provenza, 1200 d.C. Una nuova moda sembra diffondersi tra dame e cavalieri: si parla di Amore-Passione”, di Donna-Angelo”, Amore Eterno” e filtri d’amore – come dire eresia, magia nera, paganesimo.
Jaquinot, che è davvero un simpatico animale – ex crociato, zotico e analfabeta, pertanto immune dalle mollezze e lusinghe della Provenza – non si tira certo indietro di fronte a una ricompensa in denaro, quando viene incaricato dal Vaticano di indagare su cosa sia veramente questa nuova invenzione: l’Amore-Passione alla provenzale, che sembra essere opera del Demonio.
Agendo sotto mentite spoglie – non senza collezionare una gaffe dietro l’altra – si mette a indagare tra antri oscuri, pozioni miracolose, intrighi, partite di caccia, giostre, monaci infidi, passaggi segreti, mariti gelosi, ancelle fedeli, leggiadre fanciulle, banchetti, balli, duelli, battaglie, e su tutto il Mistral, il vento impetuoso della Provenza che, al pari dell’Amore, giunge all’improvviso e per il quale non esistono difese, né riparo.
Un racconto boccaccesco, con il quale Franco Ferrini ci narra, con ironia, l’invenzione dell’Amore.


AUTORE


Franco Ferrini è nato a La Spezia il 5 gennaio 1944. Vive e lavora a Roma.
Laureato all’Università di Pisa in Lingue e Letterature Straniere con una tesi sullo scrittore e regista cinematografico Alain Robbe-Grillet, ha collaborato tra gli anni 60 e 70 alla rivista "Cinema & Film" e pubblicato varie monografie su John Ford, Sergio Leone, il già citato Robbe-Grillet etc.
Franco Ferrini ha collaborato tra gli anni 60 e 70 alla rivista "Cinema & Film" e pubblicato varie monografie su John Ford, Sergio Leone, Robbe-Grillet etc.
Ha lavorato per alcuni festival cinematografici internazionali, per poi diventare sceneggiatore, sia per il cinema che per la televisione. Come tale, ha scritto una cinquantina di film, diretti tra gli altri da Alberto Lattuada, Dario Argento, Carlo Verdone, Carlo Vanzina e Sergio Leone ("C’era una volta in America").
Vive e lavora a Roma.
Per Runa Editrice il romanzo allegorico "Mistral – L'invenzione dell’amore".


SCHEDA LIBRO



venerdì 13 novembre 2015

Alakim. Le regole del gioco di Anna Chillon Recensione

Salve lettori! Alakim. Le regole del gioco è il secondo romanzo che leggo di Anna Chillon e mi sono perdutamente innamorata anche di questo! L’autrice ha creato un personaggio ed una storia molto originali, incastrando all’interno una molteplicità di argomenti e di visioni che lasciano a bocca aperta. Curiosi? Ecco a voi cosa ne penso!



Titolo: Alakim. Le regole del gioco
Autore: Anna Chillon
Editore: Selfpublishing
Pagine: 434
Genere: Urban Fantasy
Prezzo: € 3,49
Uscita: Ottobre 2015

TRAMA


Lontano. Solo. Libero di accantonare quel poco di umanità rimasta, Alakim terrorizza le notti parigine dando sfogo alla parte più oscura di sé. È in queste condizioni che s’imbatte in un un uomo dalle grandi risorse ed empia inventiva, il cui potere cela azioni criminali. Alakim resta perciò a Parigi, lungi dall’idea di far ritorno e ignaro di chi, per amore o per vendetta, si è già messo sulle sue tracce. Per trovarlo, Nicole e Muriel hanno infatti deciso di intraprendere un viaggio che li costringe a mettersi in gioco nel più esplicito dei modi. Scelte difficili e persone senza scrupoli ostacoleranno il loro cammino, ma ciò che conta è trovare Alakim per essere uniti ancora una volta nel tentare l’impossibile, scommettendo ancora tutto in nome di un’amicizia.  Lotteranno, cederanno alla carne e scenderanno a compromessi con la propria coscienza, per comprendere che, in fin dei conti, il gioco non è soltanto quello che si palesa come tale, ma è la vita stessa, nella quale ogni vittoria non è altro che l’inizio di una nuova avventura. E chi tira le fila, non sempre ottiene esattamente ciò che vuole.

Anna Chillon nasce a Modena nel 1977, si diploma come ragioniera ed esercita per anni in tale ambito, pur coltivando da sempre il gusto per la scrittura. Di giorno contabile e di notte autrice, spinta dalla voglia di mettersi in gioco, nel 2010 decide di rendere pubblici alcuni scritti tramite un suo blog di racconti che si rivela un successo inaspettato. Da ciò riceve il giusto incentivo per dedicarsi al progetto “Alakim”, un romanzo urban-fantasy che l’appassiona toccandola nel vivo con argomenti quali fede e amore.





Alakim. Le regole del gioco di Anna Chillon è doverosamente migliore del suo predecessore, opportuno dirlo, necessario affermarlo, perché la capacità di questa autrice di superare se stessa e le aspettative di chi la segue, è rara e come tale va evidenziata e soprattutto impreziosita con un giudizio che sia in grado di trasmettere cosa è in grado di creare.

Abbiamo conosciuto Alakim, nel romanzo precedente Alakim. Luce dalle tenebre. Un serafino, un permanente, una strana e perversa creatura con luce e tenebre, con sfavillanti e gloriosi echi paradisiaci uniti alle più cupe e sinistre ecatombe infernali. Alakim mi aveva già totalmente conquistata, dunque era davvero difficile andare oltre, eppure Anna Chillon lo ha fatto, creando una trama carica di sorprese, colpi di scena e una conturbante sensualità che difficilmente è possibile trovare altrove.

Oltre ad Alakim, c’è Nicole, l’Invocantes, la sua donna e la sua salvezza, e Muriel, il Nephilim, il cui sguardo e il cui corpo sono un continuo invito al sesso ma al contempo la sua anima è un preludio costante di malinconia e tristezza.

Personaggi complessi, autonomi, assolutamente indipendenti l’uno dall’altra a tal punto da poterci dedicare un libro intero ad ognuno di loro.
Samshat è morto e Alakim è scappato via, dimenticando anche il più piccolo barlume della sua umanità, abbandonando Muriel e Nicole e si è rifugiato a Parigi, dove compie stragi ogni notte, uccidendo e cibando la sua fame di malvagità, guadagnandosi così il soprannome di Knife Killer.

“Trovare una tavola calda per sfamarsi di cibo non costituiva certo un problema, ma riuscire a fare una buona scorpacciata di malvagità, senza compromettersi, si stava rivelando un’impresa sempre più ardua. La polizia gli stava con il fiato sul collo in attesa di un passo falso del Knife Killer e lui sapeva che prima o poi ci sarebbe cascato; per lui nutrirsi era un fatto istintivo, non ci andava molto per il sottile, ci si tuffava anzi come un bambino sulla cioccolata.”

Alakim è un concentrato di follia, di quella più angusta e tormentata, tutto ciò che non dovrebbe mai essere detto né fatto è lì, in questo personaggio, essere, creatura senza tempo né limite, che vive dell’oltre e se ne sbatte altamente di ogni confine.

Con tutta la sua malvagità, la sua sete di sangue, la sua voglia di diffondere il male, di sporcarsi, di annientarsi nel dolore e nel piacere che ne scaturisce, egli si ritrova coinvolto in un gioco molto pericoloso dove è in ballo la vita e la morte delle persone, senza alcuna via di scampo. Muriel e Nicole partono insieme alla sua ricerca e affronteranno molte insidie esterne ma anche interne, condotti sull’orlo della sopportazione di un’attrazione piena di carne e di spirito che inesorabilmente li avvinghia l’uno all’altra.

Le atmosfere sono oscure, sono tinte di rosso, ma anche di bianco e di nero come una scacchiera umana, perché in questo romanzo si gioca, si gioca così tanto fino all’inverosimile. Personaggi perfetti che sbucano distruggendo le mura sottili e fragili della moralità, donne e uomini che scendono in campo, nudi, alla stregua delle loro passioni e desideri più nascosti, pronti a sfidare se stessi e la morte pur di raggiungere quell’orgasmo chiamato soddisfazione.

Un intreccio carico di attesa, di ribellione, di ansia e di sensualità. Anna Chillon non è mai volgare eppure tutto ciò che dice è pervaso da un senso di fascino primordiale, atavico che si congiunge inevitabilmente ai sensi, come un fosco richiamo al quale non puoi rinunciare. I suoi personaggi, da quelli principali fino a quelli secondari, sono tutti abili manipolatori del tuo cervello e delle tue sensazioni. Mentre leggi, smetti di essere un lettore qualunque e ti trovi catturato, piegato, ingabbiato dalla loro volontà, diventi una bambola, una marionetta nelle mani dei loro desideri e non puoi smettere di assecondarli.

Assecondando loro, tu assecondi l’autrice, che brava come pochi, riesce con disinvoltura, con eleganza, con un savoire faire tutto suo a non farti capire nulla e alla fine hai fatto esattamente ciò che lei voleva.

Hai amato Alakim, nonostante sia nefasto, violento, rude e malefico. Hai amato Nicole, giovane ragazza vergine in molti sensi ma sicuramente pronta a sacrificare tutta la sua moralità e le sue poche certezze in nome di una creatura che le può promettere solo l’inferno. Hai amato Muriel, mezzo angelo devoto al sesso più sfrenato, capace di una dolcezza inaspettata ma anche di una calma e freddezza che lasciano poco spazio a qualsiasi opposizione sensata.

“Pensava che non lo avrebbe mai perdonato, ma ora, tra le sue braccia, riusciva solo a sentire con quanta forza lo aveva desiderato e ancora, suo malgrado, continuava a bramarlo. Nello stesso momento in cui se lo era trovato davanti era tutto riemerso, nel bene e nel male, all’ennesima potenza. Non c’era logica che valesse: cedergli equivaleva a vivere sulle montagne russe o, come aveva pensato la prima volta, sull’altalena, lasciandosi spingere su, sempre più su. Lui era quel nodo in gola, di paure, sofferenze e gioie che le prendeva il respiro.”

Hai amato tutto di questo romanzo e dell’autrice che considero una Signora Autrice, per la sua capacità perfetta di scrivere, per la sua originalità, per lo studio che accompagna le sue creazioni, per la serietà, per il suo non sbandierare mai se stessa né ciò che scrive ai quattro venti, solo per riceverne pubblicità.

Anna Chillon è come i suoi personaggi: sicura, determinata, matura, cosciente a tal punto da non aver bisogno di mostrare o mostrarsi per affermare le proprie capacità.

Ogni frase diventa un effetto, un richiamo, un riverbero che rimanda a sensazioni di pelle. Alcuni passi sono scritti in modo semplice ed immediato, altri con un linguaggio un po’ più particolare, elevato, e questo rende la storia più forte, più sana. Non cede il romanzo della Chillon, non cede agli errori, alle ripetizioni, alle incongruenze, ma soprattutto non cede alla noia perché è tutto un fluire veloce ma che ti rende capace di distinguere. Nonostante ci siano molti avvenimenti, ci sia sangue, morte, amoralità, profano, dissenso, il sacro che si tinge di nero, non perdi mai di vista l’obiettivo. Non ti confondi mai nonostante lei ti porti nella melma come nella villa più principesca: è tutto un vivido susseguirsi di visioni e di immagini di cui non perdi mai il filo.

La lotta interiore dei personaggi è estremamente forte. Le scene erotiche sono spiazzanti sempre condotte sul filo del rasoio, in grado di attanagliare mente e corpo in un gioco al limite dell’accettazione. Alakim e Nicole si ritrovano e il loro legame è ancora più denso, ancora più carnale ma anche spirituale.

“Osservandola in volto, si perse negli occhi del verde di un prato provato dal gelo, sui quali erano scritte tutte le disavventure e il dolore patito; occhi incapaci di offuscare un desiderio che nemmeno il timore di lui poteva spegnere. Lei sapeva che era un assassino, un demonio, ma si stava comunque abbandonando alla sua mercé permettendogli di fare ciò che voleva.”

La loro storia ha messo a dura prova entrambi, sin dal primo libro, e continua anche in questo secondo capitolo, dove tutto diventa più intenso, soprattutto nelle seconda parte, dove ciò che è più importante sono le scelte.

“Perciò stette a lungo così, cullando la bimba e la donna che lei era, come nessuno aveva fatto mai. Incapace di tenerla al sicuro da se stesso, si impegnò a custodirla al sicuro dal mondo, mentre, poco a poco, il dolore veniva gettato via.”

Ma non pensate che una scelta possa essere stabilita in base a ciò che è giusto o sbagliato, perché l’autrice vi mostrerà come non esista nessun confine e in questo caso, sì che vi confonderà, perché vi troverete ad apprezzare, a cercare, ciò che mai avreste immaginato, semplicemente perché Alakim sveste il dolore ed il piacere di qualsiasi artificio, li rende nudi, e ve li porge su un piatto d’argento. Siete in grado reggere il suo sguardo?

In Alakim. Le regole del gioco tutto viene messo ancora una volta in discussione e quant’è vero il sottile paragone che intercorre tra il master del gioco che Alakim, Muriel e Nicole sono costretti a fare con lo stesso Dio, signore e padrone delle nostre misere e fragili esistenze. Il romanzo è carico di metafore, di significati che virano verso molteplici direzioni, capaci di lasciarsi catturare ed interpretare da ciascun lettore in base a quello che si porta dentro.

Una storia che definire avvincente è poco. Intrigante, non basta. E’ di più, molto di più. Spesso leggendo, mi sono fermata a pensare: come ha fatto Anna a creare tutto questo? Non si tratta solo della trama in sé, di come è costruita, del suo intrecciarsi alle vite dei personaggi. Ma è il modo di mescolare tanti aspetti della vita e della morte, della mente e dei sensi ad essere realizzato in maniera impeccabile.

Alakim ti consuma, lentamente. Entri in un luogo che ti sembra profano perché sai già con chi hai a che fare, eppure lo adori come se fosse sacro. E’ questa la grandezza dell’autrice: invertire consapevolmente i concetti di divino e sconsacrato ed insidiarteli nella testa e nell’anima, senza che tu te ne renda conto. E laddove lo facessi, ormai è troppo tardi. Per tutto.


Pensi di saper distinguere il Paradiso dall’Inferno? I cieli blu dal dolore?”