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mercoledì 10 dicembre 2014

Phoenix-Operazione Parrot di Francesca Rossini Recensione

Buon pomeriggio! Oggi vi propongo la recensione di un romanzo ad alto tasso adrenalinico, fatto di spionaggio e suspense! Phoenix-Operazione Parrot di Francesca Rossini è la storia di cui vi racconterò oggi. Un romanzo che non mi aspettavo e che mi ha sorpreso molto positivamente! Potete leggere tutto il mio pensiero nella recensione! Aspetto come sempre i vostri commenti!




Titolo: Phoenix-Operazione Parrot 
Autore: Francesca Rossini
Editore: Lettere Animate
Pubblicazione: 24 Novembre 2014
Genere: Spy Story/Gialli/Noir/Thriller
Pagine: 219
Prezzo: 1,99
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TRAMA

1983. Un affascinante ed enigmatico agente dell'intelligence americana: Clay Nathan Hobbs, nome in codice Blue Shadow, coinvolge l'infermiera Leila Lane in una rocambolesca avventura in Europa sulle tracce di un agente del kgb, Egor Vinogradov, che ha un grosso conto in sospeso con lui. La comparsa in scena di una terza donna, l’agente segreto Rebecca Doyle, complicherà rapporti tra i protagonisti. Il terzetto dovrà tenere a bada i sentimenti per sventare un complotto ideato dallo spionaggio sovietico e la minaccia di conflitto atomico.





L’inizio di questo romanzo è sicuramente esplosivo, accattivante, immediato. La caratterizzazione dei personaggi è fulminante. 
Su due piedi ci troviamo di fronte Clay Hobbs, alias Blu Shadow, super agente della CIA alle prese con la cattura di un uomo, un russo di nome Egor Vinogradov, che già tre anni prima aveva tentato invano di catturare. Il fantasma del nemico lo perseguita e adesso si ritrova a doverlo catturare mentre l’uomo è ricoverato in un ospedale sotto falso nome, per poi consegnarlo al suo capo. 

L’autrice ci descrive Blu Shadow come un’agente che non passa di certo inosservato agli occhi di una donna. Fisico atletico, sguardo magnetico, a volte celato da un paio di lenti a contatto scure per nascondere il verde incalzante degli occhi, determinazione e sicurezza, senza considerare una sensualità innata. Che altro? 
Stop, please, direbbe qualcuno. 

Il suo personaggio non poteva essere una passeggiata ed ecco che l’autrice lo complica considerevolmente e devo dire intelligentemente, con una personalità carica di lati oscuri, come le esperienze in Vietnam, che gli hanno provocato un disturbo post traumatico da stress, rendendolo vulnerabile, al limite di comportamenti borderline e atti compulsivi che evidenziano spesso una sostanziale e pericolosa perdita di autocontrollo. 
Clay è dunque un uomo complesso, invischiato suo malgrado, in una situazione ad altissimo rischio, nella quale presto, farà la sua comparsa anche lei, Leila Lane, infermiera e informatrice segreta della Cia, che lo aiuterà quando dovrà catturare Vinogradov. 
Ma le cose non andranno nel migliore dei modi e in un battito di ciglia, i due si ritroveranno feriti e malconci sotto le grinfie proprio del temibile russo e della sua furiosa banda di scagnozzi. 

Fin dalle prime pagine l’atmosfera è carica di adrenalina. Dico subito che non mi aspettavo una storia così roboante, emozionante, capace di farti scalare velocemente le pagine per scoprire cosa succede. I personaggi sono delineati alla perfezione, e questo è un merito che va riconosciuto senz’altro all’autrice, perché non è per niente facile trovare una simile cura e profondità nella narrazione dell’essenza di un attore da romanzo. 
Grazie al suo stile e alla sua scrittura, mai superficiale o superflua, inquadriamo immediatamente Clay e Leila come un uomo e una donna agli antipodi per personalità e stili di vita, interessi e segreti, ma percepiamo sin da subito aria di scintilla. 

I momenti esclusivamente spy della storia sono distribuiti molto bene e con dovizia, alternati con le storie private dei protagonisti, come quella di Leila che si ritrova a 30 anni con un bambino afroamericano da crescere da sola, perché il suo compagno l’ha abbandonata non volendo prendersi cura del figlio e pensando soltanto a tradirla. Insomma una vita fin troppo comune quella della bella infermiera che sembra così diversa dall’intoccabile e burbero Clay Hobbs. Entrambi si trovano uniti in questa vicenda, carica di suspense e di attesa, in cui ci sono molte cose in gioco tra passato, presente e futuro. 

Fughe rocambolesche, avventure al limite della fame e della sete, personaggi che non sono quello che sembrano, figli che tradiscono i padri perché non si sentono parte di un mondo di assassini, vendette e sangue. CIA contro KGB vale a dire anime americane contro anime russe ma in fin dei conti, tutte le spie fanno lo stesso lavoro: quello sporco

Leila è sempre più affascinata dall’aria solitaria e sicura di Clay, ma anche dalle sue grandi capacità di sopravvivenza. I luoghi e i vari spostamenti che i personaggi sono costretti a fare per fuggire, sono rappresentati da una scrittura in grado di renderli reali a tal punto che sembra quasi che chi legge sia lì insieme a Clay, in attesa con gli altri personaggi, di ogni suo cenno e movimento, pronto a salvarci. 
E’ un uomo che ispira fiducia, che riesce a conquistare la simpatia del lettore perché è descritto umanamente, capace di fallire e di trascinarsi come qualsiasi essere umano con le sue ferite. Anche Leila è molto carismatica, una donna normale che però ha molto coraggio e che non si tira indietro neanche davanti alla situazione drammatica del suo rapimento. 
E’ una storia molto intrigante, capace di creare aspettativa nel lettore senza mai tradirla. Gli elementi narrativi sono mescolati bene, tra spionaggio, storie private, illusioni di attrazioni più o meno velate e propositi di vendetta e morte. 
Avventura e misteri da svelare, missioni da portare a termine e amori sul punto di realizzarsi sono i punti cardine che rendono questo romanzo il mix giusto e ben equilibrato per leggere una storia degna di attenzione e che sicuramente mentre la leggi è capace di donarti molte emozioni. 

Il rapporto tra Leila e Clay è pazzesco. Si amano e si odiano irrimediabilmente. Attraverso la narrazione in terza persona e il punto di vista onnisciente, conosciamo singolarmente i loro pensieri più intimi, ma se dovessimo limitarci a leggere solo quello che si dicono tra di loro, penseremmo che si odiano totalmente. Eppure la loro relazione è burrascosa. Lei pensa che lui sia matto come un cavallo e lui pensa che lei sia fuori di testa. Più chiaro di così? 

Insomma una pseudo coppia che fa ferro e fuoco pur di non ammettere la reciproca attrazione ma è Clay soprattutto che si mostra sempre più combattuto e diviso tra il desiderio di proteggerla e la voglia di tenerla lontano, attaccandola e accusandola di essere sempre invadente e scocciante. 

“Sei voluta venire tu, contro la mia volontà, come minimo mi farai ammazzare e so che me ne pentirò un milione di volte, almeno ti prego di non scocciare con domande inutili o piagnistei, seguimi e stai zitta, non devo accorgermi che ci sei, non devo sentirti nemmeno respirare, devi essere la mia ombra, sono stato chiaro?” 

 “Lei ricacciò indietro le lacrime di frustrazione e rabbia impotente, quell’uomo era matto come un cavallo, le facevano paura quei suoi improvvisi sbalzi di umore, annuì in silenzio.” 

Leila e Clay sono personaggi molto particolari e controversi. In romanzi come questo, è facile trovare protagonisti stereotipati e io avevo esattamente questo timore quando ho iniziato a leggerlo. Ma posso dire con sicurezza che la bravura dell’autrice nel tessere la trama e arricchirla di protagonisti di spessore e consistenza, mi hanno fatto dimenticare totalmente quella paura, ritrovandomi a riconoscere che la preziosità di questa storia sta proprio nel trovare protagonisti in grado di spazzare via pericolose banalità e clichè, rivestendosi invece di contrasti e contraddizioni che li rendono molto reali e vicini alla vita comune in qualsiasi situazione. 

In altre parole Francesca Rossini è stata in grado di renderli credibili nonostante, come suo romanzo d’esordio, abbia voluto cimentarsi in un genere, come le spy story, che sono altamente rischiose, proprio perché facilmente vittime di stereotipia e convenzionalità. 

La situazione si complica sia dal punto di vista della trama spionistica sia da quello sentimentale con l’arrivo inaspettato di una new entry, tutta gambe perfette e sguardo di ghiaccio: Rebecca Doyle, la “compagna” di Clay. Una donna che fa la spia esattamente come lui, che lo accoglie tra le sue braccia ogni volta che l’uomo ne ha bisogno, basando la loro relazione esclusivamente sulla libertà e sull’assenza di un impegno serio. Ma questo è ciò che vuole lui, mentre lei sembra seriamente persa d’amore, anche se non vuole ammetterlo. 

“Lui l’aveva subito colpita per la sua faccia tosta, la sua tenacia e l’estrema solitudine. Erano anime affini, e lei aveva all’istante perso la testa per quel ragazzo strano, pieno di strani tic e fissazioni, ma aveva subito capito che non poteva averlo come avrebbe voluto.”

Nonostante la presenza di Rebecca, che s’insinua nella coppia che continuamente scoppia, Clay e Leila hanno i loro momenti intimi, ma la passione che scorre tra di loro è sempre sul punto di spezzarsi, turbata da agenti esterni che interrompono continuamente il loro idillio. Eppure quando sono vicini, nulla sembra avere più importanza. 

“Clay assaporò quel bacio timido, distrattamente, pensando a Vinogradov. Poi però la vicinanza della donna, il suo profumo, la pelle liscia sotto le sue mani catturarono tutta la sua attenzione. La baciò con estrema lentezza, accarezzando le guance con i pollici. Sentì divampare la passione, forse per la prima volta nella sua carriera dimenticò dove fossero e si tuffò in un bacio passionale, lungo ed esigente. Le mani scesero ad accarezzare la schiena di lei, stringendola sempre più forte a sé.” 

L’attrazione tra loro paradossalmente rende più complicate le cose, mettendo seriamente tutti in pericolo. Da due si passa a tre protagonisti di questo amore fatto di gelosia, invidia, rabbia e senso di giustizia, capace di rendere elettrizzante ed incandescente l’atmosfera. Ma quando giunge il momento inevitabile della perdita, tutto sfocia in una terribile follia. Clay e Leila si perderanno e soltanto allora lui capirà di essere profondamente legato a lei, in un modo che non avrebbe mai immaginato. 

La caratterizzazione del personaggio di Clay è quella che mi è piaciuta di più. Un uomo forte, coraggioso, addestrato a superare le più atroci difficoltà eppure fragile in un modo che oserei dire devastante, tragico, senza alcun controllo, quando si tratta di perdere colei a cui è legato. Un uomo estremamente sensibile al fascino spontaneo e naturale ma anche incasinato di Leila, che gli mostra, senza volerlo, cosa significa perdere veramente la testa per qualcuno. Letteralmente. 

Il modo in cui l’autrice lo rende visibilmente provato, spezzato, lo ha reso irresistibile ai miei occhi. E non perché sia bello o sexy ma semplicemente perché è un sopravvissuto pieno di contraddizioni e complicanze, capace di perdere il controllo per amore e capace di tutto per salvarlo. 
Romantico? Senza alcun dubbio, sì. Lo è. Ma non di quello sdolcinato ed insopportabile. Non dimentichiamo che stiamo leggendo una spy story e come tale il ritmo è sempre frenetico ed incalzante. C’è dunque spazio per il romanticismo e la passione, ma sono sempre all’ultimo stadio adrenalinico, come tutto il resto. 

“Forse anche per questo Leila lo aveva tanto turbato, non riusciva a catalogarla, non riusciva ad etichettare i sentimenti che gli faceva provare, ma in qualche modo questo oltre a coinvolgerlo lo esaltava, lo faceva sentire vivo, ed ora lei non c’era più: era entrata ed uscita dalla sua vita più in fretta di una stella cadente ed ora la sua assenza faceva male, aveva distrutto qualcosa in lui, una sorta di barriera emotiva, e lui non sapeva come rimettere insieme i pezzi.”

Dunque molto spazio ai sentimenti e in un genere narrativo come questo è inusuale, ma il modo in cui lo ha fatto l’autrice, l’ho trovato perfetto. Ho apprezzato i momenti di profonda solitudine e di abbandono di Leila lontana dal suo “cavaliere” e l’intensità con cui lo pensa, ammettendo quello strano ed inconsueto bisogno di lui in perfetta sintonia con i crescenti ed inquieti pensieri di Clay che nello stesso istante non smette di sentire la sua mancanza e di soffocare il desiderio incontrollabile di salvarla, per riportarla da lui. 

Nella sua stravaganza ed inaccessibilità Clay resta il punto focale di questo romanzo che è molte cose insieme e lo è tutte nel modo giusto. 
Ruoli importanti giocano l’amore e i sentimenti ed è con essi, riuscendo a giostrarli bene con la trama frenetica, che l’autrice dimostra bravura e padronanza. Un romanzo che non lascia indifferenti e che come poche volte mi capita, alla fine della lettura, mi ha lasciata con un sottile senso di soddisfazione. Una sorta di sollievo, di leggerezza. 

Niente male, sì. Proprio niente male.




sabato 6 dicembre 2014

Space Runners di Daniele Federico Recensione

Buongiorno cari lettori e buon sabato! Ritorno a postare una nuova recensione di un autore esordiente italiano ma trasferitosi ormai da diverso tempo a Londra. Ha pubblicato su Amazon il suo primo romanzo che s'intitola Space Runners. Il suo nome è Daniele Federico. Non lasciatevi ingannare dal titolo perchè è un testo molto bello. Inoltre date anche un'occhiata alla sua biografia perchè sono certa che la troverete interessante! 

Aspetto i vostri commenti!


Titolo: Space Runners
Autore: Daniele Federico
Editore: SelfPublishing
Pubblicazione: 16 Ottobre 2014
Genere: Fantascienza
Pagine: 90
Prezzo: 0.99 Ebook
Amazon



TRAMA 

Nove giugno 2234. La nave da ricognizione Mercury ritrova presso la galassia di Larterus una navetta monoposto di origine terrestre; al suo interno un essere umano criogenizzato. In un mondo in cui i sentimenti sono oramai dimenticati, il comandante Haven si trova faccia a faccia con Daniel, un ragazzo privo della sua memoria e proveniente da un'altra epoca. Le seguenti indagini svelano gli avvenimenti e lo scopo della missione "Space Runners" a cui Daniel aveva preso parte. Una missione che interessa al comandante molto più di quanto egli creda... 



BIOGRAFIA

Daniele Federico e' nato a Bologna, Emilia-Romagna. Ha ottenuto la laurea triennale in ingegneria informatica, prima di dedicarsi alla realizzazione di effetti speciali e cartoni animati. Oggi vive a Londra dove ha partecipato alla realizzazione di films come "Gravity", "Guardians of the Galaxy", "Harry Potter and the Deathly Hallows: Part 2", "The Chronicles of Narnia: Prince Caspian" e molti altri. Ha un grande passione per la fotografia, la lettura e la scrittura.





Space Runners dell’autore esordiente Daniele Federico, italiano trasferitosi a Londra da 7 anni ed impegnato nella cinematografia americana e nella partecipazione a film come Harry Potter e Gravity, scrive un romanzo che un romanzo non è, forse potrebbe essere un racconto di sole 90 pagine o semplicemente uno scritto nel quale si mescolano importanti riflessioni e pensieri riguardanti la vita umana in tutta la sua interezza. 

Quanto è importante dare un nome alle cose? 
Chi non conosce il detto latino Nomen Omen, che equivale a dire che nel nome di una persona o di una cosa, si conserva tutto il suo significato, il senso del suo essere, o altrimenti detto il suo destino? E dunque quanto può essere importante definire questo testo un romanzo o definirlo in qualsiasi altro modo? Forse poco o nulla se consideriamo che ciò che conta alla fine è sempre e soltanto la sostanza, il contenuto, l’espressione delle idee che prendono forma. 

L’autore, senza alcun preambolo e usando un linguaggio chiaro e diretto, ci racconta di un futuro molto lontano, il 2234. Ci troviamo quindi di fronte ad testo fantascientifico, ma non lasciatevi ingannare da questa definizione, appunto. 
E’ soltanto un nome … 

La nave di ricognizione Mercury, con il comandante John Haven e i suoi ufficiali, recuperano una navicella spaziale con un uomo congelato al suo interno. Quest’uomo sarà l’inizio e la fine della storia. Nella sua vita, nella sua esperienza di essere umano, si condensa tutto il significato di questo racconto. 

Daniel Lewis è il suo nome e i suoi anni sono trenta. Molti anni prima era entrato a far parte di una missione, chiamata “Space Runners” nella quale furono impiegate persone disabili con lo scopo di perlustrare l’universo e scoprire cosa ci fosse oltre i confini dello stesso. Una missione molto interessante ma anche altamente rischiosa. Una missione che mette in evidenza quanto desiderio di scoperta ci sia nell’animo umano ma anche quanta sete di conoscenza che molto spesso non coincide con il rispetto umano e con la benevolenza. 
La storia di Daniel, il cui corpo verrà lentamente riportato agli standard vitali normali per riprendere a vivere normalmente, è piena di amore, di passione per l’universo ma anche di dolore e di lotta per la sopravvivenza e per la difesa della propria dignità. Durante il racconto del suo viaggio, scopriremo non solo la grandezza dell’universo, ciò che si nasconde dietro i suoi abissali confini, ma anche quanta solitudine ci può essere nella vita di un essere umano, che seppur amato dalla sua famiglia e dalla sua donna, decide di rischiare la vita per sentirsi unico al mondo e soprattutto per dimostrare a se stesso di non essere inutile. 

Il comandante Haven come tutti quelli che viaggiano sulla nave Mercury sono dei surrogati umani, sono esseri nati in laboratorio, incapaci di provare sentimenti ed emozioni. Terribile la scena in cui Haven vede Daniel piangere e non riesce a spiegarsi cosa sia quel liquido trasparente che esce dai suoi occhi. Un’umanità che nel futuro si presenta senza umanità, senza sentimento, senza passione. Anche le lacrime e quindi il dolore, hanno perso la loro dignità. 

In una storia di non più di 90 pagine non ho mai visto concentrati così tanti sentimenti e pensieri. Forse l’autore è un profondo conoscitore, senza neanche saperlo, dell’animo umano, a tal punto da creare pagina dopo pagina un contenitore fatto di carta e d’inchiostro nel quale ritrovare tutta l’umanità possibile. Ma in tutto questo non c’è una contraddizione di fondo? O forse solo un grande paradosso. Proprio laddove esiste e sopravvive un futuro fatto di surrogati e disumanizzato dal punto di vista dei sentimenti, sopraggiunge un uomo dal passato, da tanto lontano, che porta calore e riesce a sciogliere il ghiaccio della distanza e del distacco. 

Proprio in un mondo del domani, dove non sembra esserci spazio per l’amore, il dolore, e dove tutte le emozioni devono essere tenute sotto controllo da sostanze che permettono che il corpo sia tenuto costantemente in un equilibrio formale, nasce una storia che ridona la passione alla vita, la sofferenza e la rabbia, tutte manifestazioni che devono esistere affinchè esista l’essere vivi.

Con un linguaggio schematico, cadenzato, Daniele Federico riesce a raccontare in poche pagine ciò che molto spesso libri di grande spessore non riescono a fare. I temi che emergono dal sottofondo narrativo sono molteplici, e basta poco che ti entrano dentro senza neanche che te ne accorgi. 
Questa missione così rischiosa per la vita di tutti coloro che vi hanno preso parte diventa una grande metafora che riflette le nostre paure, le nostre scelte, l’importanza della nostra esistenza e quella degli altri. 

Anche l’amore diventa una forza e una grande debolezza in questa storia dove chiunque avrà sacrificato molto più del necessario per arrivare dove è arrivato. Un amore che come sempre è il motore di tutto, ma a volte viene anche frainteso, messo da parte, osteggiato da desideri che superano anche la nostra stessa coscienza, rendendoci incapaci di capire cosa vogliamo davvero. 
Un amore che diventa un grande sacrificio, il più grande di tutti, dimostra di essere tanto forte quanto immortale anche laddove l’umanità lo ha dimenticato. 

Una lettura profondamente emozionante nella quale si contrappongono i due grandi motori dell’esistenza umana: vita e morte. 
Rimarrete piacevolmente stupiti da come verrete catturati dall’inizio alla fine, tanto da continuare a leggere senza smettere prima di arrivare alla fine. Non lasciatevi distrarre dal tema fantascientifico, perché questa è una storia di grande umanità proprio laddove non dovrebbe esserci altro che un semplice e sfocato ricordo di ciò che eravamo. E invece è attuale ed oserei dire intima, personale, capace di toccare le corde più sensibili dell’anima. 

Non mancano scene capaci di creare ansia e paura di fronte alla vastità dell’universo e all’immensità delle stelle, ma soprattutto a contatto così vicino con l’assoluto infinito e abisso dell’incommensurabile. 
Nei cieli e oltre essi, nel buio profondo del nostro universo, si cela qualcosa di oscuro e di ambiguo, che forse ha molto più a che vedere con l’anima di chi lo guarda che con la sua vera realtà. 

A dispetto di tutte le apparenze, Space Runners non è una semplice storia che intrattiene, che distrae, ma è un punto di partenza per riflettere su se stessi, sulle proprie scelte e sulle conseguenze inevitabili, soprattutto quando in gioco ci sono i sensi di colpa. 

“Se moriremo, almeno lo faremo avendo provato a vivere.” 

Questa frase condensa il senso intero della missione e anche i desideri più reconditi di chi l’ha scelta a discapito della sua stessa sopravvivenza. 

Questo romanzo è il racconto di una vita, di più vite che s’incrociano e che creano un momento denso di emozioni che vivi senza che neanche te ne accorgi. Più di una volta si parla di lacrime, perché quelle ormai il mondo del 2234 se l’è dimenticate. 
Ma questo non vale per Daniel e non è valso neanche per me, mentre lo leggevo.

“Sono solo lacrime. 
Lacrime? Questa parola non compare nel dizionario di bordo.” 

E invece cari lettori, qui compare, e scommetto che se lo leggerete, ve ne accorgerete anche voi.




giovedì 4 dicembre 2014

La setta delle tre erre di Stefano Uggè Recensione

Buon pomeriggio cari lettori! Dopo quasi una settimana, eccomi tornata con una nuova recensione di un romanzo che mi è piaciuto molto e che già come genere narrativo, rientrava perfettamente nelle mie preferenze. La setta delle tre erre di Stefano Uggè è un romanzo che racconta una vicenda soprannaturale, di magia e di morte, senza distaccarsi dalle atmosfere tipiche del thriller e del noir. 
Come sempre fatemi sapere cosa ne pensate!





Titolo: La setta delle tre erre
Autore: Stefano Uggè
Editore: Linee Infinite
Pubblicazione: 2016
Genere: Thriller/Noir
Pagine: 474
Prezzo: 15,00 euro



TRAMA


Romanzo Noir in eccellenza, ambientato in Piemonte, fra le varie bellezze misteriose della Città di Torino, con i suoi dintorni, molto affascinante ma… magicamente nera. Sandro e Katy, i primi protagonisti, due giovani rappresentanti si incontrano a Torino e, rapidamente, vengono catapultati in un vortice di eventi provocati da Vincenzo, un uomo malvagio e potente, capo supremo di una setta satanica che svolge i suoi macabri rituali nei sotterranei del Tempio della Gran Madre di Dio. Lo scrittore presenta nel romanzo una sequenza di scenari e situazioni molto particolari, tra il reale ed il surreale, il Noir ed il Thriller, la fantasia e la realtà si intrecciano in modo fluido al punto di rendere l’opera mai noiosa al lettore. Si presenta leggibile e comprensibile ad una fascia di lettori dall’adolescenza in poi, ben definito nelle parti ambientali, fluido e scorrevole nella sintassi grammaticale.


BIOGRAFIA

Stefano Uggè nasce a Lodi il 15 giugno 1974. Sin dalle scuole medie mostra di avere grande fantasia e si cimenta con i propri compagni di classe a scrivere piccole parodie di film o di canzoni, per puro divertimento. Nel tempo libero legge i racconti di E.A. Poe e qualche libro di fantascienza. Attorno ai 18 anni scopre la passione per Stephen King, ma distratto dai divertimenti adolescenziali (playstation, amici, calcio…) accantona il piacere di scrivere. Nell’estate del 2006 divora “ON WRITING”, l’autobiografia di S. King. Grazie a quel libro, infatti, si riaccende in lui qualcosa che forse non si era mai del tutto spento, ma era stato solo accantonato in un angolo remoto della sua personalità. Un po’ per gioco e un po’ per sfida personale, scrive il suo primo racconto : “IL CASTELLO” che viene incluso nell’antologia del Premio Logos II edizione, come uno dei migliori racconti del concorso letterario. Successivamente scrive altri racconti che pubblica sul web: “IL TAGLIO PERFETTO”, “GALLERIE”, “LA FERITA”. Nel 2014 pubblica il suo primo romanzo, edito da “CAVINATO EDITORE INTERNATIONAL” intitolato “LA SETTA DELLE TRE ERRE”, e la raccolta Noir “POCHE STORIE”.



L’inizio di questo romanzo è eccezionalmente misterioso. Ci troviamo di fronte ad una storia che parla del Male, di cose cattive e sbagliate, ed è immediato il coinvolgimento in un clima carico di tensione e di inquietudine, respirandolo fin dalle prime pagine. 
La capitale di tutto il segreto e l’indomito e perverso mondo della magia è Torino, conosciuta come vertice unico di due triangoli magici. Vertice Bianco, insieme a Praga e Lione e Vertice Nero, insieme a Londra e San Francisco. L’ambientazione dunque, non lascia possibilità di fraintendimento: ci troviamo nel bel mezzo di un’atmosfera esoterica molto forte, che non fa assolutamente nulla per nascondere la sua potenza. 

Una voce narrante esterna ci racconta le azioni di quello che apparentemente sembra il protagonista di nome Sandro e lentamente fanno il loro ingresso gli altri personaggi, la cui consistenza e identità, almeno per il momento, non riesce minimamente ad intaccare l’attenzione del lettore, completamente catturata dalla descrizione della città, unica e grande padrona della scena. L’aria che si respira, rigo dopo rigo, è densa e cupa. Sembra quasi che dietro ad ogni frase, precisa, chiara ed efficace, ci sia un avvertimento nei confronti di chi legge, mettendolo in guardia di fronte ad una storia che può turbare per molti motivi e dunque suggerire a chi vuole fermarsi, di farlo adesso, perchè dopo sarà difficile tornare indietro. 

Il linguaggio è scorrevole, privo di errori, capace di accompagnare la descrizione dei fatti senza alcuna falla nel sistema narrativo, creando un intreccio in cui storia e leggenda si mescolano, rendendo l’atmosfera o tremendamente affascinante o irrimediabilmente inquietante. A poche pagine dall’inizio siamo già con i piedi immersi nel terreno macabro e nero del romanzo, a tu per tu con l’orrore ed il terrore del sangue e della morte, a cavallo tra realtà ed illusione. I personaggi appaiono come marionette che agiscono in nome di forze molto più potenti di qualsiasi controllo. Le descrizioni dei momenti più terribili sono fatte con dovizia di particolari e con precisione tanto da apparire come vere e proprie scene cinematografiche. 

“Serrò gli occhi e urlò dalla disperazione, sperando in qualche modo di scacciare l’orrore che stava vivendo. Il getto d’acqua aumentò e in breve tempo si trovò avvolto in una leggera nebbiolina, vestita con classe dei colori dell’inferno.” 

Un incubo così reale da avere fattezze terribilmente umane. Descritto così bene da terrorizzarti, a tal punto da vederlo diventare carne ed ossa davanti ai tuoi occhi. Peccato che di carne umana ne sia rimasta poca e ci sia soltanto un ammasso informe fatto di macabro e di perversione. Per stomachi forti. Per quelli amanti del brivido e del respiro mancato, della suspense e dell’ansia che maledettamente cresce. 

La storia è ambientata in un futuristico ma neanche tanto lontano 2020 ma più che il momento attuale, gran parte del romanzo è incentrato su una serie molto lunga di flashback che riguardano la vita di Sandro e di altri attori che attraversano un arco temporale molto grande, risalente fino agli anni novanta. L’evento più importante, dal quale sembra essersi scatenata ogni cosa è la morte di Linda, moglie di Sandro, avvenuta per un incidente stradale che sembra aver provocato proprio lui. Da allora l’uomo si sente colpevole di aver ucciso la donna da lui amata e pensa addirittura al suicidio fino a quando, non scopre che l’auto della moglie fu probabilmente sabotata. 

Eventi strani ed inspiegabili si accodano a racconti di vite complicate ed irrisolte che contribuiscono ad infittire la trama di scoperte sconvolgenti e di un omicidio apparentemente irrisolvibile. Ogni capitolo non si conclude mai banalmente ma lasciando sempre qualcosa di importante in sospeso, che se per un verso chiude il fatto precedentemente narrato, spiegandolo in parte, dall’altro, apre subito un nuovo scenario, che attende intrepido di essere seguito. Non c’è tempo di concentrarsi su un personaggio e sulle sue vicissitudini che immediatamente l’autore ci chiede si spostare la nostra attenzione su una nuova scena e su nuovi fatti. 

Non tarda a fare la sua apparizione anche la magia nera, nella sua veste suprema ed efferata: il Gran Sovrano, capo indiscusso della Setta delle tre erre che si nasconde nei sotterranei della chiesa della Grande Madre. Una miriade di personaggi sono coinvolti nella storia ma tutto mi sarei aspettata tranne che Sandro, quello che credevo il protagonista, non avesse neanche il tempo di agire, e diventasse subito vittima di qualcosa di incredibilmente malvagio e potente. Un colpo di scena ben assestato mette in evidenza l’intelligenza e l’arguzia dell’autore, che dispensa con bravura gli elementi in grado di complicare la trama senza appesantirla. 

Ma ora dimenticatevi per un po’ di Sandro, perché colui che catturerà tutta la vostra curiosità è un personaggio che non vi aspettate, uno che ne ha combinate tante, di cui difficilmente dimenticherete il nome fino alla fine. Un pazzo senza alcun appiglio di formale ragione, di cui l’autore ci descrive con minuzia di particolari la vita difficile e gli altrettanto complicati processi mentali che hanno contribuito a rendere ancora più oscura un’aurea maligna all’interno di una coscienza già lungamente provata. Vincenzo Rizzo è un anonimo infermiere, premuroso e disponibile fino a quando nella sua testa si risveglia il verme malato della perversione, e corrode fino all’osso il poco di ragione che ancora teneva un piedi un uomo che con l’odio e la rabbia verso il mondo nutre il suo istinto malato, marcito da un’infanzia di violenza e di abbandono che ha reso il suo equilibrio un costante abisso di miserie e devastazione. L’autore ci descrive meticolosamente ciò che avviene nella mente criminale, ci racconta di un fuoco che arde e che riesce a spegnersi solo dopo aver commesso un crimine, eppure all’inizio l’uomo prova ancora un po’ di vergogna fino a quando la parte bestiale non prende totalmente il sopravvento e la mutazione verso il male giunge al suo ultimo stadio. 

L’elemento soprannaturale che all’inizio del romanzo aleggiava turbando l’aria, si manifesta sempre più insistentemente, accalorando l’atmosfera di una strana presenza che è molto più di qualsiasi manifestazione umana. Lo stesso Vincenzo, si rivelerà il capo supremo di quel male che inonda le strade e le vite inconsapevoli di tutti coloro che nel silenzio condividono il grande segreto di un esperimento mai realizzato prima. La storia di quest’uomo è fatta di rabbia e di vendetta ma è soprattutto una storia d’amore, di un amore mancato che si trasforma in qualcosa di macabro e di malvagio e laddove non può esistere come atto di benevolenza, diventa sfogo di tutto l’orrore del mondo. Un filo invisibile collega Sandro a Vincenzo, attraverso la figura soltanto accennata di Linda e del figlio che silenziosamente portava in grembo proprio quando è morta. Ma è morta davvero? 

E se da quel gioco perverso che si colora delle tinte innominabili della maledizione e del sacrilegio, nascesse un essere talmente immondo da essere paragonato al più infernale dei demoni che presiedono l’inferno: Marbas. Ma qui, dentro questa terribile storia, egli è soltanto un ragazzo che cresce in modo terribile, come fosse un guerriero armato dall’arte militare e dalla magia nera di colui che se ne prende cura fino a renderlo un temibile assassino senza alcuna speranza di redenzione. Una macchina di distruzione e di devastazione, incapace di provare qualsiasi pietà. 

“Il suo potere era così devastante che emanava una carica molto forte, una specie di magnetismo, il quale riusciva ad essere individuato da quell’apparecchio di nuova generazione, ma era invisibile all’occhio umano.” 

La trama è abilmente costruita ad incastro. All’inizio ci si può sentire spaesati e confusi perché appaiono personaggi da ogni dove ma senza mai perdere la curiosità di scoprire cosa ancora non è stato detto, ci inoltriamo in un procedimento a ritroso nel tempo che sappiamo, prima o poi, ci condurrà alla verità. 

Torino è un simbolo, una leggenda dal punto di vista esoterico e nonostante all’inizio la storia possa apparire banale, è il modo in cui l’autore decide di raccontarla, ad avermi conquistata. Ogni volta che leggevo di una rivelazione ne rimanevo piacevolmente colpita perché l’autore riesce molto bene a presentare una storia e poi a non lasciarla cadere nello scontato ma ad incastrare perfettamente i tasselli che la compongono senza mai permettere al lettore di distrarsi. E uno dei tocchi narrativi che ho apprezzato di più è stato proprio l’introduzione di Marbas, un personaggio molto particolare, che non puoi fingere di non vedere. Il suo cervello agisce solo in nome dei criteri che gli hanno insegnato, senza alcun valore per i sentimenti. Il suo cuore è un giocattolo rotto, che qualcuno, senza neanche chiedergli il permesso, ha buttato. 

Marbas nella Demonologia, la scienza che studia i demoni, è un demone diurno, un Presidente che governa 36 legioni di spiriti. Ci si chiede per quale motivo l’autore abbia addirittura scomodato un’entità tanto potente, donandogli il nome di un suo personaggio. Non attenderete molto per ottenere la risposta. Intanto sappiate che anche per lui, come per tutti gli altri, c’è una profonda introspezione psicologica, attraverso cui il padre di questo romanzo, dimostra di aver dedicato intere pagine per spiegarci cosa i suoi personaggi pensano e i motivi delle loro azioni. Entrare in una mente criminale può risultare affascinante soprattutto quando si scopre che c’è sempre un motivo per qualsiasi decisione. 
Ed è così che Marbas nasce incarnando l’incrocio tra la vita umana e quella ultraterrena, tra la normalità e la più cupa follia, diventando egli stesso, a sua insaputa, contenitore della malvagità più inammissibile e nello stesso tempo di una latente benevolenza che lo lega inesorabilmente ad un personaggio che non dobbiamo dimenticare: Sandro. 

Marbas è un giovane nato sotto una cattiva stella, la stella più malvagia che possa esistere, quella di Satana. Lui non ha potuto scegliere cosa diventare, cosa essere, è cresciuto con dentro l’incubo di un sogno nero e perverso, macchiato da un’anima immonda. Ho apprezzato la descrizione delle emozioni, senza filtri e senza ragioni. Terribili nella loro malvagità, crude, brutali, cruente e violente, mistificatrici di tutto ciò che di buono può esserci ancora in una storia come questa. Quando la fine della storia si avvicina Marbas acquista sempre più spessore, ma è uno spessore doppio, nero come la morte e inebriante nella sua impura e angusta forma di perdizione più assoluta: la follia. E’ un mostro nel quale convivono due forze e nessuna delle due può essere controllata. 

"E qui nasceva il mostro. L'esatto opposto delle due decisioni - da una parte quella di uccidere, e dall'altra quella di salvare - creava nel cervello di Marbas un duello virtuale, in cui le sue cellule assumevano ruoli simbolici di angeli e demoni, perennemente in lotta tra loro."

Sullo sfondo di una storia soprannaturale, si muovono come ombre illuminate da fari nella pioggia sporca e lugubre in una città che è inghiottita dai suoi stessi segreti e dalle sue stesse forze arcane, poliziotti e commissari, adepti ed assassini, segretarie ed uomini apparentemente normali, tutti coinvolti in questa storia di sangue e resurrezione. Ho amato le immagini che l’autore è riuscito ad evocare attraverso l’uso delle sue parole. Immagini in grado di provocare sensazioni e di accelerare il processo conoscitivo e di coinvolgimento verso una storia che diventa via via più avvincente. 
Fin dall’inizio c’è una caccia all’uomo asfissiante, interminabile che cambia vorticosamente così come cambiano e si alternano le posizioni delle pedine di questa scacchiera di sangue. Colui che sembrava il protagonista diventa un’ombra, una macchia scura sul muro della dimenticanza, perché altri attori prendono possesso della scena egregiamente. 
I protagonisti di questo romanzo sono tanti e nessuno. Ognuno ha il proprio fascino senza che questo possa svilire l’altro. Di solito di una storia si ama un personaggio, massimo due, perché molto spesso gli altri sono creati per fare sfacciatamente da contorno. Ma qui no. Ho apprezzato tutti, in modo diverso, ognuno di essi ha mantenuto alto lo scettro della mia attenzione, senza mai perderlo. 

Per chi voglia leggere La setta delle tre erre di Stefano Uggè sappia che non vi troverà alcuna forma di pietà o di buonismo. Questa storia è spietata e non perché racconti di sette o di adepti del male, ma perché parla di una follia seminascosta dalla ragione umana, che cova, cova fino a quando l’autocontrollo si spezza e lascia strabordare tutto l’odio e la rabbia di una vendetta capace di generare una tempesta di morte e violenza. 

In una città maledetta, che nel silenzio turba le anime di coloro che l’attraversano e veglia sulle ceneri del male in attesa che esso risalga le porte infernali, per presentarsi nuovamente al cospetto degli uomini, questo è un racconto per chi non ha paura. Per chi ama le atmosfere segrete e in penombra, accolte dal buio della notte, unica grande custode di ciò che non può e non deve ancora essere detto. Per chi sa aspettare con pazienza l’arrivo della fine, gustandosi attimo dopo attimo l’ansia che cresce e quando si arriva ad un passo dall’impronunciabile, accettare che ogni fine non è altro che un nuovo e terrificante inizio.




venerdì 28 novembre 2014

FeliCittà di Giuliano Faustini Recensione

Buon pomeriggio cari lettori! Questa settimana riesco a postare anche un'altra recensione, di un romanzo surreale e profondamente radicato non solo nella coscienza ma anche nell'aspetto più filosofico di essa. Non per questo la storia di FeliCittà di Giuliano Faustini è un libro difficile da comprendere, anzi. Attraverso il sapiente gioco di metafore e di solo apparentemente oscuri e segreti intendimenti, dietro le macerie e il buio, si nasconde la luce della verità, che mai come questa volta, avrà la forma di una chiave in un mondo al di là della nostra percezione. Siete curiosi? 
Allora leggete! E fatemi sapere cosa ne pensate.



Titolo: FeliCittà
Autore: Giuliano Faustini
Editore: Cavinato
Pubblicazione: 4 Novembre 2014
Genere: Narrativa
Pagine: 164
Prezzo: 5.99
Formato: Ebook



TRAMA

Pietro giunge a Felicittà, la città dello specchio. È così infelice che l'idea di una città tutta felice lo rende incredulo e curioso. Ha da poco deciso che da grande vuole fare il viaggiatore. Avrebbe proseguito verso l'India … ma un vortice burrascoso lo trascinerà in un'avventura che si svolge tra sogno e realtà. Pietro ha un compito importante. Un passo falso e l'equilibrio eterno tra l'Essere e il Non Essere sarà per sempre perduto. Sì, senza né specchi né occhi nei quali rispecchiarsi e riconoscere se stessi, gli abitanti di Felicittà non “Sono” e per questo svaniscono nel nulla. Nel vano doccia, in completa solitudine, vedremo solo statue di schiuma. Guidato dal bizzarro Teodoro e dal tenero Leone, Pietro scopre di essere il Salvatore annunciato dal manoscritto. Si farà picchio nero, saprà volare. Solo il batter di becco sul tronco del pino saprà risvegliare le coscienze addormentate, prima che svaniscano irreparabilmente. Chi vincerà … essere o apparire? Per scoprirlo giungeremo in un deserto irreale; coloro che lo abitano si illudono di essere alla guida della ruota che dà moto alla terra e alla vita di tutti noi. Due giornaliste moscovite sono il motore che smuove la trama. Amore, amicizia, filosofia … il romanzo surreale è ricco di tematiche affascinanti; mentre Monica è cieca nei confronti di un mondo che non sa più guardarsi dentro. I personaggi di Felicittà non sono solo una caricatura, un'esasperata rappresentazione della vanità; sono la nostra anima che va per scomparire, un brutto sogno dal quale non resta che svegliarci.




Pietro è il protagonista di questo intenso viaggio a cavallo tra la realtà e la poesia, in cui si mescolano visioni lucenti e fantastiche ad abissi incommensurati di oscurità e paura. Il percorso del protagonista dovrebbe portarlo in India ma il romanzo inizia quando lui stesso, insieme ad un gruppo di turisti, si trova di fronte alle meravigliose porte di FeliCittà
Una cittadina ridente, famosa in tutto il mondo per i suoi specchi, meta di continue visite da parte dei più curiosi, attratti dalle sue originali ed introvabili particolarità. Essa sembra subito un sogno, un luogo in cui sono i colori a dominare l’aria, la terra e l’acqua, in cui un tripudio di pastelli fatti di azzurro, giallo e rosso, capaci di dipingere il mare, la torre, la chiesa e ogni piccolo negozio e casa che popola questa meravigliosa avventura che chiamano FeliCittà. 

L’autore descrive con dovizia di particolari e cura ogni aspetto di questo posto apparentemente incontaminato e felice. La sua scrittura è delicata e soffusa, le sue parole macchiano d’inchiostro le nuvole ed il cielo mentre lottano e si contrattaccano. I colori come il giallo ed il blu si mescolano alle mura fatte di pietra, alle viette ciottolate ed alle torri innalzate a protezione della città. Durante il suo percorso conoscitivo, Pietro incontrerà molti personaggi, alcuni amici, altri nemici, chi lo aiuterà e chi lo minaccerà. Ci sarà chi lo metterà in guardia contro terribili accadimenti, perché al di là di ogni apparenza, FeliCittà è in pericolo, così come tutti i suoi abitanti. 

Teodoro, il direttore della scuola, gli offrirà un posto come autista e gli chiederà di trattenersi in quel luogo più del dovuto, perché la sua venuta può significare una grande svolta per tutto il popolo. Conoscerà il sindaco, una splendida donna vestita di bianco e nero, dalla pelle diafana e gli occhi neri come la notte. Una vera e propria minaccia latente, che con le sue poche e spicce parole tenterà più volte di impaurire e di allontanare da quel luogo il nostro eroe. Infine anche l’amore farà il suo ingresso, incarnato dalla bellissima e giovane russa Natascia, della quale Pietro, stranamente, s’innamorerà al primo sguardo, confessando a se stesso, di averla amata da sempre. 

“A dire il vero, era come se fossi da sempre innamorato.” 

I personaggi sono narrati come se potessimo vederli, di essi l’autore ci descrive gli abiti, i lineamenti del viso, il colore dei capelli, le movenze e le espressioni, attribuendogli un’umanità ed un’animosità che li avvicina pericolosamente alla vita reale, rendendo le loro storie un meraviglioso mosaico che si chiama vita. L’atmosfera è pregna di fiaba, ci sono indizi ovunque che lasciano immaginare che ogni elemento ed ogni accadimento non sia altro che un rimando a qualcos’altro. 
Del resto sono o non sono le fiabe, le più grandi metafore sulla vita? 

Un misterioso complotto prende lentamente forma, più ci addentriamo e conosciamo da vicino i protagonisti di questa storia, alla quale la stessa natura, i suoi umani e persino gli animali prendono parte. Lo stile ti conquista, conducendoti senza oppressione e senza alcuna pressione a scoprire i segreti di cui fin dall’inizio percepisci la presenza, proprio perché l’autore è bravo a suggerire che esattamente dietro i mille colori di quell’arcobaleno, si cela il buio più nero. 
Nella scuola Pietro conosce una donna cieca di nome Monica che conserva una storia molto particolare ed eccezionalmente emblematica che serve all’autore per riempire le pagine del suo romanzo non solo di una trama esclusivamente narrativa ma anche condita da numerose riflessioni filosofiche, proprio perché lo scopo di scrivere una storia come questa è sicuramente, tra tutti quelli che ci possono essere, l’invito al pensiero ed al giudizio, la presa di coscienza, e la trasformazione dello sguardo su tutto ciò che ci circonda. Monica era una fotografa che una volta diventata cieca comincia a sentirsi inutile, perché non può più fare niente che sia riconosciuto convenzionalmente universale. E nello stesso modo considera Pietro. Egli ammette di viaggiare senza uno scopo ed è anche quello qualcosa di profondamente inutile, perché è solo una perdita di tempo. Il discorso sulla cecità in rapporto al tempo e all’utilità della propria vita e delle proprie esperienze serve da input per riflettere su argomentazioni molto più ampie come l’orientamento che può prendere la nostra vita, la perdita di uno scopo e la speranza quando non ci si sente compresi. 

La chiave del mistero si trova in mezzo agli alberi, nel volto corrucciato di Teodoro e tra le rughe e il corpo scarno di Leone, personaggio intorno al quale ruotano tutti gli equilibri della storia. Egli sembra uscito direttamente da una fiaba dei fratelli Grimm e contribuisce ad arricchire quell’alone di sogno e realtà nel quale Pietro non può essere altro, anche senza volerlo, che un punto di riferimento per l’intera città e soprattutto per Monica, che si scopre talmente presa da lui da considerarlo in pochi giorni l’uomo della sua vita. 

Gli specchi di cui ogni negozio di FeliCittà è pieno, rappresentano il suo incontrastato fascino che è anche la più grande maledizione, perché è proprio nel loro riflesso che si conserva il valore e il senso di quel mondo e di chi lo nutre per farlo sopravvivere. Una scoperta sconcertante metterà Pietro a dura prova. Un compito gravoso penderà sulle sue spalle ed egli, come comandato da un destino silenzioso ed invisibile, risponderà senza pensarci, a quel richiamo assurdo e terribile, senza alcun ripensamento, come se fosse inesorabilmente destinato a quello, anche senza volerlo. 

C’è un’antica leggenda che si respira nel bosco, una storia incredibile, incastrata tra i rami di un albero che serba il più grande mistero del mondo. Lo scontro tra la gazza bianca ed il picchio nero dalla cresta rossa. Ed ora state pensando ad una favola e per certi versi è proprio così. Ma è anche molto di più come ogni grande fiaba che si rispetti. 
Il ruolo degli specchi non è solo marginale, essi rappresentano il nucleo filosofico della storia. Il romanzo parla di specchi in cui riflettersi per non scomparire, ma è lo stesso romanzo un grande specchio in cui possiamo rifletterci per comprendere che forse anche noi stiamo scomparendo, e non riusciamo più a vederci per davvero. C’è un forte simbolismo che racchiude significati molto importanti negli uccelli, nella natura stessa e persino nella pietra. 

“Il Salvatore giungerà col nome della Pietra, colei che per sua natura, sa essere umile e forte, Colei che non è corrotta dalle intemperie, ma si perfeziona assumendo la forma del tempo.” 

Tra un gioco di specchi, di trasformazioni meravigliose e di lotte al limite della magia, il bene e il male ancora una volta si scontrano, in due mondi diversi: il mondo al di qua e il mondo al di là, in cui una terribile condanna costringe gli abitanti ad un sacrificio inestimabile. Ma non è altro che l’illusione della vita e del proprio essere a condurre l’umanità alla sua morte. La morte dell’anima, che diventa merce corrotta di una vanità sbagliata. Gli uomini si salveranno quando la loro coscienza si risveglierà dal sonno dell’illusione e dell’apparenza, della superficialità e dell’inganno. Le generazioni future dovranno avere il diritto di chiedersi Chi sono? E di darsi una risposta che non sia il povero riflesso di uno specchio fatto di illusioni. 

La teoria della vita e delle sue illusioni è molto particolare, perché incentrata sul gioco degli specchi ed affonda le proprie radici nelle più ardue argomentazioni filosofiche ed artistiche. Prima di essere un città moderna FeliCittà era una collettività dedita alla terra e alle arti. 

“Leone ci tenne a sottolineare che a FeliCittà non si era in cerca di fama ma necessario era avere l’arte come ideale.” 

La natura è una personificazione mastodontica ed imponente. L’opposizione tra giorno e notte è molto forte, come quella tra luce ed oscurità. Per raggiungere la vera felicità bisogna scavare dentro se stessi, superare le stanze buie che ci troviamo di fronte, rompere ogni specchio di illusione per raggiungere finalmente il sottosuolo dove si nasconde la verità. Il senso è quello di non credere alle apparenze. Non credere a ciò che vediamo, sentiamo e viviamo superficialmente. Ma cercare con umiltà e pazienza, il fondo scuro della nostra verità, di ciò che realmente ci rende felici. Dobbiamo trovare ognuno la propria scala personale che ci conduca nei sotterranei della nostra essenza pura e priva di menzogne e di maschere. Il guardarsi in faccia per quello che si è, non è altro che un modo per risvegliarsi, per aprire gli occhi di fronte al torbido e sonnolento sonno dell’inconsapevolezza. 

Pietro affronterà una discesa reale e metaforica che lo condurrà a capire la sua persona nel profondo. 

“Un fiammifero si spense. Fu buio totale. Io percepii una vibrazione dentro, l’armonia arcaica di un’esistenza perfetta.” 

Tutto ruota intorno ai concetti di felicità e di libertà. La filosofia prende campo e FeliCittà non è altro che la metafora della nostra coscienza che deve risvegliarsi dal sonno dello specchio. E’ veramente libero colui che guarda dentro se stesso, senza timore. 
A metà tra sogno e profezia, tra ciò che è reale e ciò che non può esserlo perché figlio della scrittura, si svolgono le vicende di questo romanzo fiabesco che del linguaggio perfetto e dell’intreccio ha fatto una garanzia per una lettura riflessiva e piacevole. Anche per tutti coloro che non amano leggere pensieri filosofici, seppur sarebbero utili a tutti, in questa storia troverete attimi di sensata analisi su ciò che ci circonda e soprattutto riguardo noi stessi. 

FeliCittà è un grande giardino pieno di fiori colorati, di piante, di animali, tutti doni della Natura che rappresentano il nostro mondo, la nostra vita. Quella luce, che ognuno di noi, anche il più apparentemente soddisfatto, sta cercando ha sempre e soltanto un nome: felicità. Puoi chiamarla amore, famiglia, lavoro, ma il senso non cambia. La filosofia ci insegna che è nell’oscurità, nell’ombra del sottosuolo più impraticabile che bisogna andare a cercare se stessi. La luce è dentro di noi, non fuori. E se non scaviamo dentro, con le unghie e con i denti, se non ci liberiamo delle convenzioni e dei preconcetti, FeliCittà resterà soltanto uno splendido miraggio, che potremo solo intravedere nei nostri viaggi, da lontano, senza mai entrarvi per davvero. 

FeliCittà è un’utopia, perché non esiste ma paradossalmente è realizzabile perché dipende da quanto abbiamo il coraggio di andare a fondo, dentro di noi. Senza temere il buio che in esso troveremo. Qualunque sia il suo volto, qualunque sia la sua voce. 

In un’epoca in cui la luce è diventata lo sguardo. In cui è accecante, anonima, spesso aberrante, tutta uguale. In cui illumina nello stesso modo tutte le cose, rendendole pericolosamente indifferenti perché non facciamo più lo sforzo di scoprirle, avendole continuamente davanti. I luoghi, esageratamente illuminati non sono più ripari, ma spazi perdutamente aperti. In un’epoca così, come la nostra, l’oscurità, l’ombra, la penombra sono state cancellate, come si vuole cancellare la polvere dalle cose. Ma il buio è il nostro fondo nascosto, se eliminiamo le ombre, il nostro essere perderà la sua umanità, la sua carnalità, la voglia di scoprire. C’è chi teme il sottosuolo perché lì si nasconde il buio dell’anima e vuole che il giorno sia eterno, ma se continueremo a credere che vedere tutto sia meglio dell’ombra, perché questa può generare mostri, allora nessuno di noi raggiungerà mai la felicità. E’ nell’imperfezione dell’oscurità che si nasconde la nostra umanità, ciò che ci rende mortali, forse sbagliati ma sicuramente veri e reali, più di qualunque teatrino festante di scintillanti specchi che intonano la loro ennesima e illusoria vittoria sul mondo.



martedì 25 novembre 2014

Open Arms di Gennaro Loffredo Recensione

Buonasera cari lettori! Oggi posto la recensione di un romanzo che mi ha sorpreso molto, di uno scrittore emergente e che si presenta con un linguaggio scorrevole e una trama ben articolata. Gennaro Loffredo e il suo Open Arms.





Titolo: Open Arms
Autore: Gennaro Loffredo
Editore: Montecovello
Pubblicazione: 30 Settembre 2013
Genere: Narrativa
Pagine: 392
Prezzo: 17.90




 TRAMA

Open Arms è un'isola sperduta del Pacifico dove sorge una società tecnologicamente avanzata, un paradiso futuristico nel quale è possibile darsi una seconda opportunità. L'improvvisa scomparsa dell'uomo che ha reso possibile questo miracolo, il governatore Cassini, desta più di un sospetto: Cassini sembra essersi dato fuoco, ma alcuni particolari lasciano supporre che possa essersi trattato di un brutale omicidio. Il neo governatore decide, così, di affidarsi ad un detective tra i migliori in attività: John Barnard di Plymouth, in realtà un neofita che si è involontariamente ritrovato ad avere una straordinaria quanto fasulla reputazione. Seguito dal suo improbabile team ed a dispetto della sua totale incompetenza, egli cercherà di risolvere il caso. John e la sua squadra daranno adito a tutta una serie di situazioni esilaranti, paradossali e grottesche, ma avranno anche l'occasione per confrontarsi con un nuovo e sconcertante mondo.




“Non sono un genio, né un gran talento… ho solo una storiella da raccontarti.”

Così inizia Gennaro Loffredo il suo rocambolesco viaggio all’insegna dell’originalità e dell’humor, trasportandoci, senza pretese e senza promesse all’interno di un mondo talmente bello, da essere chiaramente utopico, ma questo è solo l’inizio. 

Open Arms è una splendida isola a Sud del Pacifico, con 15.000 abitanti e un clima tendenzialmente mite, senza dimenticare la cosa più importante: è indipendente. Un luogo a metà tra la meraviglia ed il mistero come tutto ciò che è ancora sconosciuto ai più. Un posto che in pochi conoscono, ma che tutto il mondo ammira per come viene gestito, controllato, per come la gente ci vive e ci sopravvive. Una vera e propria realtà così splendidamente perfetta da apparire fin troppo inusuale nella sua segretezza. Che fosse tutta una farsa?

Open Arms, chiamata così per la sua forma che richiama le braccia aperte di una donna, diventa oggetto delle indagini di un confusionario e improvvisato detective di Playmouth, tale John Bernard, che aiutato dall’amico scienziato Chris e da un gruppo di improbabili furfanti, viene chiamato a risolvere nientemeno che il mistero di un’omicidio. 
 Il governatore dell’isola, Mark Cassini, viene trovato morto bruciato, proprio quando apparentemente non sembra esserci nessuna motivazione che potesse aver spinto qualcuno ad ucciderlo. Il corpo ritrovato e le modalità della presunta morte fanno sì che il caso venga immediatamente archiviato come suicidio. Infatti alcuni testimoni, che lo hanno visto poche ore prima della scomparsa, confermano che l’uomo aveva comprato di sua spontanea volontà una tanica di benzina. Dunque, quale prova più evidente per avvalorare l’ipotesi di una morte decisa anzitempo e procurata dalla stessa vittima? 

Tutto filerebbe liscio a questo punto, se non fosse per Wang, una delle persone più vicine a Cassini ed anche colui che dopo la sua morte viene nominato nuovo governatore dell’isola. L’uomo non ci sta alla versione ufficiale e contatta il nostro John, per far luce su questo poco credibile suicidio. 
Peccato però che Bernard non sia un vero e proprio investigatore! 

L’ufficio in cui svolge il proprio “lavoro” non è altro che l’ex ambiente in cui l’amico Chris gestiva l’agenzia funebre del padre, pieno quindi di bare e di cadaveri. Le scene iniziali, nelle quali l’autore racconta le peripezie e i battibecchi tra i personaggi su questo sfondo pseudo reale, che diventa quasi una visione tra il macabro e il fantastico, spesso conducono al sorriso, e all’ironia, quella buona, quella che ti spinge a leggere per capire fino a che punto le furfanterie dei protagonisti arriveranno. E capisci subito che giungeranno in brevissimo tempo all’apice, fino ad Open Arms, fino all’isola che John definisce un luogo per pazzi. 

“Questo era tutto ciò di cui era venuto a conoscenza. E' scandaloso! si disse. Questi sono fuori dal mondo, un’isola di pazzi!” 

Ma il nostro John Bernard è senz’altro un tipo molto particolare. Uno cresciuto a proprio piacimento, che ha usato le lezioni della vita per plasmarsi un’idea dell’esistenza tutta sua. Uno che da bambino era timido ed insicuro, osteggiato dagli altri, ed eterno sconfitto di beghe e zuffe adolescenziali. Uno che forse non si è mai davvero imposto, non tanto per un evidente impossibilità ma forse per previa inettitudine. A lui bastava razzolare male e non predicare affatto. Solo l’incontro con Chris, questo strambo e folle personaggio tutto preso dai suoi esperimenti e dalla sua “magia”, è riuscito a renderlo più forte e quindi anche capace di osare. 

E’ bene chiarire subito che l’agenzia investigativa non è altro che un cumulo di menzogne e di fatti inventati, nientemeno che da uno dei migliori hacker in circolazione, il buon Bob, che una volta contattato da John, in pochissimo tempo gli crea un fulgido passato di splendenti ed inarrivabili risultati investigativi e in poche ore li tira a lucido per gettarli sul mercato delle chiamate di lavoro e Wang dixit, senza mezzi termini e senza mezze misure: 

“Lei è un uomo dalle mille risorse! Non la scopro di certo io.” 

E da queste poche ma intense parole, il nostro autore si libera di ogni fardello di pesantezza e banalità, raccontandoci una storia incredibile ma altamente divertente. Compariranno sulla strada di ogni lettore che a questo romanzo farà l’occhiolino, una miriade di personaggi, una fila infinita di uomini e donne, vecchi e cialtroni, custodi di cimiteri e improbabili ex mogli, amanti e farabutti, ognuno dei quali avrà dalla sua la forza della parola e l’intensità del momento che renderà viva quella storia. Molti di essi li vedrete solo da lontano, altri faranno la loro comparsa e poi spariranno, senza che li vedrete più per lasciare il posto ai veri protagonisti del romanzo, nel quale s’intreccia una trama da giallo che si traveste di qualcos altro. 

La narrazione si alterna tra il punto di vista di John che racconta in prima persona e quello di un narratore in terza, che spesso prende il sopravvento, raccontando in modo più distaccato lo svolgimento delle vicende. Alla fine di ogni capitolo c’è volontariamente un intercalare spontaneo e simpatico tra chi sta raccontando e l’ipotetico lettore, il quale viene continuamente chiamato in causa in modo che non perda attenzione e si ritrovi sempre più coinvolto in queste misteriose vicende. 

Non poteva mancare l’amore, incarnato dalla splendida Amaltea, la segretaria di John, che rappresenta l’angelo, il fiorellino, la rosa, colei che l’eroe ama ma che non potrà mai essere sua, perché appartiene ad un altro.
Ed è questo che l'autore fa credere all'inizio. Ma occhio! Perchè niente ma davvero niente è come sembra.

Verità e sogno, crudele realtà e fantasie recondite si mescoleranno in questo curioso racconto che mi è apparso molto diverso da tutto ciò che finora ho letto. Tra ritrovamenti di nuovi cadaveri, fughe improbabili, biglietti d’amore dispersi e pericolose quanto segrete immagini e simboli arcaici, l’indagine procede inizialmente molto lenta, ma poi nella seconda parte del romanzo, subisce un’accelerazione che la rende inarrivabile, che ti conduce a leggere pur di scoprire, mantenendosi sempre all’altezza di un ritmo serrato ed appagante. 

I luoghi cambiano, e i nostri personaggi si muovono a metà tra la confusione, il delirio e il desiderio di scoperta, tra i posti più misteriosi dell’isola, sui quali troneggia la foresta, luogo incontaminato e leggendario, che da sempre ha affascinato per la sua incantata atmosfera e qui non è da meno, diventando locus di efferati omicidi ed improbabili verità. Interessante l’idea di partenza dell’autore di inventarsi quest’isola che inizialmente era semplicemente un centro di accoglienza nel quale le persone venivano mandate per riprendersi e per essere curate. Poi con il tempo è diventato un vero e proprio centro in cui vivere e crescere, crearsi una famiglia e migliorarsi soprattutto perché il fine primario di Open Arms è il lavoro. 

“Una volta ricevute le prime cure, soprattutto di natura psicologica, quelli che lo desideravano potevano intraprendere il corso. Qui si insegnava un nuovo modo di vivere in società basato fondamentalmente sull’etica: si migliorava la percezione del prossimo, si spingeva a predicare la non violenza, si simulavano piccoli nuclei familiari praticando lo scambio dei ruoli…” 

Il valore principale di questa utopica società però sembra essere sempre e soltanto uno: la crescita interiore e sociale e mai quella economica. Infatti non circola moneta alcuna e la filosofia è unicamente questa:

”Su Open Arms non morirai mai di fame ed avrai sempre un tetto garantito… ma non ti arricchirai.” 

Con lo scorrere delle pagine, il mistero si infittisce non solo di cadaveri ma anche di nuovi elementi che però, paradossalmente, conducono il nostro pseudo investigatore sempre più lontano dalla verità ed egli si sente sempre più un bugiardo cronico, racchiuso in un’enorme bolla di menzogna che può scoppiare da un momento all’altro. 

“Più che un detective mi sentivo un contaballe.” 

Ad acuire le sue evidenti capacità limitate, la comparsa di un simbolo, su alcuni cadaveri e su un foglio ritrovato nella libreria della villa del governatore morto. La costellazione del serpentario fa la sua apparizione ammantata di mistero e di segretezza, oscurata dalle vicende di sangue e così intimidatoria da gettare tutti nello sconforto. Che ci sia qualche inimmaginabile mistero nascosto in quella apparente gentile e tranquilla terra chiamata Open Arms? 

Al clima di dubbio ed apprensione si alterna quello frivolo e bizzarro delle nuove elezioni politiche che stanno avvenendo in altre parti del mondo, e all’avvento addirittura di un processo per omicidio che renderà il clima della storia ancora più esaltato ed esaltante, elettrico, ed eccezionalmente ritmico. Una trama ben congeniata, che non lascia nulla a caso. Un thriller che non basta a se stesso e che vuole essere dichiaratamente altro. Altro a cui non saprei dare un nome. Ma questa è una storia curiosa che incuriosisce, paradossale e originale. 
Una storia che mi piace definire sfiziosa, intrigante, capace di stuzzicare l’intelligenza e l’attenzione di chi legge per farsi seguire in questo luogo nascosto dal mondo, che non ha nessuna coordinata reale ma che diventa una grande ed impellente metafora sulla nostra società, sulla nostra politica, sui nostri valori e sulla nostra moralità. 

Il romanzo è anche un meta romanzo, nel momento in cui scopriamo che Juliet, uno dei personaggi di contorno, sta scrivendo la storia di chi ha fondato Open Arms, aggiungendo ancora altro materiale a questo bosco fatto di ombre e di suoni, di richiami e scoperte che è la fantasia dell’autore. 

La fine arriverà e non vi sembrerà vero. Non vi sembrerà vero che la verità sia quella che non potevate minimamente immaginare. Perché? 
Perché l’autore è bravo a non farvi capire nulla. E’ bravo a condurci su strade apparentemente troppo facili e di convincerci che è proprio lì che sta la verità ma poi, fidatevi, non è vero niente. Lui si diverte soltanto a vedervi passare da una certezza ad un’altra, senza aver mai risolto davvero la storia. 
Niente sarà più plausibile, tutto vi apparirà impossibile eppure il finale, quando il cerchio si chiude, sarà un finale perfetto, che combacia perfettamente con tutto e forse voi, come me, resterete a bocca aperta. 

Nelle ultime pagine c’è un accenno a Crab, un laboratorio che farà parte del secondo romanzo scritto da Gennaro Loffredo, che si presenta come il seguito di Open Arms. Non starò qui a dirvi di cosa sto parlando, semplicemente riprenderò la frase contenuta nel libro: 
Qui termina la fase uno. 
Con questo capirete che vi troverete di fronte un finale aperto ma bello. Un finale in cui a poche righe dalla fine, inconterermo nuovamente John e la sua amata Amaltea che discuteranno del loro autore ed anche di noi. Un autore che ha dimostrato sicuramente di amarli e di volergli ancora dare una storia, di tenerli ancora per un po’ in vita. Gli ha donato consistenza battito, esperienza. Li ha resi capaci di far sorridere e ridere, di far divertire e soprattutto riflettere, anche con un pizzico di paura, di ansia e di suspense. 

“Non vi ho intrigati abbastanza?” 

Io gli rispondo di sì, che lo ha fatto. E voi?




sabato 22 novembre 2014

Estrazione vincitore GiveAway For Halloween!

Buongiorno lettori! Ieri 21 novembre è finito il GiveAway For Halloween iniziato il 31 ottobre. E' arrivato il momento di decretare il vincitore di questi bellissimi premi!










E dunque la vincitrice è Chanel S. E' già stata contattata, se non risponderà entro tre giorni, passerò ad una nuova estrazione! 

 Buon fine settimana e a presto per nuove sorprese!