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mercoledì 12 agosto 2015

La vera storia di Oscar Rafone di Enzo Iorio Recensione

Buon mercoledì cari lettori! Oggi vi propongo la recensione di un romanzo scritto da un autore esordiente, Enzo Iorio, intitolato La vera storia di Oscar Rafone. Un romanzo dalla scrittura scorrevole e delicata alla quale è facile affezionarsi per la chiarezza e la capacità “pulita” di rappresentare i sentimenti e le emozioni della vita del protagonista, un bambino alle prese con la propria crescita e le difficoltà esterne e della famiglia. Una lettura che fa riflettere, con importanti tematiche come quelle dei clandestini e del rapporto con il “diverso”.





Titolo: Enzo Iorio
Autore: La vera storia di Oscar Rafone
Editore: Selfpublishing
Pagine: 150
Genere: Romanzo
Prezzo: € 10,00
Ebook: € 2,99
Uscita: Febbraio 2015


Trama

Oscar ha tredici anni e una vita difficile. Ha perso la madre a sei anni, appena in tempo per affezionarsi a lei e alle storie che gli narrava la sera prima di dormire. Gli è rimasto il padre, un tipo violento e irascibile, che forse gli vuole bene ma non sa dimostrarlo… E poi arriva Zamina, una ragazza Rom di poco più grande, che gli cura le ferite e lo aiuta a guardarsi dentro. I due ragazzi, nascosti in una casa abbandonata, si divideranno una manciata di felicità…

Enzo Iorio: insegnante in scuole medie e superiori, ha maturato esperienze umane e professionali anche grazie a ragazzi con disabilità, in scuole serali per adulti e in corsi per detenuti. Vive e lavora a Ventimiglia.




La vera storia di Oscar Rafone è un romanzo delicato ma vibrante, di vita, di conoscenza, di esperienza, di maturazione. E’ una storia toccante, molto vicina alla nostra realtà, quotidiana e palpabile, resa tangibile dalla scrittura fluida e leggera dell’autore che s’immerge completamente nella vicenda, rendendola quasi un emblema di un particolare atteggiamento verso la vita, verso il mondo.

Oscar è il protagonista, un giovane adolescente che vive in una comunità a seguito della perdita della madre e del padre e a causa di una serie di disavventure che non solo trasformano completamente la sua vita ma segnano inesorabilmente tutto il suo percorso di crescita.

Il romanzo è un meta-romanzo, ci troviamo di fronte ad una storia che racconta se stessa. Al protagonista, che parla in prima persona, viene chiesto di scrivere la sua storia, e anche se lui si sente incapace ed inadatto a raccontare, l’amica Laura lo spinge inesorabilmente ad iniziare questo nuovo cammino all’interno della scrittura, ponendo intelligentemente l’accento sulla proprietà terapeutica del raccontarsi a piene mani e con lucidità  per accrescere la propria consapevolezza.

“Allora adesso scrivi la tua, una tra le tante. Col vantaggio che siccome non devi né venderla né vincere un concorso puoi farlo come ti pare e piace, con errori, banalità, volgarità. L’unico impegno che ti chiedo è di essere sincero.”

E Oscar lo sarà, fino in fondo, fino a mettere fuori anche il più recondito dei desideri sbagliati o le sue paure più nascoste, i sentimenti più importanti come l’odio e l’amore, il senso di amicizia e le emozioni predominanti come l’aggressività e la rabbia.
Un quadro a tutto tondo che emergerà lentamente, a scatti, grazie ai richiami temporali che l’autore abilmente mette in campo, asservendo perfettamente l’incastro narrativo alle sue intenzioni di scrittura. Questo comporta la conoscenza, da parte del lettore di chi è realmente questo giovane ragazzo che ha avuto una vita non facile, che si ritrova da solo a combattere contro i fantasmi del proprio passato e soprattutto a reagire con fermezza e decisione nei confronti delle conseguenze delle proprie azioni.

La passione dell’autore per i libri, essendo un docente di letteratura, traspare dall’amore che Oscar prova per la lettura, intensificato dal suo odio per la scuola e per l’impossibilità di imparare le materie che gli vengono imposte. Le sue sono scelte più libere, dettate esclusivamente dall’impegno e dall’istinto che lo conducono verso letture in grado di conquistarlo totalmente e di strapparlo alla quotidianità spesso troppo misera  e meschina della vita.

“Ogni volta che ritrovavo un buon libro, quello giusto, lo chiamavo, mi appassionavo talmente tanto che riuscivo a estraniarmi completamente, dimenticando perfino di mangiare o dormire.”

La vita adolescenziale di Oscar è  caratterizzata dall’assenza della madre, di cui serba dolcissimi e teneri ricordi e la presenza ossessiva e violenta del padre, che non esita fin troppo spesso a picchiarlo per tentare, a suo dire, di educarlo nel modo che ritiene più consono. Oscar vorrebbe avere una vita diversa, vorrebbe combinare meno guai, vorrebbe che gli altri non lo odiassero per quello che è: solo un casinista che non è in grado di avere un vero amico al suo fianco.

L’autore costruisce un personaggio-bambino completo, con le sue cicatrici, i suoi dissidi interiori dovuti sia ad una vita disastrata che ad un carattere molto particolare che lo portano ad assorbire con relativa e apparente calma tutto ciò che di altero e altro lo circonda.
Egli sembra subire le costanti minacce del padre senza poi in fondo reagire come ci si aspetterebbe, eppure all’esterno, tenta di vincolare quel senso di rabbia e di tensione costante verso chi lo circonda e gli ambienti che è solito frequentare come la scuola. Non a caso si è fatto bocciare due volte e tutti gli altri bambini fondamentalmente lo temono per i suoi atti sconclusionati ed improvvisi.

“Accelerai il passo senza voltarmi e uscii dal portone. Avevo gli occhi pieni di lacrime e la rabbia mi stava offuscando il cervello. Mi accorsi che per la tensione stavo stringendo la mazza talmente forte che mi faceva male la mano.”

Nessuno sembra capirlo e ancora più inquietante è che Oscar non si fida di nessuno, tranne di Zamina, una giovane zingara di qualche anno più grande di lui che lo aiuterà a risollevarsi psicologicamente e fisicamente quando toccherà il fondo. Un’amicizia molto particolare che coinvolge due identità agli antipodi, un uomo e un rom, che tentano, riuscendoci, di creare un legame che vada oltre i confini delle razze, dei pregiudizi e delle mistificazioni. Con lei Oscar conosce l’amore, i primi baci, le prime effusioni, si sente protetto e amato, finalmente accettato da quella parte di mondo che per legge e per condizione dovrebbe invece rifiutarlo. Il tema della diversità, dell’accoglienza, del relazionarsi con gli altri popoli, le altre etnie è molto forte e  l’autore non si esime dal mettere questa tematica al centro della sua storia, per coinvolgere ma soprattutto per far riflettere su cosa siamo e cosa vogliamo essere, per noi stessi e per gli altri.

I ricordi della madre che Oscar ama più di qualsiasi altra cosa, si confondono con l’odore e la pelle di Zaima, l’unica persona in grado di avvicinarlo e di farlo sentire a casa.

“Mi accorsi che non riuscivo a guardarla negli occhi. Erano di un verde bellissimo, mi ricordavano il mare al mattino presto quando andavo a pescare sulla scogliera della madonnina e avrei voluto guardarli a lungo, tuffarmi dentro, ma mi imbarazzava.”

E’ una storia raccontata in punta di piedi, senza scossoni, senza schiaffi. E’ un modo morbido ma profondamente sentito di esprimere una propria visione del mondo che non va ad intaccare quella altrui se non per arricchirla.
Si coglie l’attenzione dell’autore per una realtà che proprio di questi tempi assurge al centro della cronaca, il rapporto con lo straniero, con il clandestino, con il diverso. Sottilmente è chiaramente percepibile l’atteggiamento di chi scrive nel voler snaturare qualsiasi tipo di pregiudizio soprattutto riguardante la convivenza con queste persone che non devono e non possono essere peggiori di noi. In  realtà non lo sono.

“Ne dedussi, così direbbe il mio prof di scienze, che gli zingari non erano più cattivi di altra gente, anche se questa deduzione imparai presto a tenermela per me, dopo che una discussione con mio padre sull’argomento era finita a bottigliate.”

Sullo sfondo di una condizione familiare difficile e piena di contrasti e a contatto con una dimensione sociale ancora più straniante, l’autore dipinge con poche e sospese frasi la nascita di una qualche forma di sentimento, di amore, di affetto che somiglia anche se per poco, troppo poco, alla felicità. La dolcezza di Oscar, il senso di protezione e la forza di Zamina sono espressioni potenti e disarmanti, ti contagiano e ti abbracciano fino a commuoverti.

La storia è narrata semplicemente, ma questo non le impedisce di essere piena e colma di tutto ciò che della vita lascia il segno, sia nel bene che nel male. E’ uno spaccato serio e dolente, scherzoso e rabbioso, deciso e pacato di uno specchio di vita giovanile, un percorso di crescita e di abbandono per poi ritrovarsi laddove sembrava che tutto fosse perso.

Paradossalmente Oscar troverà rifugio proprio in quella casa abbandonata dove andava da bambino e che adesso è il rifugio di Zamina e metaforicamente riceverà ristoro e affetto proprio dal diverso, sfuggendo totalmente qualsiasi altra forma di convivenza con la società ufficiale.

Alcune immagini sono descritte così bene dall’autore da restare favorevolmente impresse, sussurrate e accompagnate da un linguaggio silenzioso ma pieno di premura, quasi egli non volesse sbagliare, per evitare di rivelare la propria presenza.
Ho riconosciuto la volontà di distaccarsi dalle forme comuni di pensiero, dagli atteggiamenti considerati vincenti, dalle guerriglie fatte di parole e scossoni, per respirare un’atmosfera diversa, di accettazione, di familiarità, di appartenenza. Un pensiero intelligente, connesso, delineato e tratteggiato con semplicità per dimostrare che l’esistenza può riservarci sorprese impensabili e che molto spesso ciò in cui crediamo è solo ciò in cui ci fanno credere, rivelandosi tristemente falso.

La forza di volontà di Oscar è un insegnamento, ma più di questo c’è il desiderio di raccontare qualcosa che permetta di acquisire una visione diversa di ciò che ci circonda. Il legame che lo unisce a Zamina oltre ad avere valore in sé, contribuisce a dettare una maniera differente di guardare il mondo, con occhi più puri e più sinceri.

L’invito nascosto dell’autore, quello che il lettore dovrebbe leggere tra le righe, sembra essere quello di guardare e soprattutto guardarsi dentro. Un invito alla lettura della propria anima, del proprio essere, perché questo è l’effetto che la storia di Oscar ha provocato dentro di me.

La scrittura di Enzo Iorio è delicatamente sincera, pulita, quasi inerme di fronte alla barbara realtà contro la quale fin troppo spesso dobbiamo combattere. Il suo tono, quello che mi fa piacere pensare di aver letto sotto la parvenza di ogni parola, anche di quella più semplice, è quello di un padre premuroso che cerca di accompagnare suo figlio senza farsi notare, che non lo perde d’occhio, che lo assiste. Un tono caldo, paterno, premuroso, affettuoso. Sembra indifesa la sua storia eppure è forte come una vittoria. E’ proprio quella sincerità a renderla speciale, flessuosa ma reale. Vera e non insipida ma con un sapore forte che sa di vita.


lunedì 10 agosto 2015

Soffocami di Chiara Cilli Recensione

Buon inizio settimana cari lettori! Oggi voglio tenervi compagnia con una recensione eccezionalmente lunga, che non ho voluto tagliare perché volevo esprimere a pieno il mio pensiero e le mie sensazioni riguardo una lettura che è stata per me completamente nuova. Infatti ho letto per la prima volta un Dark Contemporary Romance grazie alla gentilissima autrice Chiara Cilli e al suo romanzo intitolato Soffocami

Una lettura che mi ha scosso, fatto riflettere e… Scopritelo leggendo!



Titolo: Soffocami
Autore: Chiara Cilli
Editore: Selfpublishing
Pagine: 409
Genere: Dark Contemporary Romance
Prezzo€ -
Ebook€ 4,99
Uscita: 1 Giugno 2015

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Trama


Avevo tutto ciò che ho sempre sognato.
Non ho mai avuto la vita che sognavo.

Avevo lavorato sodo per arrivare dov’ero.
Violenza, soprusi e crudeltà mi avevano segnato per dieci anni.

Ero pronta a portare l’azienda di famiglia ai vertici del successo.
Ero pronto a saziare la mia vendetta contro chi aveva abusato di me per lungo tempo.

Poi mi hanno rapita.
Così ho preso la figlia di Nikolayev.

Ora devo sopravvivere a un uomo che mi consuma l’anima.
Non importa quanto lotterà, non ha scampo.

Non posso lasciare che mi soffochi con la sua presenza letale.
Perché la ucciderò.


**Attenzione**
Romanzo Dark Contemporaneo


Questo romanzo contiene situazioni inquietanti, scene violente, linguaggio forte e rapporti sessuali di dubbio consenso o non consensuali. Non adatto a persone sensibili al dolore e alla schiavitù.

Chiara Cilli: nata il 24 Gennaio 1991, vive a Pescara. I generi di cui scrive spaziano dal fantasy all’urban fantasy, dall’erotico al dark romance. Ama le storie d’amore intense e tragiche, con personaggi oscuri, deviati e complicati.




Soffocami è un romanzo di cui potrebbero dirsi tante cose, a cominciare dal genere di appartenenza: il Dark Contemporary Romance. Chi di voi lo conosce? In pochi sapranno che è un genere molto particolare, nel quale si fondono elementi violenti ed estremamente forti, che in Italia non è molto diffuso, chissà perché.


E’ la storia di tre fratelli, Armand, il vendicativo, Andrè, l’assassino ed Henri, il mostro. Di cosa sto parlando, vi starete chiedendo. Prima di tutto di violenza perché quella è innegabile, centrale, ineguagliabile. Chiara Cilli affonda il coltello e lo fa fino in fondo, non risparmia niente, non evita fraintendimenti, non surclassa brutture, ti mette davanti la peggiore delle forme di sottomissione: lo stupro familiare. 
Tranne Armand, sia Andrè che Henri hanno subito violenze varie da parte del padre e soprattutto dagli amici del loro amabile genitore che non si è mai fatto scrupoli a farli diventare la più allettante delle attrazioni malate delle sue feste private. Un uomo di cui ci viene detto molto poco, per fortuna; una casata, quella dei Lamaze, di cui ci viene detto il necessario per sapere che ci troviamo di fronte una delle tre famiglie della Romania che detengono il potere dell’intero paese. E per essere chiari, sin da subito, nelle loro mani si muove il giro della droga, della prostituzione, della morte.

“Per dieci lunghissimi anni io e Andrè eravamo stati le puttane di nostro padre, l’attrazione principale delle sue feste private.”

Armand, bello e rude, prestante e a suo modo elegante, è quello che appare più distaccato, quasi fosse superiore sia per condizione intima e personale sia per il suo ruolo. Parliamoci chiaro, è l’unico a non aver subito alcun tipo di sopruso se non quello psicologico e questo, in qualche modo lo ha salvato da certe deviazioni mentali, certi serpenti velenosi ed immaginari che negli altri due fratelli si sono insidiati nel sangue e nel cuore per corroderlo fino alla morte. La morte dei sentimenti e di qualsiasi emozione. E allora ecco Andrè, quello che uccide, quello freddo e determinato, quello che non prova assolutamente nulla se non un desiderio feroce fatto di rabbia e di odio verso il mondo intero, un desiderio incontenibile, malato, incapace di essere soddisfatto in alcun modo, che si rigenera di se stesso, che si nutre dell’infamia e della vendetta. Andrè è terribile nella sua chiusura, nel suo essere distante, è quello atono, privo di emozioni, senza nessuna espressione umana. Una gabbia di ghiaccio e terrore. Non c’è lussuria in lui, né alcun tipo di desiderio carnale per nessuno, solo un terribile e disumano spavento. Poi Henri, quello sadico, quello che non si dimentica. Chi è Henri? Oltre ad essere il protagonista, è la mente più perversa ma anche quella più dilaniata, quella più spaccata, più tragicamente malmessa e manomessa dal passato e dall’ingrato presente che lo ha reso una macchina priva di sensi di colpa, con un unico scopo per il resto della sua vita: vendicarsi dell’uomo che ha abusato di lui per tanti anni. Quell’uomo è il padre di Aleksandra Nikolayev e ora è lei a dover pagare per tutto il male che quell’uomo gli ha fatto.



Chiara Cilli ci presenta una forma di vendetta distorta, eclatante, pazzesca. Ci porta con una fermezza e una maestria orrida e feroce, davanti ad un inferno racchiuso in un castello freddo come il ghiaccio nel quale il clan vive. Un inferno pieno di donne che vengono violentate, stuprate, picchiate ogni maledetto giorno, perché alcune saranno destinate alla prostituzione, altre all’omicidio. Perché è questo ciò di cui i fratelli Lamaze si occupano: prostituzione e serial killer al femminile. Imbastiscono al meglio la merce per il Re e la Regina di Vères.

“Mostri, sussurrai disgustata, gli occhi che bruciavano per via dell’insorgere delle lacrime. Siete dei mostri. Armand s’incupì pericolosamente. E chi credi ci abbia resi tali?”

E Aleksandra? Quando verrà catturata e condotta nelle segrete di quel luogo mefistofelico e agghiacciante, scoprirà che il suo destino non è come quello delle altre donne, lei appartiene ad un unico uomo, lei è il veicolo della sua vendetta, lei sarà la rivincita e la morte di Henri Lamaze.

Il loro incontro è micidiale. La bellezza di lei trapassa lo sguardo blu di lui, le sembra una creatura ultraterrena, divina. L’avvenenza di lui brucia la pelle di lei, il suo sguardo attento, maniacale, tormentato, pieno di pensieri peccaminosi e lascivi, di desideri mortali, l’avvinghiano, lasciandola incapace di pensare, di reagire, di combattere.
Quando Aleksandra ed Henri si guardano per la prima volta si stabilisce una connessione che nessuno dei due poteva sperare, nessuno avrebbe mai osato immaginare, una connessione che mette in pericolo i piani di lui e porta oltre il limite le consapevolezze di lei.

Un legame che brulica di fiamme, che spazza via la cenere e s’inalbera come un guerriero impazzito per lottare contro quell’odio che inevitabilmente l’uno prova verso l’altra. Henri vuole ucciderla, ma prima vuole spezzarla, umiliarla, renderla schiava, debole, fragile, quasi inanimata. Vuole che diventi priva di volontà, che perda tutta la sua superbia, la sua superiorità, vuole piegarla e non darle nessuna possibilità di sopravvivenza. Vuole contaminare la sua anima con la sua aurea di oscurità, con il magma nero e bruciante che gli scorre nelle vene, vuole sporcarla, vuole dilaniarla, vuole entrarle dentro e disintegrare ogni sua speranza, reazione, scossa, tentativo di lotta.

“Era esattamente ciò a cui miravo. Che fosse dilaniata dal rancore e dal desiderio in egual misura. Che si sentisse ineluttabilmente impotente. Che capisse che io la comandavo.”

Lei non può far altro che rispondere con la forza, con la determinazione, con l’aggressione di parole e fatti all’invasione di pensieri e mani di Henri. Alla sua voce, cupa, potente, eccitante e così maledettamente sbagliata, distorta, deviata.
L’incrocio dei loro sguardi apre ferite mai chiuse, sollazza un abisso di contaminazione e orrore mai provato prima. Aleksandra non si è mai sentita così attratta da nessuno, in modo così carnale, viscerale, assoluto, primordiale, illogico, insaziabile.


Potere, rabbia, sconcerto, paura, ira, sottomissione, veleno, odio, passione, denigrazione, violenza, immutabilità, incubo, l’autrice riveste ogni singola parola, ogni dannata azione dei suoi protagonisti di un turbine di sensazioni indescrivibili. Lei ci prova e ci riesce benissimo a raccontare per filo e per segno i risvolti, le scie di quegli incontri, il legame torbido e apparentemente senza senso che si stabilisce tra i due, ma non è abbastanza, la storia va oltre persino se stessa. E’ un modo tragicamente barbaro e atavico di rappresentare una connessione rara ed inspiegabile, un modo che non si lascia racchiudere nella narrazione dell’autrice ma va a toccare le corde sensibili dell’immaginazione e della comprensione di chi legge, creando un universo in cui ad ogni parola ed azione corrisponde una reazione che rende estremamente vicino, palpabile, tangibile anche ciò che per natura non dovrebbe esserlo.

L’odio ed il rancore non bastano a tenere lontani emotivamente Aleksandra ed Henri, allo stesso modo in cui la violenza e la forza contenute nel romanzo non bastano a tenere lontano chi legge dalle sensazioni coinvolgenti che ne scaturiscono.
Molte sono le scene di sesso perché questo tipo di romanzo le reclama, è una parte fondamentale che serve a stabilire il genere di relazione che la trama preannuncia. I racconti sono vividi e mostruosamente reali, minuziosi, dettagliati, una cura e una premura nel descriverli che l’autrice non si lascia sfuggire, rendendo quei momenti esempi fulgidi di una dimensione narrativa penetrante, suadente, estraniante e violentemente tenebrosa.



Di fronte ad una storia simile, non pensate neanche lontanamente di psicanalizzare l’autrice. So che in molti cercano di farlo, ma questo non è il caso. Come può, un’autrice così giovane, aver scritto qualcosa di così misticamente terribile, ferocemente inadeguato, dannatamente violento? Non deve importarvi. Come ha fatto o perché non è affar nostro. Una storia non va mai psicanalizzata, non vanno mai cercati i perché e cosa c’è dietro, una storia va assorbita, sentita, fino a quando non sarete risucchiati totalmente nelle spire e nei vortici sognanti di un incubo incredibile che porta il nome di Henri e di Aleksandra. Se vi ha risucchiato, se vi ha lasciato inermi di fronte ad un finale spezzato, allora ha fatto il suo sporco lavoro.

Chiara Cilli è molto brava, è la prima volta che leggo qualcosa di suo e ne sono rimasta folgorata. E’ riuscita a fondere alla perfezione un contenuto scabroso, scottante, avido con uno stile capace di adattarsi sia alle descrizioni più terribili che a quelle più passionali. L’introspezione psicologica è il fiore all’occhiello dell’intero romanzo, fine e raffinata perché l’autrice gioca tutto su di essa, come l’ultima passata di poker in cui ci si baratta l’intera vita. Sa bene che la sua storia potrebbe fare acqua da tutte le parti ma non è così. Sa bene che potrebbe essere facile mira di banalità, disgusto, voltastomaco, ma la ricchezza di particolari psicologi e la bravura nel rendere spesso e carnale il filo sottile che lega i due protagonisti, la rende credibile ed intrigante in modo disarmante. In un modo che non ti aspetti, che ti lascia a bocca aperta.

C’è un animale nella storia, sappiatelo. Non è Henri, né Andrè, né Aleksandra, è una forza informe e appena modellata dall’autrice. E’ carnale, torva, angustamente percettibile, sensibile e minacciosa, è una creatura plasmata ad arte, è spassionatamente ribelle. Lei la controlla a stento, lei non se ne accorge ma sta per sfuggirle di mano. Quella creatura non ha un nome, forse state pensando alla paura, all’attrazione, alle voglie innominabili a cui ella, con circospezione e avvedutezza, cerca di dare voce, ma non basta. Perchè la storia vi attrarrà come un magnete, vi insidierà come un serpente velenoso, vi spaventerà come un fantasma oscuro. Il fantasma di ciò che è recondito, di ciò che è non detto, dell’intenso e depravato mondo oltre ogni sacrosanto limite.

Soffocami è il primo libro di una serie, di cui ancora non si conosce l’esatto numero di pubblicazioni. Sicuramente nei prossimi, la storia di Henri ed Aleksandra sarà sviluppata e portata a termine, ma cosa mi dite degli altri? Tu, cara Chiara, cosa mi dici, ad esempio, di Andrè? Non vorrei ricredermi, ma penso che nella tua testolina matta già ci sia ferma l’idea che prossimamente l’asse della narrazione possa spostarsi proprio in quella direzione e allora so che tu ti divertirai molto e noi con te… anzi no, noi ci annienteremo, completamente. Scommettiamo?

Se avete la lacrima facile, la pelle fragile, il cuore debole, la paura dietro l’angolo che si sbatte per farvi tornare indietro, non apritelo neanche questo romanzo. Ma se volete sperimentare qualcosa di completamente nuovo e sondare il vostro limite, allora fatelo, leggetelo e non smettete fino a quando non è finito. Perché allora sarete i benvenuti tra le grinfie crudeli e sensuali di Chiara Cilli.

E ricordatevi che questa è una lettura non adatta agli animi delicati, a quelli che cercano storie di infatuazioni e di mezzi sorrisi, toccatine veloci e baci mielosi. Questa è tutt’altra strada, anzi è uno stradone pieno di dirupi, di fossi, di deviazioni, non è la via per gli animi buoni, è la scorciatoia delle emozioni spezzate, delle lacrime di sangue, delle botte e delle manate. Offese e vendette, rivincite e frasi sconnesse per fottervi il cervello perché se non siete pronti a tutto questo, non vi servirà a niente sperare di esserlo, perché non lo sarete mai. 

Ora che vi ho messo abbastanza paura, sono convinta che vi ho anche incuriosito al punto giusto e allora voglio darvi un ultimo consiglio: se volete iniziare con questo genere narrativo, iniziate forte, iniziate duro, iniziate intenso. Iniziate con questo, iniziate con il meglio.


venerdì 7 agosto 2015

Le trame del destino di Giusy Sorci Recensione

Buon venerdì! Prima del weekend vi lascio con una recensione che conclude una trilogia di cui già vi ho parlato, raccontandovi le mie impressioni riguardanti i primi due capitoli della saga. Mi riferisco alla serie Le catene della notte scritta dall’esordiente Giusy Sorci, di cui potete leggere le recensioni rispettivamente a Il ricatto della luna e L'ombra dei ricordi.

Adesso è il momento di concludere questo viaggio speciale con Le trame del destino, all’interno di un mondo molto particolare oltre che per l’intreccio ed i personaggi ma soprattutto per lo stile dell’autrice. La sua conclusione mi avrà deluso?


Scopritelo leggendo e fatemi sapere come sempre cosa ne pensate!




Titolo: Le trame del destino
Autore: Giusy Sorci
Editore: Youcanprint
Pagine: 302
Genere: Fantasy
Prezzo: € -
Ebook 1,99
Uscita: 2014

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Trama


<<Io so chi sei…e non posso vivere senza di te>> mormorò tra le lacrime alzando appena lo sguardo sui miei occhi, cercando quella certezza che le occorreva per rialzarsi anche stavolta.
Sybil e Anthony hanno affrontato gioie e dolori, e il loro amore è sempre stato invincibile, persino più forte del tempo che scivolava su di loro senza lasciar traccia. E anche adesso, dopo che i fantasmi del passato hanno abbandonato entrambi, liberandoli dalle loro catene, solo quel fuoco li tiene ancora in vita. Ma l’amore può salvarli dal destino? Cosa c’è scritto in cielo? Tra le luminose stelle che accendono la notte c’è forse tracciato il destino degli uomini? E quel destino è sordo alle preghiere umane o è l’uomo, con il suo impegno e le sue scelte, a descriverne le trame?

Giusy Sorci è nata a Palermo nel 1997, vive a Bagheria con la famiglia e ne frequenta attualmente il Liceo Classico “Francesco Scaduto”. Da sempre appassionata di lettura, fin da bambina ha trovato nella scrittura un modo per esprimersi. “Il ricatto della luna” è il primo libro di una trilogia fantasy, dal titolo “Le catene della notte” e ne rappresenta l’esordio.




Dopo la recensione dei primi due volumi della trilogia Le catene della notte, siamo giunti al capitolo conclusivo che non a caso l’autrice ha intitolato Le trame del destino

Giusy Sorci si dimostra ancora una volta padrona della sua storia, della quale conduce con fermezza e consapevolezza il filo conduttore della narrazione, riavvolgendo il nastro della trama e colmando tutti quei vuoti che inevitabilmente aveva lasciato sospesi nei libri precedenti, proponendoci un finale ampiamente inaspettato.

La narrazione, come le precedenti, si concentra essenzialmente sulla figura di Anthony, il vampiro innamorato del demone Sybil. La loro è una storia d’amore tormentata per diversi motivi, non solo per la diversità insita nelle loro razze ma soprattutto per il passato che inchioda entrambi ad una infelicità e malinconia che sembra non avere via d’uscita. Nel secondo libro, L’ombra dei ricordi, la maggior parte della storia si concentrava intorno alla figura del demone alle prese con le scoperte ed i segreti che riguardavano la sua famiglia mentre adesso è il momento di Anthony e del suo passato ancora così vivido nella sua coscienza. L’autrice con tatto e premura ci permette di entrare ancora una volta nell’anima dei suoi personaggi, a contatto diretto con il loro dolore, rancore e senso di colpa, perché è questo quello che Anthony vive e che lo attanaglia subdolamente fino a farlo sentire soffocare.

Ancora una volta siamo partecipi di una natura estremamente vivida che si riflette animatamente attraverso la sua esteriorità nei sentimenti e nelle emozioni dei personaggi. Essa procede di pari passo con il loro stato d’animo, specchiandosi e lasciandosi specchiare dalle loro più profonde sensazioni, diventando veicolo per l’autrice, mezzo con cui impreziosire uno stile già di per sé pregno di originalità e poesia. Uno sguardo lento e corposo che si compenetra dell’individualità di chi vive questa storia e la rende sempre meno superficiale, ma al contrario ogni volta più intima, più vicina, più incombente. Impossibile rifiutare l’avvicinarsi dei turbamenti che diventano gli assoluti condottieri di vicende in cui è l’anima, nel bene o nel male, ad avere l’esclusivo sopravvento.

Lo stile di Giusy Sorci è particolare. Ti affascina e ti annebbia, ti conduce verso una meta che tu non puoi e non riesci, anche sforzandoti, di intravedere. Immaginate un luogo pieno di nebbia e una forza delicata ma tenace che vi avvinghia e vi accompagna verso un luogo invisibile ma verso cui vi sentite dolcemente attratti. Provate anche un’inspiegabile fiducia verso chi vi sta guidando, pur senza conoscerlo, pur senza vederlo, perché c’è armonia, calma, pacatezza in ciò che state vivendo, grazie alla presenza velata ma vera di chi scrive.

La scrittura non è semplice narrazione, è impregnata dei colori del mondo, degli odori; è ravvivata dai contorni luminosi e colorati della natura. Ma non sempre c’è luce, ci può essere anche oscurità e buio, tristezza e dolore soprattutto quando il destino comincia a sciogliere i lacci con cui teneva a freno le proprie trame.

Per Anthony e Sybil è giunto il momento di tornare al villaggio e di affrontare i sentimenti contrastanti che li attendono.  L’odio e l’amore, il rancore, l’affetto e il senso di mancanza provato dalle persone che li stavano aspettando. In primis, Rachel, la sorella di Sybil, così chiusa, apparentemente dura e fredda nella sua solitudine. E’ la sua reazione quella che i due temono di più ma anche quella che più desiderano ricevere.

“Ma in fondo se per i Taylor la nostra assenza era stata così amara, lei come l’aveva vissuta?”

Il lato tragico e drammatico dei sentimenti è molto più forte di quello felice e spensierato. C’è un vero e proprio tripudio di emozioni, di stati d’animo che ondeggiano tra il coraggio ed il dolore, tra il risentimento e l’affetto. Protagonisti che mostrano tutte le loro debolezze, le falle a cui vanno incontro, le cadute dalle quali riescono a rialzarsi con addosso lividi e ferite apparentemente insormontabili.

L’intimismo, l’introspezione psicologica acquistano nuova linfa vitale e coinvolgono il lettore in un turbine fatto di contrasti e maledizioni, di scelte sbagliate e di richieste di aiuto inascoltate. L’autrice usa in modo personale le metafore assurgendole spesso a vere protagoniste della storia, rendendo il suo romanzo un piccolo spicchio poetico in grado di donare ancora più profondità ad una storia che potrebbe apparire usuale e superficiale.
Le azioni e i sentimenti sono sempre filtrati da un incantato sguardo sulla realtà davanti alla quale è impossibile restare indifferenti.

L’elemento principale di questo capitolo conclusivo è il passato e la memoria. Anthony cercherà di rischiare il suo presente per conoscere il suo passato e la sua storia, aiutato da Roxanne, vampira di stirpe reale che riserverà non poche sorprese al nostro protagonista. Non solo lei diventerà emblema della possibilità di riconciliazione con ciò che è stato ma anche elemento attraverso cui sarà possibile conoscere ancora più profondamente e dettagliatamente la vera natura di Sybil e il suo destino, stranamente legato a quello di un drago. Mi è piaciuta molto questa parte dedicata alla spiegazione del mistero contenuto nel taijitu, simbolo presente sia sul demone che sulla vampira. Una presenza alquanto strana ed inspiegabile che metterà tutti in allarme.

“Siamo davvero pochi a possedere il taijitu, e chi di noi lo possiede non è casuale, viene scelto per possederlo, capite?”

Il mistero si infittisce e la curiosità cresce, alimentata dalla bravura di chi scrive nel riuscire ad intensificare la storia donandole molti spunti di originalità e di intrigo. La maledizione in cui verte tutta la famiglia di Sybil sembra avere proprio origine da quel drago e dalla sua presenza invisibile ma sconcertante.

“Mischiò allora il suo sangue con quello del drago creando così un micidiale ibrido che pensava potesse risultare invincibile.”

Anthony avverte sempre più pesantemente il suo compito di proteggere il demone di cui si è innamorato ma Sybil è una furia incontenibile, a volte appare davvero egoista ed insensibile di fronte agli sforzi innumerevoli del vampiro di amarla e di regalarle finalmente quella pace di cui abbisogna. Lui cerca di assorbire la violenza e l’aggressività delle emozioni della compagna, riversando su se stesso tutto l’odio e la recriminazione.

“La strinsi e piansi, perché non riuscivo più a fare altro, perché non avevo più voce, perché l’orgoglio era diventato cenere e il coraggio lacrime.”

Ancora un passo nella melodiosa ed armonica visione dell’autrice che ci porta sempre così vicino e così dentro l’anima di ciò che racconta da rendere tutto, pur nella sua drammaticità, pieno di magia, quella magia che ha un unico nome: scrittura.
Anthony compie un nuovo viaggio nel mondo degli umani e per la prima volta si trova di fronte la sua famiglia che sta cercando di vivere senza di lui, non essendo a conoscenza della sua vita da vampiro e credendolo ormai morto. Egli assiste al suo stesso funerale e guarda con occhi disincantati l’affetto che tutti provano per lui ma è una realtà ormai, dalla quale si sente profondamente distante. Uno spunto questo che fa riflettere e permette all’autrice di inserire tematiche importanti come la morte e le responsabilità che, seppur in un contesto fantastico, non perdono il loro valore e il loro interesse.

“Avevo voltato pagina senza desiderare farlo, ma senza poter più tornare indietro. La loro imperfezione era per me irraggiungibile, la loro innocenza era un miraggio, la loro inconsapevolezza un regalo che non avrei mai più potuto ricevere.”

I suoi pensieri fanno pensare alla triste condizione in cui vive, al dolore e alla sofferenza per non essere più innocente, innocente della vita stessa, la sua esistenza è stata macchiata dalla morte e dall’assenza, egli non è più inconsapevole e non ha più quella purezza di coloro che appartengono al mondo umano. Anthony combatte contro la sua stessa presenza-assenza,  contro la sofferenza di chi lo ha amato e ci si chiede, con lui, come può essere assistere al proprio funerale.

Giusy Sorci scrive una storia che non si esaurisce in una lotta/convivenza tra vampiri e demoni, ma c’è molto altro reso palpabile e fruibile dalla stessa caratterizzazione dei personaggi nei quali c’è un evidente evoluzione e maturazione, negli intenti e nelle rappresentazioni di azioni e luoghi.
La trama appare semplice ma complicata nel modo in cui s’incastrano i numerosi personaggi, ognuno portatore di un pensiero, di una visione tanto mistica quanto reale e magica.
L’autrice non ha risparmiato nulla, il suo mondo è fatto di oscurità e di luce e la sua capacità di dare ad entrambi il giusto peso e la giusta misura, rende i suoi romanzi interessanti.

Il finale è ciò che non ti aspetti, davvero. Me l’ero immaginato molto diverso e devo ammettere che non c’è nulla che valga più della sorpresa quando essa coincide con la meraviglia. Non c’è stata delusione ma solo consapevolezza che potrebbe esserci un seguito spostando l’asse della narrazione e il fulcro dei protagonisti su altri personaggi, il cui accenno dell’autrice già li rende meritevoli di una valida continuazione.

Al di là di questo, ciò che mi ha sin da subito colpito di questa trilogia è l’intromissione di elementi in grado di approfondire qualsiasi trama fantastica, di renderla degna di un pensiero consistente e penetrante, capace di emozionarti e di portarti a rileggere più volte un passo perché vuoi essere sicuro di averlo assorbito fino in fondo. Per questo, oltre al finale, che denota una scelta intelligente e ponderata, mi rimarranno ancora in testa molti pezzi di questa storia di cui ho sicuramente condiviso e sentito l’aria malinconica, i pensieri profondi e la poesia, tratto distintivo di un’autrice che è solo all’inizio e può dare ancora tanto.