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sabato 21 maggio 2016

Nuova uscita Ellade Libri: E poi venne Lorenzo di Giancarlo Zambaldi a Giugno 2016!





Giancarlo Zambaldi
E poi venne Lorenzo
La vera felicità è essere noi stessi
Ellade Libri/ Parallelo 45 Edizioni
Pagine 100; euro 13
Uscita: Giugno 2016


Questo breve romanzo, basato su un’esperienza realmente accaduta, narra la storia sentimentale durata circa sette mesi tra due uomini: relazione passionale, tormentata, travolgente, eroticamente sconvolgente ma con risvolti di vero e intenso amore. Un rapporto difficile che si snoda tra la voglia di amare liberamente e l’obbligo del silenzio, della rinuncia, dell’accettare compromessi per continuare a fingere, a recitare una parte per andare ancora avanti. Sullo sfondo la famiglia, il rapporto con la madre e il padre deceduto e l’assenza di dialogo tra fratelli.  Un contributo per  far capire, nel suo piccolo, che l’amore tra due persone dello stesso sesso è possibile, meraviglioso, reale, bellissimo e a volte anche triste..., come una normale storia d’amore tra persone etero. Un momento di riflessione affinché questa società possa comprendere un po’ di più, quanta sofferenza a volte si nasconde dietro la condizione di essere gay. Condizione non voluta o cercata ma che dovrebbe essere vissuta con serenità, senza sensi di colpa ma in armonia con se stessi e possibilmente con gli altri. L’amore che ci è stato donato e che noi stessi doniamo non ha corsie preferenziali e non fa differenze tra sessi: è amore e basta; se no non sarebbe amore.


TRAMA

Giancarlo, il protagonista, è un giovane consulente vendite nel settore automobilistico. Vive due vite parallelamente: in pubblico, con amici, familiari e colleghi, è brillante, divertente, un uomo riservato e apparentemente privo di una vita sentimentale. Nell’intimo, Giancarlo nasconde al mondo la sua omosessualità, come se si trattasse di una vergogna da celare, un segreto da custodire per essere amato e accettato. Il doppio binario della sua vita finisce per incrociarsi e collidere quando incontra Lorenzo, un ragazzo di cui si innamora perdutamente. Quella passione, che diviene quasi ossessione, porta Giancarlo a rimettere in discussione se stesso, le sue scelte, il suo modo di vivere, fino a rendergli intollerabile il silenzio che si è imposto da anni. Sullo sfondo della vicenda, la famiglia: il rapporto del protagonista con la madre e il padre e l’assenza di dialogo tra fratelli. ll romanzo riflette in profondità sulla condizione degli omosessuali nell’Italia di oggi: lungi dall’essere una società civile aperta e moderna, la realtà italiana è ancora profondamente intollerante nei confronti del diverso ed è questa condizione, molto più della sua storia privata e personale, ad alimentare il malessere di Giancarlo. Un dolore che solo nell’epilogo può trasformarsi in forza e in un coraggio nuovo che apriranno le porte per una nuova, più consapevole esistenza.

Giancarlo Zambaldi nasce a Trento nel 1972, dopo gli studi commerciali inizia l’attività di consulente vendite prima nel settore automobilistico e poi, per qualche anno, in quello ortopedico. Dal 2006 ritorna ad occuparsi di automobili.  Vive a Pergine Valsugana.Oltre alla scrittura e alla lettura, i suoi interessi investono l’enogastronomia, la musica classica e lirica, la pittura e la scultura, lo studio del galateo, e l’equitazione. Il suo sogno nel cassetto è aprire un giorno un’enoteca, ma è determinato anche a continuare con la scrittura, di cui non può fare a meno.

lunedì 21 marzo 2016

Polvere di Francesco Mastinu Recensione

Buon inizio settimana cari lettori! Polvere di Francesco Mastinu, di cui ringrazio Runa Editrice per la copia e la fiducia, è un romanzo delicato ed introspettivo, dove l'amore viene raccontato attraverso il battito tacito ma intenso del ricordo, un amore omosessuale che si mostra in tutta la sua fragilità e paura. Un amore senza tempo.




Titolo: Polvere
Autore: Francesco Mastinu
Editore: Runa
Pagine: 174
Genere: Romanzo
Prezzo: € 10,00
Uscita: Febbraio 2014


TRAMA


Ci sono dei ricordi che rimangono stampati in modo indelebile nel cuore, marchiandone a fuoco tutti i battiti. Anche dopo tanti anni e anche dopo essere stati sepolti dalla polvere del tempo trascorso. Con questa certezza, il vecchio Rino, inizia a esporre la sua storia: un racconto lungo, fatto di veglia e di sonno, in cui parla del primo amore, impronunciabile, per il suo compaesano Bustianu. All’ombra del monte Supranu, custode terribile e immoto del paese di Ossure, sboccia la loro relazione, anche se non sarebbe mai dovuto succedere. In un’epoca controversa, dal secondo dopoguerra ai ruggenti anni ottanta, in cui la società sarda ha subito quella brusca virata che segna il passaggio dalla vita rurale a quella moderna, i due uomini compiranno scelte difficili, dettate dal rimpianto e dal senso della morale che li opprime, senza riuscire mai a scordare la natura del loro legame, anche quando saranno tanto lontani da non riuscire a intravedere i confini dei loro sentimenti.  Una storia delicata, dal sapore antico ma nel contempo attuale, destinata a rimanere impressa per sempre nell’animo di chi riuscirà a leggerla, lasciandosene coinvolgere senza pregiudizi.



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Polvere è un romanzo pieno di emozioni e di struggimenti. L’autore, con uno stile delicato ma al contempo intenso e inebriante, adduce tematiche delle più svariate, ambientando la sua storia nel periodo del secondo dopoguerra in una terra dura ma fascinosa come la Sardegna. 
Il protagonista, Rino, è ormai un uomo vicino alla morte, che rivive attraverso il ricordo tutta la sua vita e soprattutto l’amore proibito e ostacolato con Sebastiano, un giovane del suo paese. Un luogo che come si conviene, è estremamente chiuso, filtrato, oppressivo ed oppresso dove è impossibile vivere con verità e sincerità, in un’apertura informale e totalitaria, l’amore omosessuale. 
La tematica principale del libro non è l’omosessualità come potrebbe apparire ma l’amore, in tutte le sue forme, un amore che non è mai ostentato, ma viene sempre trattato con rispetto perché considerato al di sopra di tutto. 
Purtroppo la storia di Rino non è felice. Egli racconta che da giovane avrebbe voluto vivere con tutte le sue forze quell’amore così profondo e sconfinato per Bastianu ma non ci riesce. La sua indole è troppo costretta dalla moralità e dal senso di remissione che una società simile, in un’epoca come quella, gli hanno inculcato fino a bucargli le ossa. Sebastiano invece, è molto diverso. Lo è anche fisicamente ma ciò che conta è racchiuso nel suo carattere. 
Mentre Rino, rispondendo ad un bisogno esterno e certamente non suo, e cercando di adempiere fino in fondo a quei doveri morali e sociali che sopraggiungono dall’alto e ti inseriscono senza chiederlo, in un sistema che poi non ti appartiene, accoglie le richieste della propria famiglia e si sposa con una donna e ha anche due figli, Sebastiano si allontana dalla Sardegna, dal piccolo paese che non lo fa respirare, dal ghetto e dalla chiusura, e soprattutto dalla tristezza di una situazione che gli impedisce di volare perché ostruisce l’apertura del suo essere verso il mondo. L’uomo si stabilirà in Francia perché vuole studiare, vuole maturare, vuole accrescere la propria persona in linea con il proprio carattere e le proprie aspirazioni senza essere ingabbiato da nessun ruolo sociale plastificato. 
Mi mancava tutto di te anche se una parte di me ti odiava, per avermi lasciato partire da solo, in terra straniera. Ci ho messo anni a capire che la mia era solo una fuga. Da te, dal sistema di questo paese che mi avrebbe strozzato con la sua immutabilità. Dalla certezza che non sarei mai stato me stesso qui, recluso tra queste sbarre invisibili. 
Rino è il debole dei due, è quello che sacrifica quel senso di amore puro e profondo in nome di una vita che non gli appartiene ma che cerca di adempiere in nome di un senso morale che gli uccide lentamente le emozioni e le sensazioni vere che rendono un’esistenza degna di essere vissuta. 
Lo stile di Francesco Mastinu è descrittivo e fluido, leggi le pagine e non ti accorgi del tempo che passa perché sei completamente rapito dalle atmosfere e dai luoghi descritti come se ci stessi camminando in mezzo. La scelta di ambientare la storia in una terra piena di valori ma anche di superstizioni, di grandi sentimenti ma anche di altrettanta chiusura, non è casuale. Lì più che mai emerge con evidenza e determinazione la difficoltà di due uomini che vogliono amarsi senza mai banalizzare questo concetto, perché l’autore non lo fa, in nessun momento. Il suo è un percorso che più che raccontare un innamoramento, tende a scardinarne le difficoltà, ad abbracciarne le prospettive e ad inscenare una visione tragica e profondamente malinconica di un sentimento che non è definito dal genere ma soltanto dal destino, come qualunque altro. 
Le mie mani salde avevano iniziato ad accarezzarti, quasi autonomamente, anziché strozzarti, come avrei dovuto fare. Le tue braccia si stringevano a me, mentre le labbra officiavano, assetate, quel ballo già iniziato e interrotto l’anno precedente. 
Polvere è un romanzo che ti conquista passo dopo passo, sembra un album di fotografie strappate al tempo. E’ come se leggendo avessi la sensazione che l’autore ti stesse regalando degli attimi preziosi e tu li potessi rubare per qualche secondo. 

L’ho apprezzato proprio per l’armonia nostalgica, per il senso di eterno che abbraccia questo amore senza lasciarlo andare, per le sfumature intrise di poesia e sentimento che un animo delicato non può non cogliere. 
Più di tutto ho amato il modo in cui l’autore ha scelto di raccontarlo senza insistere in aspetti amorosi di stucchevole rivelazioni, ma scegliendo di cogliere l’aspetto introspettivo che diventa come un magico ricordo, perché la memoria nei secoli dei secoli è un incanto, nel dolore come nella felicità e questa storia è queste due cose insieme, soprattutto nella rivalutazione del perdono, nella possibilità di recuperare quel sentimento mai perduto definitivamente e nella voglia di preservare lo spirito. Polvere racchiude un titolo fortemente evocativo; la povere dei ricordi, la polvere che nasconde, che copre ma che non cancella, questo mai. 
Polvere come qualcosa di soffice e di velato, qualcosa che si confonde con il vento e si poggia sull’anima, come questo romanzo. Roberto Peregalli afferma che la polvere è la pelle del tempo, questo romanzo è la pelle del cuore.

martedì 15 dicembre 2015

Vampire Story. Il risveglio del fuoco di Viviana Borrelli Recensione

Buongiorno! Vampire Story. Il risveglio del fuoco scritto da Viviana Borrelli e pubblicato da Leucotea è la recensione di cui leggerete oggi. Un fantasy che parla di vampiri in modo non convenzionale con un’ambientazione assolutamente fuori dagli schemi: il Giappone, con un’influenza che riguarda i manga.



Titolo: Vampire Story. Il risveglio del fuoco
Autore: Viviana Borrelli
Editore: Leucotea
Pagine: 300
Genere: Fantasy
Prezzo: 13, 52
Uscita: 2013

TRAMA


Haruki vive a Tokyo. Ricco e annoiato, accetta la proposta del suo migliore amico di tornare a studiare. Si inscrivono, quindi, in una delle università private più prestigiose del paese. Ma ciò che il ragazzo ignora, è che la metà degli studenti appartiene alla Nuova Razza: giovani vampiri figli di un immortale ed un essere umano. Inizia per lui un lungo viaggio alla scoperta di se stesso, durante il quale incontrerà l'amicizia, la rivalità, l'amore e verrà a conoscenza di una oscura verità che cambierà per sempre la sua esistenza. A fare da sfondo il Giappone. Con i suoi templi ed i grattacieli; la tradizione e la tecnologia; gli immensi parchi e l'esercito di pedoni che affollano le strade.




Ultimamente sto leggendo romanzi scritti da autori/autrici italiani/e davvero realizzati in modo impeccabile e questo mi rende molto felice. Dedico sempre molto tempo e spazio nel mio blog agli autori esordienti o comunque italiani, leggendo poco di scrittori stranieri proprio perché questo blog nasce con l’intento di valorizzare la narrativa italiana, e perché no, anche emergente, laddove essa sia davvero meritevole. 

Viviana Borrelli è un’autrice che rientra a gran voce nella schiera di autori che ho letto con piacere e che mi hanno meravigliosamente sorpresa. Partiamo dal genere narrativo che è il fantasy e naturalmente con me ha strada facile ma non sempre sono clemente nei confronti di questo tipo di scrittura e di argomentazione. Aggiungiamo poi che la Borrelli crea una trama nella quale sono i vampiri e gli umani a relazionarsi, allora molto potrebbe traballare, soprattutto considerando l’argomento degli immortali già esageratamente scarnificato e ridotto all’osso, senza quasi più nessuna possibilità di cogliere estri e predisposizioni originali. 

E invece no, perché in Vampire Story spuntano non solo creatività e coraggio ma anche una buona scrittura, stile scorrevole e padronanza dell’argomento sostenuto da una passione non indifferente per il contesto in cui è ambientata la storia: il Giappone, che rende la rappresentazione geografica ancora più credibile. 
La città è Tokyo, immersa nella sua quotidianità, nel suo fascino estremamente moderno e tecnologico eppure dotato di una sensualità tutta orientale e sconosciuta. L’amore per i manga dell’autrice le ha permesso di creare una storia al di sopra della banalità, fondendo la parte storica a quella leggendaria e raccontando di amore, amicizia, rispetto e dei più alti valori dell’esistenza attraverso una serie di personaggi dalle molteplici sfumature che non sembrano neanche essere usciti dalla mente di una sola persona.

E’ proprio così, sono tante le figure che fanno capolino durante lo svolgersi della narrazione, e ognuna di esse rappresenta il lato immortale o semplicemente umano della storia. Il protagonista infatti è un umano di nome Haruki, che si vede stravolgere totalmente la vita quando decide di iscriversi all’università insieme all’amico Yoshi ed è proprio lì che conosce Shun, un vampiro molto particolare che fa parte della Nuova Razza, nata dall’unione tra un immortale ed un umano. 

La loro conoscenza e poi frequentazione non è per niente facile. Appartengono a due mondi completamente diversi ma non per questioni esclusivamente di natura e di razza ma proprio come concezione di vita e di visione del mondo. Haruki è ricco ed annoiato, però il suo animo è gentile e appassionato mentre Shun, chiamato dalla sua gente Il Cucciolo perché il più giovane della razza, è insofferente nei confronti della propria vita e soprattutto degli umani che considera soltanto delle scimmie urlatrici. 

Insomma, il suo atteggiamento è nettamente più intollerante di quello degli altri e anche un po’ strafottente da un certo punto di vista. La sua natura gli impone di essere freddo e distaccato, abbastanza imperturbabile come la sua appartenenza richiede. Infatti i vampiri si suddividono tra il Clan del Ghiaccio e il Clan del Vento. Un tempo esisteva anche una terza stirpe, quella del fuoco, ma a causa della loro violenza spropositata e della loro aggressività sono scomparsi.

“Aveva imparato che l’umanità era ipocrita e pavida. Niente di più. E non comprendeva perché i suoi simili la trovassero tanto affascinante. Lui stesso era la prova vivente della stupidità umana. Era bello. Di una bellezza rara, incantevole, soave. Con la sua pelle candida e liscia, come la più pregiata seta d’oriente. I suoi occhi chiari, lunghi e profondi, in netto contrasto con le sopracciglia nere e i capelli lisci color ebano, lunghi quel tanto che bastava a celare il suo sguardo annoiato o indifferente, talmente scuri da avere riflessi blu notte. Affascinava i mortali in un modo così profondo e viscerale che, anche se li avesse fatti a brandelli, sarebbe stato ringraziato, onorati di essere uccisi da una creatura tanto bella.”

Ma non crediate che la loro storia sia stata soltanto un incidente di percorso perché il romanzo non è un unico libro ma fa parte di una saga che conterà molti testi, ognuno dei quali molto dettagliati ed esaustivi esattamente come questo.

La convivenza tra esseri è assolutamente pacifica, e questo l’ho apprezzato molto. Insomma non ci sono lotte all’ultimo sangue per il predominio assoluto di una razza o dell’altra anche perché è tutto incentrato sull’interiorità dei personaggi ed in particolar modo di Haruki e Shun. Il loro legame non è moralmente accettabile. L’amore che scoppierà tra di loro sarà chiaramente omosessuale e allora alle difficoltà proprie di un legame tra due esseri di natura così contrastante, si aggiunge anche la consapevolezza di una storia al limite del dicibile dove le paure nascenti sono tante e in alcuni casi apparentemente insormontabili.

“Occhi di brace, chioma rossa, pelle ricoperta di caldo miele. Pericoloso. Shun fu attraversato da una sottile corrente elettrica.”

L’autrice racconta con cognizione e consapevolezza le ambientazioni così perfettamente amalgamate tra le atmosfere universitarie fatte di sport, di dinamiche relazionali e di scontri/incontri amorosi, nei quali sono propri i giovani protagonisti a confrontarsi, a discutere, a scambiarsi pensieri ed azioni al fine di maturare una visione di sé e di ciò che li circonda assolutamente completa. 

L’omosessualità non è una scelta facile come non lo è l’atteggiamento malinconico e solitario che si respira nell’aria pagina dopo pagina, come se la storia volesse metterti in guardia, mostrandoti che, nonostante i dialoghi e alcune scene siano piuttosto leggere e portate avanti con parsimonia e acutezza, lo sfondo fondamentale sul quale si basa l’intera idea del romanzo è la diversità e soprattutto la scelta coraggiosa di raccontare del mondo dei vampiri in una chiave nuova ed intrigante.

Il linguaggio è privo di errori, tutto scorre nitidamente, si è come avvolti dalle descrizioni che insistono soprattutto sugli aspetti psicologici dei personaggi, permettendo così al lettore di sentirsi completamente coinvolto e catturato.

Quindi per tutti coloro che amano le storie e gli amori tradizionali che parlano di vampiri ed umani, qui non c’è pane per i vostri denti, qui c’è altro. Qualcosa di doverosamente e deliziosamente diverso, di superiore oserei dire, perché tutto ciò che va oltre e che spinge a fare un passo in avanti oltre il limite dell’orizzonte sul quale ci eravamo fermati, è secondo me migliore dei precedenti, soprattutto sei il risultato finale è interamente apprezzabile. 

Non solo perché l’autrice sa evidentemente scrivere e soprattutto sa di cosa sta parlando, e fidatevi non è cosa da poco, soprattutto quando si tratta di un romanzo così complesso, doppio, intenso e per certi versi appassionato ed appassionante, ma perché finalmente ci troviamo davanti un vero e proprio progetto, anche molto ambizioso, che si trascina dietro una passione privata ed intima dell’autrice per il Giappone  e per la cultura manga, per il mondo fantasy e per la scrittura a tal punto da organizzare una serie molto lunga di libri tutti incentrati su una visione alternativa, spostata rispetto all’asse conoscitivo tradizionale, pronta a condurci in una realtà dove nulla è come lo abbiamo conosciuto fino a questo momento. 

Solo per questo andrebbe letto da tutti coloro che amano il Giappone e il fantasy come genere letterario, i vampiri e gli umani e l’amore, il romanticismo onnipresente qui però velato da una sorta di impossibilità complessiva di vivere fino in fondo la propria natura e quella dell’altro a causa delle nostre paure, insite e menzognere, nascoste nell’animo di ciascuno di noi. Ecco perché il senso di malinconia è molto forte nel romanzo, non solo perché è legato alla diversità ma perché è avvertito come una condizione intrinseca dell’individuo, facente parte della sua stessa natura di creatura capace di amare e poco importa se sia un vampiro o un umano, la sostanza non cambia. Come non cambia il nostro ritrovarci in quegli aspetti ben delineati che sono, ahimè universali.

lunedì 21 settembre 2015

Latte acido di Rossella Luongo Recensione

Buon inizio settimana! L’ultima lettura è stata quella di Latte acido, romanzo scritto da Rossella Luongo e inviatomi dalla casa editrice Edizioni della Sera, che ringrazio ancora una volta per la fiducia.
Un romanzo che ripercorre la vita di Roberto, il protagonista, a tratti scioccante in altre estremamente profondo, come soltanto l’amore sa essere, di qualsiasi genere esso sia.


Leggete e lasciatemi le vostre impressioni!



Titolo: Latte acido
Autore: Rossella Luongo
Editore: Edizioni della Sera
Pagine: 125
Genere: Narrativa
Prezzo: € 14,00
Ebook: € -
Uscita: 2012
Link acquisto

         

Roberto si trasferisce a Bologna per lavoro. Ad aspettarlo c'è Francesca, amica d'infanzia, che lo aiuterà a risollevarsi da un passato torbido e doloroso con lo scambio di una dolce "promessa". Una cronaca di eventi si incastra fino a diventare la denuncia sociale del giovane: dalla solitudine e l'abbandono di un'infanzia negata a un'adolescenza traumatica; dalla relazione incompiuta con sua madre, e contorta con le suore "sconsacrate" del collegio, a quella devastante con la nonna psicopatica che l'ha sottoposto a inconfessabili "giochi". Dopo il distacco dalle sue radici, la morte del padre e il conseguimento di una laurea sofferta, Roberto si trova da solo di fronte alle difficoltà e attraversa una crisi di identità, che lo spinge a verificare la sua identità sessuale. Sentendosi smodatamente attratto dal suo migliore amico, Andrea, con quest'ultimo vivrà una storia disordinata e spiacevole. Attraverso gli occhi del protagonista scorrono le vicende di un gruppo di liceali: i drammi futili, le piccole vittorie, le ipocrisie, i compromessi, i "sogni bucati" quando ci si è resi conto di essere diventati grandi.

Rossella Luongo, Avellino 1971. Svolge la professione di avvocato ed è giornalista-pubblicista dal 1995. Ha realizzato un Ebook di racconti dal titolo “Borderline” (Self-publishing, 2011), riprodotto anche su carta in tiratura limitata. Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesia: “Passaggi di piccole cose” (Joker, 2011), “Ipotesi di contrasto”(Giulio Perrone, 2010), “Canti metropolitani” (Samuele, 2009), “La Fata e il Poeta” (Fermenti, 2007). Sito web: www.rossellaluongo.it




Latte acido è un romanzo intenso e scritto in modo fluido e diretto. Rossella Luongo dà voce ad un personaggio maschile facendogli attraversare le scivolose e penetranti strade della sua esistenza, partendo dall’infanzia fino all’età adulta. Roberto è un ragazzo come tanti che però ha vissuto in una famiglia molto particolare, nella quale il padre muore inaspettatamente  e la madre sembra un fantasma, sostituita dalla presenza asfissiante e macabra della nonna.

Dimenticatevi delle nonne dei romanzi, e ancor di più di quelle delle fiabe. La nonna di questo romanzo se l’è mangiata il lupo cattivo, forse quello di Cappuccetto Rosso, vomitando però fuori una creatura storpiata nell’anima, infida nella mente e malvagia nel cuore. Una donna sporca e assolutamente malata che si fa carico di un bambino di cui dovrebbe prendersi cura e proteggerlo, per iniziarlo, al contrario, verso un mondo lascivo e putrido fatto di giochi sessuali strazianti e infangati di cui è davvero difficile persino leggere e comprendere. Un mostro fatto di vecchiaia e rughe, pelle afflosciata e voce stridula, che si trascina il corpo per la casa, il cui tonfo terribile di quelle pantofole logore che sanno di infanzia perduta, riecheggia nella memoria di quel bambino violato ed infossato in quella terra senza perdono.

La sua terra, un paesino del Sud dal quale con gli occhi dei ricordi ci racconta tutto il passato che lo ha visto protagonista, talora di se stesso, altre degli amici e delle sue innamorate compagne. Ora che è grande, che vive a Bologna e che si è costruito una piccola parvenza di normalità, il suono perfido di ciò che è stato e lo ha inevitabilmente condannato, lo relega ad un viaggio a ritroso nel tempo in nome di un riscatto e di una salvezza.

“Io, ultimo della stirpe dannata di Spunteri, resto ancora terrorizzato e violato in quel paese caldo e sporco di spazzatura, fetido come l’inferno, un posto diviso dal resto del mondo dove il ponte con la civiltà sembra essersi spezzato da un secolo. Il paese delle mie violenze, rimaste infossate con gli anni miei più belli, tra le case aggrappate alle falde del vulcano spento.”

Lo stile dell’autrice è scarno, crudo, palpabile. Inizialmente è tutto votato alla descrizione dei primi anni di vita di Roberto, che con l’uso della prima persona, sembra quasi raccontare con un certo atteggiamento distaccato i fatti che lo hanno segnato. Ma non distaccato nel senso di freddo bensì accettato, come qualcosa di meccanico e dovuto, la cui ombra ha spezzato le ali stesse di una crescita che poteva forse essere perfetta. O almeno normale. Il modo di narrare è semplice nel suo terrore, assolutamente probabile nella sua accettazione, un’infanzia bombardata dalla solitudine, dall’incomprensione, dal sopruso, dalla violenza e per questo scarnificata nel peggiore dei modi: in casa. E’ come se Roberto bambino fosse stato privato dell’affetto e della fiducia, nei momenti più importanti del suo abituarsi al mondo circostante. E’ come se la sua carne fosse stata scuoiata e il suo spirito sporcato di melma e fango.

I ricordi che attraversano le sue parole sono bruciati, fumosi, pallidi com’è pallido il colore della morte quando il cuore smette di battere. Un po’ di quel senso di morte, Roberto se lo porta sempre addosso, inquietudine, inconsuetudine, amarezza e decomposizione di un progetto di vita familiare a cui vengono spezzate le gambe ancora prima di nascere.

“Ma la cattiveria del mondo, a volte, è dentro casa nostra e il mostro è in ciascuno di noi, pronto ad azzannare. A uccidere.”

C’è un continuo senso di tremore, di paura, che percorre le pagine, ma è qualcosa di appena accennato, può essere udibile o meno, incastrato in mezzo ai racconti più orridi che si alternano a quelli più felici nei quali il protagonista non solo mette in scena se stesso ma anche gli amici con cui è cresciuto e con i quali ha condiviso gran parte delle sue esperienze.

C’è Francesca, l’amica di sempre e c’è Andrea, il minotauro, l’eroe, quel dio tanto ammirato, per il quale quell’affetto così apparentemente disinteressato sarà capace di creare un inferno nel cuore di Roberto.
La nonna che vitupera il corpo, la madre che uccide lo spirito, il padre che muore portandosi appresso il ricordo dell’unico affetto, la presenza ingombrante di Andrea che diventa la chiave di lettura della vita di Roberto.

Il suo carattere e la sua personalità per buona parte della narrazione si esprimono proprio attraverso l’amico eroe. E’ il contrasto e contemporaneamente l’attrazione che lo legano inesorabilmente a lui che mostrano chi è Roberto e le sue contraddizioni. Andrea è lo specchio debole di Roberto, è il vetro che si frantuma, la carne che si taglia e il sangue che cade a pezzi davanti ad un altare sconsacrato. L’altare dell’amicizia che diventa peccato.

Un rapporto contorto, che li ha visti condividere tutto tranne le donne perché mentre Andrea è accattivante, sensuale, un inarrestabile conquistatore tormentato che non sembra trovare mai pace in nessun abbraccio che gli offrono le sue vittime predestinate, l’altro è talmente chiuso, avvolto in se stesso come un serpente, lontano da qualsiasi approccio con il mondo femminile che alla fine, paradossalmente, non fa che inquietarlo e stranamente turbarlo. Eppure tutte le sue amiche sembrano innamorate di lui ma per Roberto c’è bisogno di qualcosa di diverso, qualcosa che abbia un unico nome e un unico gesto: la vicinanza di Andrea.

Tra viaggi, incontri, chiacchiere, segreti e scoperte, la vita dei personaggi uniti da una stretta e densa amicizia, si dispiega mentre la maturità e la crescita prendono il sopravvento, conducendo ognuno di loro sulla sua strada.

Ho apprezzato molto lo stile dell’autrice fin dall’inizio del suo narrare, anche quando, per questioni ovviamente pratiche, il racconto poteva apparire a tratti monotono, ripetitivo e persino banale, ma saltuariamente era già presente quella consistenza visionaria e poetica che rendeva anche il momento più semplice e naturale in una trasposizione emozionale che catturata dall’esterno, ci veniva data indietro intinta e arricchita con l’anima del protagonista. Il suo particolare modo di vedere che lo rende disagiato, ai margini, costantemente fuori il fluido pullulare della vita. Ma a Roberto mancano i pezzi di un’esistenza filiforme, la sua concezione della realtà è morbosa e sformata, disastrata, contorta, come lo è stato quell’affetto che più che un perdono, è stata una punizione senza avere colpa.

Il sentimento che lo lega ad Andrea l’ho sentito fino in fondo, il modo in cui si è abbandonato ad esso, si è lasciato prendere da un legame che era sbagliato ma non per questo impossibile. Un rapporto in cui l’altro lo dominava e lui si lasciava sottomettere per il solo piacere di prendersi cura di quella creatura che ai suoi occhi era sempre apparsa divina, ma una divinità macchiata dalla superficialità e dalla facile menzogna. Un carro del sole senza un Apollo degno di splendere, perché le nubi nere hanno portato con se la notte e anche l’idillio di un amore peccaminoso che si trasforma nella consapevolezza di un legame bruciato.

“C’era una forza irresistibile in lui che mi attirava facendomi dimenticare i suoi atteggiamenti contorti e spietati, volgari. Mi attraversava, mi penetrava nel profondo, invadendomi, senza che io potessi oppormi.”

Le parole di Roberto mostrano una lucidità sostanziale e quasi un distacco emotivo in alcuni momenti che poi all’improvviso, come un temporale spazientito, si scioglie di fronte al ricordo di quell’amore sudato e sporcato, ingenuamente voluto e appiccato come un fuoco risolutore, come una benedizione venuta dal demonio, l’angelo dalla faccia di ghiaccio, il suo Andrea, patetico e pagliaccio.

La narrazione inizia in sordina, pacata, sonnolenta, molto attenta alla descrizione degli ambienti e delle emotività sempre presenti. In seguito la storia assorbe forza e caratterizzazione, più Roberto si scopre, più il racconto si snoda, si arricchisce, coinvolge e paralizza. Più si focalizza sull’aspetto sentimentale e fisico, più le parole si fanno pregnanti, cariche di significati, di aspettative ma anche di profonde delusioni. Il protagonista si mette a nudo mentre spoglia il suo eroe, con gli occhi e con l’anima. Mentre ce lo descrive imponente, sicuro, con quel sorriso che sembra un eterno ghigno capace di far perdere il senno a chiunque incontri il suo sguardo, egli parla di se stesso, delle sue ferite, delle sue nostalgie. Andrea è il pretesto per dire “io ci sono, sono ancora qui, sono vivo. Dopo le sofferenze, le intolleranze e le indifferenze, dopo il fondo toccato senza bisogno, risalgo ed inizio daccapo.”

E’ questo quello che mi è sembrato volesse dirmi Roberto ed io l’ho ascoltato. Ho cercato di riportare tra queste righe così perfette ed incastrate in un inchiostro nero e diretto, le sensazioni che mi ha lasciato addosso una storia che non ha  nulla di perfetto perché non è pulita, luminosa, non è sorridente né meravigliosa, è una storia opaca, scura, delusa, che s’incupisce sotto il peso di uno spogliarsi l’anima lento ed inesorabile, uno scavarsi senza apparente ragione, per risalire da una solitudine perduta nella speranza di ritrovarsi addosso una nuova pelle, più lucida e sicura. Una lettura che ha un’unica pecca: troppo breve forse, ma è anche quella la sua bellezza.