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martedì 22 settembre 2015

Corte Nera di Tina Cacciaglia, Paolo D'Amato, Rocco Papa e Piera Carlomagno Recensione

Il secondo post di oggi è dedicato a Corte Nera, raccolta di racconti rigorosamente Noir di Tina Cacciaglia, Paolo D’Amato, Rocco Papa e Piera Carlomagno ed è la lettura che vi propongo oggi, in seguito della mia recensione. 

Ringrazio la Runa Editrice per la fiducia e vi invito a leggerla!



Titolo: Corte Nera
Autore: Tina Cacciaglia, Paolo D'Amato, Rocco Papa, Piera Carlomagno.
Editore: Runa
Pagine: 242
Genere: Racconti Noir
Prezzo: € 14,00
Uscita: 2014
Link acquisto

         
Larghetto San Pietro a Corte, nel cuore del centro storico di Salerno, è un luogo misterioso e affascinante in cui sono stati scoperti tutti i vari strati della storia della città, fino alle fasi di vita più antiche, sette metri sottoterra. Gli autori della raccolta di racconti “Corte nera” hanno ambientato qui le loro storie, all’ombra dell’unico ambiente superstite del mirabile palazzo fatto edificare dal principe Arechi II, all’indomani della caduta del regno longobardo d’Italia nelle mani dei franchi di Carlo Magno. Quattro autori, quattro storie, un'unica Corte: uno degli angoli più noir di Salerno! Quattro gialli che attraversano i secoli. Con “Gemma” di Tina Cacciaglia siamo nell’anno 785, dove un mistero si cela nelle penombre dei conventi e delle mura, nel pieno della Salerno Longobarda. 1860, "Trista Provincia ribelle" è il titolo del racconto con cui Paolo D’Amato fa rivivere i giorni dell’unificazione d’Italia e dell'arrivo di Garibaldi in città proprio mentre si cerca di tenere nell’oscurità il brutale omicidio di una giovane cameriera. Rocco Papa, con "Secondo natura", ricorda l'operazione Avalanche del 1943, lo sbarco degli alleati e la fuga dei nazisti in una città deserta e semidistrutta, dove si dipanano passioni e delitti, con la certezza dell'impunità. Infine è il 1990 e lo storico palazzo Fruscione, parte dell’antica corte, ora di proprietà del Comune, è ancora abitato da famiglie. Il delitto raccontato da Piera Carlomagno, si consuma in una notte di “Plenilunio d’estate”.




Corte Nera è un’antologia noir incentrata sull’inserimento di un filo conduttore molto particolare: Gemma, una giovane ragazza che ricompare volente o nolente in tutti e quattro i racconti, fungendo da collante e nello stesso tempo rappresentando l’elemento da cui scaturiscono tutte le riflessioni e l’intenso coinvolgimento che ne segue.

Quattro sono le storie e quattro sono gli autori, tutti con il proprio stile e soprattutto la loro verve storica messa in evidenza da una consistente capacità descrittiva sia degli ambienti che del tempo stesso in cui sono ambientate le vicende.
Ho apprezzato sin da subito l’intelligente narrazione, precisa, chiara, dettagliata, l’argomento storico attraverso cui si è invitati ad immergersi nelle atmosfere significative e pregnanti della città di quegli anni: Salerno.

Tutto è focalizzato sul luogo campano che diventa mistero e segretezza, realtà ed immaginazione, una visione preziosa e ricca, che affonda le proprie radici nell’antichità e soprattutto nella leggenda, a metà tra la fede e la divinità.

Nel primo racconto intitolato Gemma di Tina Cacciaglia, risalente al 784 d.c. ho potuto con piacere riconoscere lo stile dell’autrice, coinvolgente, asciutto, che va dritto allo scopo e nonostante questo con quella onnipresente volontà di raccontare sempre qualcos’altro, di dare voce anche allo spirito, al mito, a ciò che non può essere razionalmente spiegato. A quello che potrebbe essere definito magico e divino, a ciò che, in altre parole, non può essere afferrato ma sentito.

“Vi parrà strano, principessa, ma quello che di lei seduce è l’estremo candore. Ho letto nei suoi occhi e vi ho trovato innocenza.”

Amore, sangue, morte, gelosia e magia si respirano tra le pagine mentre la figura unificatrice di Gemma nasce proprio tra quelle righe e il suo destino sarà assolutamente crudele perché il suo essere è percepito come un pericolo, un rischio, un affronto indicibile rispetto a tutto ciò che è sacro e accettabile. La sua identità apparentemente è molto vicina a quella di una strega e sarà proprio l’eco lasciato dalla sua presenza irrisolta, trascinata tra il sangue ed il candore della sua anima, a tessere la rete nella quale si andranno ad incastrare anche le parole di Paolo D’Amato, l’autore del secondo racconto, intitolato Trista provincia ribelle, ambientato nel 1860, all’epoca di Garibaldi, e incentrato ancora una volta su una giovane cameriera morta di nome Gemma. In questo racconto, rispetto al precedente, ho percepito maggiore propensione per l’indagine stessa facente parte dello stile dell’autore molto più dedito al noir vero e proprio. Non c’è visionarietà mistica tipica dello stile della Cacciaglia, c’è più crudezza, prontezza e volontà di chiudere un cerchio che ha come monito una morte ancora una volta ingiusta. La ricerca della verità diventa l’urlo dell’innocente e la condanna dell’indiziato più probabile che si rivelerà quello più privo di colpa. In un gioco di luci ed ombre anche qui Salerno è raccontata nella sua antichità, impigliata tra le sue strade cariche di memoria e appesa ai fili della storia, rivestendo un ruolo di comprimaria, diventando il contesto più adatto ed apprezzabile per narrare quasi sottovoce una storia che parla ancora di morte e di nero.

In Secondo Natura di Rocco Papa, l’atmosfera cambia in modo brusco e sentito. Siamo nel 1943 e il protagonista non è più un rappresentante della giustizia che tenta di far luce su strani casi di omicidio ma un ex carcerato che tenta di indagare sulla morte di Matteo, un amico che gli muore tra le braccia invocando un unico nome: Gemma. Uno stile preciso, quasi chirurgico da vero giallo, uno sfondo che ripete la storia, donandoci una pressante ed indimenticabile fotografia degli anni dell’Avalanche, e la fuga dei nazisti in concomitanza con lo sbarco degli alleati. La triste e velata Salerno, centro propulsore di queste storie macchiate di oscurità e rosso sangue, si presenta, questa volta, in una versione decadente, avvinghiata alle macerie di quel tempo disastrato e perduto nel quale l’aria pullulava di omicidi irrisolti e di amori sbagliati, prostitute cangianti e bambini oltraggiati.  Mi è piaciuto molto nella sua realtà e fascino sporco, nella capacità di dare ancora un tocco in più a una serie di racconti dove sembrava che fosse stato detto già tutto.

“La natura asseconda se stessa e decide per tutti. Una folata di vento improvviso, un passaggio di mani inconsapevoli: la tela è spezzata. La preda è libera. Il ragno è vittima. Secondo natura.”

Tra l’altro ho adorato questa frase che oltre a rappresentare il senso totalizzante del pezzo, evoca, a mio parere, molto altro ancora, un’infinita sfilza di significati applicabili a più aspetti della vita e della realtà.

Infine, in Plenilunio d’estate di Piera Carlomagno, il cerchio si chiude e si ripete per l’ultima volta, rinfrancando l’attenzione del lettore, avvolgendolo ancora una volta in un racconto che ha come protagonista una giovane ragazza che muore e il suo nome è ovviamente Gemma. Qui la situazione non sembra affatto facile, è coinvolta la madre ed importanti esponenti introdotti in un gioco rischioso ed oltraggioso nel quale sono le stesse passioni amorose ad essere considerate pericolose. Amore e sangue si mescolano e danno vita ad un breve ed intenso squarcio sulla vita di questi personaggi che ci appaiono veloci e sfuggenti ma non per questo non  marcati. Nella storia di Piera Carlomagno è presente un odore di malinconia, quasi di abbandono, di sogno pieno di polvere e di addio. Forse perché è l’ultima storia di questa raccolta che presenta autori di grande rilievo, capaci di raccontare, ognuno con il proprio stile, un pezzo di Salerno e della sua magia. Una magia nera, ma non per questo priva di luce nella quale si mescolano intrighi di corte, omicidi e pozioni magiche. Senza mai tralasciare l’alone di mistero e di segretezza, quella quiete soltanto apparente che però t’inquieta perché sussurra cose non dette. Parole negate, spezzate in gola ma anche desiderate tanto quanto è desiderata la verità, l’unica grande meta alla quale i viaggi di queste storie aspirano.

Ho sentito la città sospirare di morte e di vita e l’ho vista più cupa e sinistra di come la conoscevo, ho intravisto il suo lato storico e pittoresco, la sua atmosfera di luogo che accoglie i sentimenti e le perversioni. Ho sentito che ha avuto una voce, quella di chi ha saputo raccontarla, rendendola un’eco di potenza narrativa e di fascino tenebroso ma caldo.


mercoledì 5 agosto 2015

Il sussurro di Vico Pensiero di Tina Cacciaglia Recensione

Buon mercoledì cari lettori! Le vacanze si avvicinano e anche oggi voglio lasciarvi una recensione di un romanzo che riguarda la mia città e tutto ciò che concerne il suo aspetto più magico e superstizioso. Ringraziando Runa Editrice per la copia inviatami, leggerete della storia scritta da Tina Cacciaglia, intitolata Il sussurro di Vico Pensierio, un Noir popolato di leggende e di miti ambientato nella bella Napoli, con tanto di mistero e fascino.


Leggete! Aspetto le vostre impressioni!




Titolo: Il sussurro di Vico Pensiero
Autore: Tina Cacciaglia
Editore: Runa
Pagine: 260
Genere: Noir
Prezzo€ -
Ebook€ 16,00
Uscita: 2013

Trama


Nel Palazzo San Severo a Napoli, la bellissima nobildonna Maria d'Avalos venne uccisa dal marito, il principe Carlo Gesualdo, insieme all'amante: era la notte tra il 16 e il 17 ottobre del 1590. Si narra che il suo fantasma vaghi ancora nell’oscurità delle notti napoletane. Fantasmi e leggende del passato. La vita di Adriana s'incrocia con l'antica storia della nobildonna Maria d'Avalos e del suo amante e con quella contemporanea di Elena, una collega di studi trovata morta con in gola della saggina di cui sono fatte le scope delle streghe. Adriana si addentra in una Napoli a lei sconosciuta, nei rioni appartenenti alla camorra, e assieme al fidanzato, un tormentato Commissario di Polizia, inizia una indagine che la porterà a scoprire una vera e propria città nella città, immersa in antiche tradizioni, incarnate da personaggi come  Costanzo 'o Scartellato, che parla con i morti del Cimitero delle Fontanelle, o Maria 'a Putecara, che legge le carte e scaccia il malocchio. Un viaggio negli inferi che è un autentico giallo tra coinvolgenti intrecci in una Napoli popolata da fantasmi e superstizioni, immersa nell’occulto, nei misteri e nelle sue contraddizioni.

Tina Cacciaglia è nata a Napoli, laureata in Sociologia svolge l'attività di Conciliatrice Professionista, oltre a interessarsi da diversi anni di scrittura ed editoria. Ha pubblicato diversi articoli per riviste quali L'isola,  il Giornale di Cava, Il Vescovado. Una sua favola è stata letta a Radio Rai Due ed è arrivata finalista  al concorso Parole in Corsa con un brano pubblicato in antologia. Ha partecipato a Torino al Perfect Day della Scuola Holden, organizzato da Alessandro Baricco, con un breve brano, pubblicato dal quotidiano Il Denaro e dalla rivista Grazia. Il romanzo storico “La Signora della Marra”, di cui è una delle due autrici, è stato  segnalato dalla giuria del Premio Calvino 2009 come degno di merito, ed è in corso di prossima pubblicazione. Sempre nel 2009 ha vinto il primo premio Creatività e scienza, città di Salerno con un  racconto di fantascienza storica  pubblicato in antologia. Nel concorso nazionale IoScrittore 2011 è risultata vincitrice con un romanzo noir, pubblicato in ebook dal Gruppo Mauri Spagnol nel marzo 2012. Attualmente vive a Salerno con la sua famiglia e il suo cane.




“La strega li ammalia e poi li distrugge.”


Il sussurro di Vico Pensiero è un silenzioso ed inquieto viaggio all’interno della città partenopea, fingendosi un libro mentre è una feconda e capricciosa realtà che si sveste delle ignobili nomee che spesso l’hanno sporcata, per rivelarsi in tutta la sua magica presenza. Napoli si racconta prendendo come scusa una storia misteriosa che è soltanto un pretesto per far sì che la brava autrice riesca, in tutta la sua conoscenza e predisposizione narrativa, a regalarci ancora un altro quadro dell’indimenticabile città.

Morte e mistero, superstizione e maledizione, sacro e profano, magia e streghe si alternano nell’intreccio costruito ad arte e reso avvincente ed intrigante da uno stile flessuoso, a tratti antico quasi quanto le leggende che racconta.
Già il titolo richiama qualcosa di altro, un oltre incondizionato che tenta di prenderti per mano e di portarti laddove ha casa il mistero e si svelano i segreti più arcani e più pericolosi. La parola sussurro è estremamente suggestiva, sembra quasi incantare e spingere verso le nostre orecchie un suono velato e carezzevole, che giunge da lontano per sedurci e condurci verso terre misticamente ignote. Ma non sempre quel sussurro è benevolo. La storia che ci narra Tina Cacciaglia lo dimostra ma alla fine cosa importa? Che sia benedizione o maledizione ciò che scorre per le vie di quella indomita città, sono le sue storie, i suoi incanti, le sue ombre e i suoi fantasmi a rendere reale e desiderabile la sua essenza di città indimenticabile.

Il libro si apre con un caso irrisolto: la studentessa Elena viene trovata morta e le indagini non portano a nulla di costruttivo perché su tutto aleggia un mistero impenetrabile. Adriana, amica e collega della giovane uccisa, comincia ad indagare per conto suo poiché alcune coincidenze non le appaiono affatto chiare. A rendere ancora più sinistra ed inspiegabile la situazione è la presenza di Agnese, donna dalle origini sconosciute e dall’identità discutibile che inizia a corteggiare, con successo peraltro, proprio il fidanzato di Adriana, il commissario Carlo Lofrate che si sta occupando dell’omicidio.

Elena viene trovata con della saggina in gola che non è altro che il materiale con cui sono fatte le scope. Inevitabilmente si pensa alle streghe e al mondo della superstizione, soprattutto perché la stessa vittima si occupava di ricerche riguardati proprio quel mondo oscuro e misterioso. Ma Adriana non crede a tutte queste cose, pensa che maghi, streghe e fattucchiere siano soltanto baldanzosi esempi di imbroglioni e truffaldini e che l’unica realtà tangibile sia quella visibile.
Dovrà presto ricredersi come il suo amato fidanzato quando per motivi diversi ed in contesti assolutamente opposti, verranno a contatto con personaggi strani ed inquietanti e visiteranno luoghi considerati magici.

Tina Cacciaglia oltre a scrivere la sua, di storia, quella che s’incastra nell’intreccio propriamente giallo e mistery del romanzo, narra contemporaneamente anche tutta una serie di storielle, di leggende che covano  e sopravvivono nell’anima popolare della città. E così che ci conduce nel cimitero delle Fontanelle, dove si trovano le anime pezzentelle, raccontando che un tempo quelle anime rappresentate dai teschi vecchi e consunti, venivano adottate da coloro che cercavano protezione e un qualche favore.

“Certamente, i vivi sceglievano un teschio e lo poggiavano su un centrino o un cuscino, il che significava che era in corso l’adozione.”

Ancora oggi però si possono vedere fiori freschi davanti a quelle teste prive di vita, a simboleggiare che certe tradizioni non possono essere sradicate soprattutto se il popolo è tuttora convinto che da essi si possa cavare ancora un miracolo.

I personaggi del romanzo sono figure eccezionalmente solide, inserite senza sbavature all’interno del contesto napoletano da cui sono tratte dall’autrice. Sono i protagonisti di scene reali, fatte di strada, di grida, di pane e di meraviglia. Come Costanzo o’ Scartellato o Maria a’ Putecara, vecchi che un tempo se la intendevano e che adesso, proprio in mezzo a quei vicoli storti e a quelle vite spezzate misteriosamente, diventano l’emblema non solo di quella superstizione e divinazione odiata ed amata allo stesso tempo, ma soprattutto della possibile e tanto agognata soluzione.
E’ proprio nei segreti delle loro vite apparentemente indicibili, legate al culto dei morti e al superamento dei confini della religione stessa e della fede per scontrarsi con altre credenze e macchinazioni, che si nasconde il vero significato di tutta quella apparente e sconclusionata magia.

Un’atmosfera densa di fumo, di candele, di preghiere rivolte dalla parte sbagliata incarnate da una donna sinuosa e sensuale, una sirena scura, dal corpo di venere e lo sguardo di pantera: Agnese, la nipote di Costanzo, emblema di bellezza e tormento. Colei che incanterà in maniera irreversibile il commissario Lofrate conducendolo in un tunnel di perversione e di sesso, di scoperte e mistero. Una donna dal passato tormentato e torbido che cela tra le sue braccia un segreto troppo grande da poter essere anche soltanto pronunciato. E’ proprio nella sua figura di femmina battagliera, che l’autrice concentra tutta la bellezza e la maledizione della città di Napoli.
Essa è proprio come Agnese, bella da morire ma anche maledetta per quella stessa bellezza, magica e stregata, capace di incantare chiunque tenti di corteggiarla. Carlo ne è attratto ma è anche affranto da tale insidiosa meraviglia.

“E’ difficile spiegare ad una donna che l’altra donna è troppo tutta. Troppo sensuale, troppa curve, troppa carnalità, tutta offerta, tutta senza pudore, tutta senza richieste.”

Lofrate è stregato da quella presenza conturbante che non lo lascia respirare, che lo ha agguantato senza chiedere nulla in cambio, che lo ha preteso senza tirarsi indietro.
Agnese è la carnalità di Napoli, la bella città che si fa donna, femmina di sangue e possesso, figlia diretta dell’ossessione e del tormento. Tra le sue curve scorre il tragico della vita ma anche l’indemoniata passione di quel mondo oscuro che sembra essersi raccolto tutto nelle sue mani.

“Carlo seppe che non voleva e non poteva rinunciare ad Agnese. Qualsiasi cosa Adriana significasse per lui, svaniva davanti alla carne di quella donna. All’amazzone che cavalcava sesso e possesso dell’uomo.”

Tra i quartieri malfamati, le viuzze in cui perdersi, i palazzi antichi e leggendari, scopriamo una Napoli antica ed eterna piena di doni pronti per essere colti solo da chi è in grado di sentirli. Sentire i fantasmi che popolano la città di notte, come quello di Maria d’Avalos, in costante pena d’amore e di morte. Un luogo mistico e pieno di echi d’altrove, dove l’architettura diventa non solo simbolo di storie millenarie, ma diventa passaggio che intravediamo, per salire oltre il confine della nostra realtà e superare quello della porta del mito.

Napoli è tutta un mito, una leggenda, un canto che incanta ma che incute anche paura, è un luogo che non è stato mai completamente felice e come tale è pieno di sospesa malinconia. Un luogo di sangue, di battaglie, di cadaveri ma anche di sogni e speranze. E’ piena di contraddizioni e di scelte sbagliate, di risate e di infamie. Napoli non è una città, è un mondo, quello antico e quello moderno, un eterno scontro tra il popolo e la realtà. E’ negli androni dei suoi palazzi, nei quartieri storici, sulle scale che portano verso paradisi di cieli sconfinati che batte ancora il cuore della Storia.

Nel romanzo di Tina Cacciaglia, nel suo Vico Pensiero, nei suoi personaggi malinconici e solitari, nella bellezza della seduzione, dell’avvenenza e della maledizione, ci ho letto l’essenza stessa della città, ci ho letto nostalgia, sospiri, echi e lontananza. Non è una storia felice quella raccontata, non lo è neanche per l’epilogo, perché anche laddove tutto si risolve,  in essa rimane la traccia indelebile del passaggio dell’inspiegabile, così come tra le vene scure della città del mare si intravede ancora la sofferenza di un luogo troppo grande, troppo ferito e come tale inguaribile. Ma Napoli è anche e soprattutto questo, le vedi le sue cicatrici, puoi addirittura contarle, puoi stare a guardare le sue crepe, le sue discrepanze. E’ umana la città nelle parole dell’autrice, è capace di ammaliare ma non di distruggere, al limite siamo noi ad averla distrutta ma la sua anima è immortale, la sua anima ci aiuta a vivere.