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giovedì 17 dicembre 2015

Lo stato di ebbrezza di Valerio Varesi Recensione

Siamo giunti a metà settimana e una nuova recensione dedicata ad un romanzo scritto dal giornalista Valerio Varesi, con uno stile molto forte, determinato, privo di mezze misure ed estremo, diretto a dare una visione dell’Italia in trent’anni di politica  e di storia, senza sconti e senza falso perbenismo. Lo stato di ebbrezzaedito da Frassinelli, un titolo che ritengo molto bello per una storia che non lascia indifferenti, nel bene e nel male, perché non può, è impossibile.



Titolo: Lo stato di ebbrezza
Autore: Valerio Varesi
Editore: Frassinelli
Pagine: 324
Genere: Narrativa
Prezzo: € 18,50
Uscita: 2015
TRAMA


Domenico Nanni è un uomo che sta facendo i conti con se stesso. A sessant'anni, si guarda indietro e quello che vede è l'immagine di chi non si è fatto scrupoli ad arraffare tutto ciò che poteva, senza nulla in cui credere se non successo, potere, denaro. Presto orfano di padre, cresciuto da una madre che ha sgobbato per potergli garantire un'istruzione, negli anni Sessanta Domenico sposa gli ideali rivoluzionari, forse più per il desiderio di essere come gli altri che per convinzione. Giornalista di nera a l'Avvenire, per un po' se ne sta a guardare, ma ben presto inizia a cedere alle lusinghe di un mondo sensuale, prepotente e affascinante che si va affermando giorno dopo giorno. Con gli anni Ottanta inizia il gran ballo, e molti pensano a riempirsi la pancia, con buona pace di sogni e utopie. Nanni è uno di quelli. Con l'ascesa del Partito Socialista e la vittoria di una politica del bengodi, salta sul carro del vincitore e – grazie anche all'aiuto di Susanna e della sua prorompente e cinica vitalità – si reinventa come pierre, perché «se la fame non c'è, bisogna ingolosire». Un teatrante che vende idee ammantandole d'oro. Si sporca le mani con la politica, l'industria, la finanza, e così attraversa gli ultimi trent'anni della storia italiana. E la sua parabola diventa metafora di quella del nostro Paese. Fino a uno sconvolgente rigurgito di coscienza che regala al lettore uno sguardo affilato e spietato su una Grande Bellezza che ci ha lasciati con un gran carico di immondizia. Lo stato di ebbrezza è nello stesso tempo una lunga e appassionata invettiva, e un profondo, a tratti struggente, romanzo psicologico e introspettivo, che ci obbliga a ricordare che cosa siamo stati, e a chiederci che cosa siamo diventati. Un "viaggio al termine della notte" nell'Italia degli ultimi trent'anni.

Valerio Varesi, nato a Torino nel 1959, vive a Parma e lavora nella redazione de la Repubblica di Bologna. Romanziere eclettico, è il creatore del commissario Soneri, protagonista dei polizieschi che hanno ispirato le tre serie televisive Nebbie e delitticon Luca Barbareschi (distribuite anche negli Stati Uniti). I romanzi con Soneri sono stati tradotti in tutto il mondo e nel 2011 lo scrittore è stato finalista al CWA International Dagger, il premio internazionale per la narrativa gialla. Recentemente è stata ripubblicata da Frassinelli la prima indagine di Soneri, Ultime notizie di una fuga, con una nuova prefazione dell'autore. Parallelamente Varesi ha iniziato la propria personale ricognizione della Storia con due romanzi generosi e appassionanti: La sentenzae Il rivoluzionario.



Lo stato di ebbrezza potrebbe essere un saggio ma è un romanzo nel quale si mescolano molteplici argomentazioni e diversi stili, linguaggi che lo denotano come una lettura molto interessante e affascinante. 

Valerio Varesi è giornalista oltre che scrittore ma all’interno di questo testo non troverete nessun taglio giornalistico o una forma narrativa assimilabile a quella di un articolo, bensì una scrittura altisonante, esaltata, feroce per certi versi, indignata e urlata. Perché? Basta semplicemente dire che la trama ripercorre le vicende politiche e sociali che hanno visto protagonista l’Italia, la nostra Italia, dagli anni 70 fino al duemila, poco prima del governo Renzi. 

Un lasso di tempo non indifferente ma soprattutto una totalità di argomenti, storie, vicende, scandali, vergogne e menzogne davvero senza dignità che però hanno contribuito inesorabilmente a rendere il nostro paese quello che è oggi: un collasso che continua a collassare, un serpente che si mangia da solo la coda, perché la colpa è principalmente la nostra, degli italiani, la mia, la tua. 

Domenico Nanni, il protagonista, è ormai un uomo maturo sulla sessantina, condannato sulla sedia a rotelle, che però ha vissuto gli anni dei grandi sogni, delle meritate illusioni, è stato uno che ha sempre creduto nei grandi ideali, quando c’era ancora qualcosa in cui credere probabilmente e che poi, lentamente, insieme ai tempi che sono inesorabilmente e tristemente cambiati, ha mostrato una certa predisposizione alla corruzione, ai mezzi termini, alla scelta di quel grigio, che non è più bianco e nero con contrasto netto, che gli ha permesso di andare avanti e di “sottomettersi” al flusso corrente di ciò che andava fatto per sopravvivere, per andare avanti insomma, senza troppi scossoni. 

Egli rappresenta la decadenza dell’Italia, è il simbolo che attraverso il suo corpo, le sue scelte, i suoi pensieri e soprattutto la sua morale ha decretato lo stato in cui verte il nostro paese oggi. Non ci sono molti personaggi nel romanzo, ma ognuno di essi riflette a piene mani e con soddisfazione (delusione) i ruoli importanti e che ammettono senza interferenze né ammorbidimenti di sorta, quali sono stati gli errori, le cecità, i passi falsi di un popolo che ha sempre avuto bisogno soltanto di incantatori. Gente di un paese come l’Italia imbambolato dalle personalità della tv, da uomini che sono saliti al potere grazie alle promesse mai mantenute, gente che non  ha mai voluto guardare in faccia i veri problemi, cullandosi nell’idea che ci fossero persone oneste (?) a cui importasse davvero qualcosa di sostenere il paese invece che di arricchirsi a spese dei cittadini.

“Il mondo va un po’ dove ne ha voglia e un po’ dove lo menano», gli dico. «Adesso lo stanno menando gli altri. Ce lo hanno sfilato mentre noi ci facevamo un mucchio di seghe mentali. In tanti hanno trovato di meglio perché, in fondo, non gliene fregava niente. Era solo moda.”

Un gran bel sogno, non c’è che dire, ma il tempo delle illusioni è finito da un bel po’ ed è proprio quello che racconta Varesi nel suo libro, dove attraverso un’analisi attenta ed approfondita ma mai asciutta o distaccata, sempre pregna di partecipazione e di convinzione, di sostanza e di appartenenza, egli mostra il volto struccato di una classe politica che ha distrutto l’economia di un paese, e noi glielo abbiamo lasciato fare. 

Nanni non è innocente, come cittadino, come uomo, come essere umano, come Italiano, e non lo è nessuno di noi di fronte all’ingiustizia di un impoverimento che partendo dal passato, non ha lasciato altro che ossa alle generazioni future. Ossa mezze marce dalle quali è davvero difficile partire per creare una nuova base solida di un paese che dovrebbe prima di tutto ritrovare la fiducia. Che parolone, non è così? Non tanto la speranza, perché quella la puoi ritrovare prima o poi, basta adocchiare un barlume di luce ed essa rinasce, perché nessuno vuole che la notte duri per sempre. Ma il problema è la fiducia. Quella ce l’hanno martirizzata, oltraggiata, ci hanno sputato addosso dall’alto delle loro cariche, l’hanno resa una marionetta con la quale ci hanno preso in giro per anni, raccontandoci solo un mucchio di fandonie.

“Il mondo, caro mio, è di chi sa reggere la sua parte con convinzione, mi ripeteva. Tutto è ormai in superficie: è l’apparire, la figura che fai e la sicurezza che mostri. Nessuno ti verrà mai a chiedere quel che sei per il resto. Li han drogati a dovere con la televisione che gli basta quel che vedono.”

Lo stato di ebbrezza, questo titolo che io ho trovato meraviglioso e che invece alcuni hanno criticato, significa proprio l’imbambolamento e la pietrificazione di un paese davanti alle proprie responsabilità, perché il problema vero secondo l’autore non è la corruzione, ma il coraggio. Ebbrezza perché il sogno dell’incanto è ormai finito ed è finito pure il tempo dell’essere ubriachi, ebbri, sfatti di bugie e di promesse illusorie, questo sarebbe il momento della responsabilità e della controtendenza, ma potrebbe essere anche tardi per un popolo che si è lasciato ingolosire, corrompere, abbagliare per anni ed anni inutilmente.

“Il male maggiore non è la corruzione, ma l'assenza di coraggio.”

Questo romanzo narra la storia degli ultimi trent’anni e lo fa passando per i governi bugiardi, per Tangentopoli, per gli scandali, per i maghi della tv che hanno reso celebre la politica attraverso le immagini, gli spot alla cui testa c’è stato Berlusconi. Una storia che ha reso la democrazia una finzione, il voto un’apparenza, la realtà uno scherzo di cattivo gusto che tutti ci siamo ritrovati cuciti addosso e ancora oggi stiamo a chiederci perché siamo arrivati a questo punto?

Valerio Varesi non è per gli sconti, il suo stile è efferato, l’uso dei dialetti rende tutto palpabile e ancora più sinistro, terribile, irreparabile. O ti volti dall’altra parte o non ti resta che affrontare. E’ inutile fuggire perché ci siamo dentro tutti, senza nessuna esclusione. E’ questa la sensazione angosciante,  greve che mi ha lasciato addosso questa lettura. Il senso di colpa, la perdita di innocenza, la consapevolezza che abbiamo perso la cultura dell’appartenenza, il senso di orgoglio per il nostro paese, la dignità di un popolo che si è visto spolpare viva la fede della riuscita e ancora adesso siamo nelle mani di pagliacci di cui non abbiamo nemmeno votato l’inserimento al governo. 

Insomma le riflessioni che vengono fuori sono tante, forse anche troppe per contenerle tutte e per non sentirsi quasi oppressi da tale furia, mancanza di pietà, condanna, che il protagonista rivolge in qualche modo verso se stesso e che emerge quasi come un invito per ciascuno di noi a fare i  conti con la propria coscienza. Un atto di coraggio a guardarsi in faccia, smettendo di fare le vittime perché gli italiani c’erano mentre succedeva tutto questo, non dimentichiamolo e tanto per ricordarlo, ci siamo anche adesso.


mercoledì 9 dicembre 2015

Luminusa di Franca Cavagnoli Recensione

Buon mercoledì! La recensione di oggi riguarda Luminusa, romanzo di Franca Cavagnoli, inviatomi gentilmente da Frassinelli. Un museo dei migranti è il centro focale della narrazione, piena di riflessioni molto importanti e necessarie considerando il problema dello sbarco degli stranieri nella città di Lampedusa. Un tema quanto mai attuale.



Titolo: Luminusa
Autore: Franca Cavagnoli
Editore: Frassinelli
Pagine: 168
Genere: Narrativa
Prezzo: € 18,50
Uscita: 2015
TRAMA

Mario, giovane studente di scienze politiche a Milano, decide di trasferirsi a Lampedusa durante l'emergenza sbarchi del 2011. Dopo due anni, Mario si è ambientato nell'isola e lavora insieme ai suoi coinquilini alla realizzazione di un museo dei migranti: un luogo della memoria dove raccogliere gli oggetti restituiti dal mare di chi non ce l'ha fatta. Il compito di Mario è quello di scrivere le didascalie dei pezzi esposti, e lui decide di farlo in versi perché spera che così restino più a lungo dentro chi le legge. Ma Mario a Lampedusa cerca di dare un senso anche alla propria esistenza, segnata dalla malinconia, dalla disillusione e da un segreto che il ragazzo cerca di tenere sepolto...

Franca Cavagnoli: scrittrice e traduttrice, ha pubblicato per Frassinelli i romanzi Una pioggia bruciante e Non si è seri a 17 anni, e per Feltrinelli i racconti Mbaqanga e Black. Ha tradotto e curato opere di J.M. Coetzee, Nadine Gordimer, Katherine Mansfield, Toni Morrison, V.S. Naipaul. Collabora a «il manifesto» e «Alias». Per il suo saggio La voce del testo ha avuto nel 2013 il premio Lo Straniero.




In poco tempo mi sono ritrovata a leggere di musei, il primo quello presente in Non luogo a procedere di Claudio Magris, il museo della guerra e adesso quello raccontato da Franca Cavagnoli in Luminusa che ha tutt’altro valore e senso: un museo dei migranti, di eccezionale interesse  e valore storico, come tutte le tematiche affrontate nel libro, in questo particolare momento che tutti stiamo vivendo.

Luminusa è Lampedusa, luogo d’incanto e di disincanto per milioni di migranti africani giunti sulle coste siciliane con il loro bagaglio pesantissimo di sogni e speranze.

“Potevo solo andare avanti. E davanti a me c’era il mare.”

Mario, il protagonista, è uno studente milanese di Scienze Politiche che decide di trasferirsi a Lampedusa durante gli sbarchi del 2011. Trovando lavoro all’interno del museo della città, decide di creare una sorta di memoriale alternativo, fatto di reliquie e relitti, ricordi ed oggetti che i migranti hanno lasciato nel mare o sulle spiagge quando non ce l’hanno fatta.

La storia è oltremodo nostalgica e tristemente malinconica. Appena iniziata la lettura, subito mi sono venuti i brividi non tanto per quello che l’autrice narra ma per il modo e per ciò che significa. Il senso di morte, di perdita costantemente presente, la volontà di guardare questo “problema” con gli occhi di una civiltà che sembra essere andata distrutta. 

Nella narrazione dell’autrice emerge la rabbia, lo sconforto, la disillusione, e soprattutto l’indignazione per un paese, il nostro, che ora più che mai, sopravvive solo di compromessi e che non è in grado di risolvere quella che, anno dopo anno, sta diventando una malattia incurabile. E nel frattempo Luminusa si ferisce da sola e viene ferita dall’indifferenza, da quella scia di dolore e di angoscia immensi che la scuotono e la fanno continuamente tremare e di fronte alla quale dovrebbe essere impossibile voltare la faccia.

“Ha un nome che evoca la luce, il fuoco, e nelle giornate limpide ti sembra di percepire la grana dell’aria – argento puro. In fondo al suo mare, che ha tutte le sfumature del verde, dell’azzurro e del blu, giacciono ventimila morti senza nome, ammazzati.”

Eppure è ciò che avviene ed è ciò contro cui le parole dei personaggi, chiari rappresentanti di atteggiamenti politici e sociali diversi, si scagliano in nome di un’accoglienza che dovrebbe essere una possibilità e non un andare al martirio. 

Mario raccoglie gli oggetti e per ognuno di essi s’inventa una storia riportandola in versi. Poesia e vita reale si confondono, si incrociano tra le onde e sulla terra di un luogo che sembra aver perso il proprio dio. Eppure i migranti, la cui voce esplode lenta e consapevole tra le pagine del libro, ce l’hanno la fede, ed è quella più grande, indistruttibile e purtroppo spesso persino insanabile: la fede nella speranza, nella voglia del cambiamento, una fede che si chiama coraggio e che si scontra contro qualsiasi prospettiva di rischio.

Le riflessioni che emergono sono tante, così tante da farti fermare e pensare portando la mente a quelle storie che poi sono la nostra storia, perché è inutile convincersi che non ci toccano, ci toccano tutti, perché sporcano la nostra presunta umanità. Sono stragi che mettono in luce la nostra incapacità di accogliere il diverso, la vergognosa incompetenza politica, le classi istituzionali che se ne fregano, lo sguardo vacuo e velato di chi muore rischiando.

Il linguaggio, pacato e asciutto, è prosa e poesia, denuncia e riflessione, invito a pensare e ad agire, persino a reagire di fronte ad una tragedia che ha reso il mare di Lampedusa un cimitero privo di voce ma non per questo incapace di urlare. Il suo urlo è nella memoria, nel ricordo, nel ripetersi costante e ineluttabile ogni anno della stessa imperturbabile condizione di omicidio. Un omicidio annunciato, di fronte al quale nessuno è in grado di porvi riparo.

Le diverse voci, così corali e calde, vicine, a volte tuonanti che si percepiscono nel libro, sono le diverse facce di una stessa medaglia, della medesima situazione di disillusione e di sconforto che ci ha segnati tutti, senza differenze.

Ci pensate mai a tutte quelle morti? A quel mare sul quale si riflettono i lampi durante i temporali e il loro riverbero magico finisce sugli scogli e sulla terra di quel luogo che da questo spettacolo naturale trae il nome? Un luogo quasi irreale pregno di bellezza e anche di maledizione. 

Un pezzo di umanità galleggiante su quelle acque che qualcuno deve aver dannato per sempre. L’autrice con coraggio e senza inveire, senza usare prepotenza o illazione, ci conduce alla sua maniera su quelle spiagge contaminate dalla paura e dall’orrore, dando voce anche ai migranti, ad un popolo di esseri venuti da lontano, senza niente ma quel niente non vuol dire che debbano essere privati della loro umanità. Eppure quella morte alla quale spesso vanno consapevolmente incontro è un orizzonte molto più allettante di una guerra che li vede già morti e sconfitti dentro. E allora meglio la speranza di un futuro quasi improbabile in una terra lontana che abbia però il sapore della luce e non quello della polvere da sparo, che l’incubo di una fine che ti riduce ad essere niente nel bel mezzo di un nulla senza nome.

E dunque Luminusa è un No all’innocenza perché nessuno è innocente. E’ un No alla morte, un No all’indifferenza, alla cecità, al mutismo di una società che diventa giorno dopo giorno l’assoluta e deleteria carnefice di un’umanità che non esclude prima di tutto proprio se stessa. E’ questo quello che nessuno vuole capire. Quello che oggi capita a qualcun altro, domani può capitare a voi, noi. E allora una bella lezione di altruismo, di solidarietà, no, non basta. Perché non si tratta di questo, si tratta proprio di coscienza e neanche questo basta. Ciò che prevale è l’ignoranza, e contro quella, ahimè, c’è poco da fare.

giovedì 10 settembre 2015

Lillian. La vita con parole mie di Alison Jean Lester Recensione

Eccomi di nuovo con voi con la recensione che vi propongo oggi di un romanzo inviatomi gentilmente dalla Frassinelli, scritto da Alison Jean Lester, intitolato Lillian. La vita con parole mie. Un romanzo affascinante, ironico, con un pizzico di romanticismo che non guasta!


Vi aspetto con le vostre impressioni!



Autore: Alison Jean Lester
Titolo: Lillian
Editore: Frassinelli
Pagine: 233
Genere: Romanzo
Prezzo: € 19,00
Ebook: € 9,99
Uscita: 2015
Link acquisto



Lillian ha - in ordine sparso - una gatta di nome Pandora, grande senso dell'umorismo, un portamento elegante, cinquantasette anni. Ama - tra le altre cose - gli uomini, il vino, l'ebbrezza della velocità e la pace di un caffè al mattino. Lillian è ciò che racconta di sé: detesta quando gli altri pretendono di sapere tutto di lei, parlare al posto suo, giudicarla. Lillian è ciò che ha scelto di essere: fuori dagli schemi, estranea alle convenzioni, ai ruoli tradizionali di donna anche quando le donne avevano solo ruoli tradizionali. Nei suoi ricordi, sfumati di nostalgia, Lillian rivive l'infanzia nel Midwest, ripercorre le capitali europee in cui ha conosciuto solitudine e mondanità, torna all'amata New York e all'uomo più importante della sua vita; fino ad affrontare con astuzia e ironia l'età che avanza. Nel suo racconto, appare di volta in volta seduttrice, figlia devota di un padre adorato, amante infedele o amante tradita: ma sempre unica, per come sa essere sempre se stessa, senza tradirsi, senza nutrire rimpianti, nemmeno di fronte alle scelte sbagliate, nemmeno di fronte a sogni a lungo cullati e non realizzati. Perché sa che non sono i successi a definirla, bensì le intenzioni e la passione. La vita, raccontata rigorosamente con parole sue, è il ritratto sincero e brillante di una donna libera e indipendente.

Alison Jean Lester è nata in California, ma ha studiato e lavorato in giro per il mondo: Gran Bretagna, Italia, Cina, Taiwan, Giappone. Laureata in Lingue (mandarino e francese), ha conseguito un Master in Cultura ed Economia cinese alla Johns Hopkins School of Advanced International Studies. Esperta di comunicazione, tiene corsi di coaching. Vive a Singapore.



Lillian è la storia di una donna oltre la cinquantina che si racconta con ironia, prontezza, dimestichezza nel fluire magnificamente la sua vita attraverso l’uso della parola e della consapevolezza che s’incastra alla perfezione con la visione della sua essenza femminile.
Lillian: un nome pieno di fascino, accogliente, dolce e sofisticato ma che contiene anche qualcosa di fiabesco, di infantile, di fanciullesco.

La sua esistenza, la percorriamo attraverso la penna fluida e scorrevole dell’autrice, che con uno stile sobrio, veloce, incantevole, ci regala l’immagine di una donna alle prese con i pezzi sparsi della propria felicità e del dolore che ha segnato la sua carne ed il suo spirito.

La sua voce è delicata ma anche spregiudicata. Ci parla direttamente, come se fossimo seduti al tavolino di un bar e con schiettezza le chiedessimo di darci frammenti del suo io e ritagli sgualciti ma veri del suo tempo.

E Lillian ci sta, sta con noi che stiamo con lei, dall’inizio alla fine. Il suo abbraccio fatto di parole e storie si trasforma in una fonte di calore e di abbaglio. Intravediamo la luce delle piccole vicende che l’hanno vista crescere e che hanno elemosinato la costruzione del legame naturale con il padre, presenza inossidabile, dotato di una affettività abnorme, il cui senso di protezione e di appartenenza l’accompagnerà fino alla fine.
I suoi viaggi che l’hanno condotta a Parigi, a Londra, a New York e gli uomini, i grandi e perduti amori della sua vita che costituiscono l’andirivieni dei sentimenti, i punti fermi ma tremanti del suo orgoglio e della sua femminilità; la voglia di dare voce ai suoi desideri più carnali e l’impeto costante di respirare l’arte ed il bello della vita.

Lillian è un romanzo intenso e profumato di vita, ti percorre con i suoi aneddoti, le sue pause, le sue visioni sconcertanti e a volte così reali da farti riconoscere l’indipendenza di questo personaggio che sovverte qualsiasi tipo di contratto con la paura e la timidezza, per dare libero sfogo al coraggio.

Prima regola: l’indipendenza. 

Lillian si allontana dalla famiglia per trovare un lavoro e una solitudine piena di soddisfazione e di appagamento del proprio essere. Ma i legami con i familiari, con il fratello e la cognata rimangono saldi e fissi come chiodi perfettamente incastrati nel muro della memoria dell’oggi e del domani.
Gli uomini e i legami stabiliti con essi fungono da cornice agli accadimenti ma sono anche il sentiero principale che conduce sempre ed inevitabilmente ad un unico grande amore: Ted.


“Ogni volta che mi sveglio accanto ad un uomo, prima di riacquistare piena lucidità penso sia Ted. Naturalmente non è mai così.”

Lillian vorrebbe avere una famiglia, dei figli ma alla fine resterà una donna totalmente indipendente, capace di innamorarsi e di lasciarsi toccare e prendere senza mai perdere il suo spirito solitario e anticonvenzionale.
La sua grande passione, nonostante gli amori che lei definisce soltanto dei “passants” , resta un uomo sposato, più grande di lei, che la coinvolge in una dimensione totalmente estraniante, nella quale riconosce la sua dipendenza da quelle sensazioni carnali e fisiche dalle quali non riesce a staccarsi. Ma la vita è cattiva, tragica, presuntuosa, infligge colpi quando meno te lo aspetti, proprio quando tutto sembra andare per il verso giusto e Lillian si ritrova con un vuoto che non saprà mai più colmare.
Non può, l’anima le è stata strappata via e con essa qualsiasi sogno di una vita che abbia il sapore dell’unione e l’odore della condivisione.


“Ted era bellissimo. Un uomo imponente che si mordicchia il labbro ha un che di vulnerabile e seducente. Un uomo piccolo che si mordicchia il labbro è un roditore.”

Lei che ha sempre pensato che con l’amore non esistono convenzioni da rispettare. L’amore è un’altra cosa, risponde ad altre leggi, leggi molto simili a quelle divine e per questo insindacabili.

“Ma le convenzioni? Neanche per idea. Stiamo parlando di amore, non è che puoi metterti a discutere.”

Cara Lillian che hai amato profondamente e che ancora affermi di non avere rimpianti per nulla, ci racconti la tua storia che ti ha vista maturare e cercare il tuo equilibrio attraverso la famiglia, l’amicizia e l’affetto sensuale e fraterno, perché sei una donna completa, una a tutto tondo, una che adesso, a cinquant’anni suonati, sa ancora amare la vita ma sempre con quel sottile senso di nostalgia per ciò che avrebbe potuto provare se non glielo avessero strappato anzitempo.

Il tuo caro Ted, la forza promotrice e prepotente che s’irradia nell’universo e che ti attira come una calamita verso quel qualcuno che ti inchioda a sé come se non esistesse nessun altro, perché tutto sembra essere questione di energia. Tu sei una donna energica, piena di passione e di ironia. Sai prenderti gioco di te stessa e di chi ti ascolta senza però mai perdere la vena riflessiva, profonda ed insita che sottende ogni tuo discorso, anche il più piccolo dettaglio, che si riveste di significati particolari ed apprezzabili.

Lillian si racconta con audacia e schiettezza. L’autrice ha uno stile frizzante e fresco, leggero e capace di far sorridere ma anche di intrattenere con serietà e coscienza.
Il suo personaggio è una scultura perfetta, puoi girarci intorno per quanto è delineato con precisione, puoi osservarlo così da vicino da rimanerne impressionato. E non ci troverai una falla, una scheggiatura, un’ombra. Lillian è luce e verità. E’ come la radiografia della sua esistenza, della sua mente e del suo cuore, messa a disposizione di coloro che vogliono soddisfare la loro curiosità.

Il gioco delle sensazioni e delle emozioni raccontate si concentra nella figura di questo innamoramento folle che anche quando non è citato, resta il fantasma che attraversa le pagine, il cui richiamo è impossibile non udire. Perché la protagonista ce l’ha dentro, ad ogni passo, in ogni minuto della sua maledetta esistenza. Anche dopo, anche quando, anche perché.

“Di certo era destino che io stessi con Ted. Ma che cosa significa 'con'? O anche solo 'stare'? Il fatto è che mi era entrato sottopelle. Dove è sempre rimasto. Il suo alito continua a muovermisi dentro, l’aria sotto il primo strato di cellule è il suo fantasma. Esiste un 'con' più grande? Uno 'stare' più intenso?”

E’ un vento furioso che finge di dormire questo amore che non conosce freni, stasi, respiro. Inchioda e languisce, perdona e ruggisce. Dietro la pacatezza, che morbida finge a tratti noncuranza di Lillian, c’è malinconia, abisso di tenerezza e voglia di pace interiore, di salvezza.

Una storia che non ha bisogno di essere spiegata ma che va sentita e assaporata come un frutto maturo, il cui sapore è intenso, profondo, voluttuoso,  imbevuto di dolcezza e tenacia, di carnalità e assoluta libertà, perché come dice lei stessa, non sono le azioni a definire chi sei ma le intenzioni e i tuoi desideri. La verità di ciascuno di noi è nei nostri sogni e non nella realtà.

“E’ una vita che mi domando perché la gente cerchi così tanto il significato nelle azioni. Se qualcuno ti racconta una storia, qualcosa che gli è successo, qualcosa di importante, non chiedergli subito che cosa ha fatto. Chiedigli che cosa avrebbe voluto fare. Le azioni non sono che sussurri, in confronto ai sogni.”




lunedì 27 luglio 2015

Il cielo resta quello di Francesco Leto Recensione

Buon lunedì! Oggi finalmente si respira un po’, il caldo si è leggermente alleggerito, anzi in questo momento è il vento a padroneggiare finalmente…
La recensione che vi propongo oggi è di un romanzo corale molto intenso, nel quale alla storia della famiglia narrata s’intreccia quella della grande Mia Martini.

E’ un romanzo commovente e profondo, scritto da Francesco Leto che s’intitola Il cielo resta quello.

Ringrazio la casa editrice Frassinelli per avermi scelto per recensire questo romanzo.


Leggete  e ditemi cosa ne pensate!



Titolo: Il cielo resta quello
Autore: Francesco Leto
Editore: Frassinelli
Pagine: 228
Genere: Romanzo
Prezzo: € 15,00
Ebook: -
Uscita: 2015

Trama

È uno degli ultimi giorni d'estate quando Maria, uscita di casa all'alba come ogni mattina, non vi fa ritorno. Dove sei fi nita, Maria? Tu che non te ne sei mai andata, perché mai avresti potuto lasciare quel mare. Ché a Bagnara Calabra tutti nascono col mare negli occhi e nel cuore. Qualcuno persino nella voce, come Mimì Bertè, che da bambina, a Bagnara ci tornava tutte le estati con le sorelle. Mimì, la cui voce è colonna sonora di molte vite, e della propria è benedizione e condanna. Con quel mare Maria ha sempre condiviso tutto. Ha il sapore del sale il primo bacio che ha dato al suo Carmine, quel ragazzo bello e vigoroso che tra tutte, alla fine, ha scelto lei. E libero come le onde è nato Domenico, quel suo figlio che, più degli altri, è la sua anima. U cardiddu lo chiamano, il cardellino. Ché come un cardellino, Domenico soffre ogni forma di prigionia. Quando il dolore entra nella vita di Maria, all'improvviso, troppo presto, che a piovere e a morire non ci vuole proprio niente, il mare è sempre lì, questa volta muto, incapace persino lui di darle conforto. Solo una voce allora continua a risuonare, quella di Mimì, ormai per tutti Mia Martini. Una sirena del mare, che da lì canta tutte le notti. Lo sai tu, Mimì, dov'è finita Maria? Una storia familiare autentica, intensa e poetica. Una dichiarazione d'amore per una terra che si perde nel cielo e in un mare senza il quale non si ha mai una casa dove tornare.

Francesco Leto, detto Caetanino, è nato il 5 aprile del 1983 a Cirò Marina (Crotone). Con il suo primo romanzo Suicide Tuesday(Perrone, 2013) è stato tra i dieci finalisti del Premio Sila '49 ed è stato candidato dall'editore al Premio Strega 2013.





Il cielo resta quello è un romanzo nel quale si fondono l’amore per una terra chiamata Bagnara, in Calabria, e per un’artista che porta il nome immortale di Mia Martini.
La storia di Maria, la protagonista e della sua famiglia, incastrata tra felicità, soddisfazioni, tragicità e dolori è il pane quotidiano che il lettore divora e con cui si sfama giorno dopo giorno mentre legge e la sua fame si moltiplica in virtù di quel sapere. La figura solitaria ma estremamente familiare di Mimì Bertè è a metà tra il fantasma e la logica presenza fisica di una bambina che vive in quella terra insieme alle sue sorelle, Olivia e Loredana e che funge da emblema di apertura e chiusura di una vicenda che la incornicia come protagonista simbolica, divinizzata, estranea alla completezza dei fatti eppur tremendamente parte di quel misterioso susseguirsi di fatti e racconti che rappresentano l’alito vitale della vita dei veri protagonisti.

Il romanzo si apre con la scomparsa di Maria il 20 settembre 1986 e procede, a ritroso nel tempo, deliziandoci di aneddoti e racconti profondi e marcati dell’adolescenza della giovane di Bagnara e della sua maturazione avvenuta attraverso l’innamoramento e poi il matrimonio con l’unico grande amore della sua vita: Carmine.

“Era bastato che Carmine le mettesse gli occhi addosso perché lei, in silenzio, gli si promettesse senza condizioni. Si vede che nella bellezza c’è un mistero più profondo di quanto si possa credere se basta un’occhiata furtiva e complice per legare due persone a doppio nodo.”

Un amore fulminante, diroccato come un castello dalle gelosie e dalle ossessioni giovanili. Fluido e sommesso come i segreti che devono restare nascosti fino a quando l’esplosione del sentimento e il riconoscimento pubblico del legame non rende i due innamorati marito e moglie davanti alla legge e davanti a Dio. Allora si lancia la passione da un corpo all’altro, unendoli in un sentimento primordiale, atavico, che parte dalle viscere e non sembra trovare un appagamento, un giaciglio, dove morire felice. E’ tutto un turbamento, un inseguirsi di sogni e meraviglie, coronati dall’avvento dei figli, due maschi e una femmina che completano quel quadro d’amore e dedizione estrema.

Lo stile di Francesco Leto è qualcosa che non avevo ancora letto. E’ palpabile, cangiante, pieno di colori e di odori di quella terra e soprattutto di quel mare: il mare di Bagnara. Un mare profondo, cristallino, così simile a quel cielo che lo sovrasta, così intinto nella voce di Mimì Bertè, la cui carriera verrà raccontata a sprazzi, fungendo da percorso parallelo a quello delle vicende principali. Le parole macchiano di orme la sabbia e nella voce e negli occhi di chi vive questa storia c’è il sapore salato del mare. Ma in quello stile corposo ed intimo, c’è anche nostalgia, mancanza, possesso e malinconia,  impigliati nella tela dei colori del sole, nel sudore e nella carne come se questa fosse l’unico brandello spirituale attraverso cui la musica delle emozioni può sopravvivere alla carta e all’inchiostro.
Il linguaggio è diretto, franco, spiritoso ma anche carnale, immediato, terreno, insabbiato così come è fatto di terra e di cielo quel luogo nel quale si racchiudono le malattie, le sofferenze e le gioie di un’intera famiglia.

Maria è una donna di Bagnara e l’autore le descrive come femmine forti e determinate, come la rappresentazione in carne ed ossa di quella terra all’apparenza ruvida, selvaggia, intensa  ma viva e solida come una roccia. Maria ha un carattere di marmo, niente riesce a scalfirla, niente può far vacillare la sua volontà e sarà proprio questa a renderla vittoriosa nel conquistare il suo innamorato e più avanti, nel permetterle di tirare avanti una famiglia preda di numerose difficoltà.

“Io, io posso anche morire, ma o da viva o da morta, se lo voglio, me lo prendo.”

Sono rimasta incantata di fronte alla descrizione delle donne di questa terra selvatica e ammaliante. Ogni donna raffigurata è un frammento di storia, un pezzo di carne strappato al corpo del mare. Un vento possente e battagliero, indimenticabile. Più di tutte la suocera di Maria, la madre inossidabile del bel Carmine, superba e arrogante, tronfia oltre l’eccesso stesso della ragione, antipatica ai paesani, imperiosa e disarmante, una femmina di ferro e fuoco al pari di un uomo senza innocenza e senza dolcezza.

La storia di Mimì Bertè si confonde con quella dei personaggi mentre l’autore, con delicatezza e sospensione, ci lancia elementi della sua vita e della sua crescita come donna e come cantante attraverso vari episodi e bastano davvero pochi tocchi d’artista per avere chiara e diretta, frontalmente vivida, l’immagine della grande Mia Martini.
Lei che prometteva che da grande avrebbe fatto la cantante o la bagnarota, lei che s’incantava di fronte al mare, che respirava nel silenzio del sale, lei che sarebbe diventata il simbolo di una voce indimenticabile. Icona di un talento irripetibile, adesso, proprio in mezzo a queste righe, il suo ricordo è ancora più immortale, perché è diventato letteratura.

Ma la tragedia, il dolore graffiano le pareti solide della vita di Maria e della sua famiglia al pari della sofferenza che lentamente abbraccerà anche quella di Mimì, seppur per motivi diversi, le lacrime nella loro sostanza e pulsante essenza andranno a bagnare i volti di quelle donne e di quegli uomini, avviluppati ognuno in un mondo proprio, nella loro personale solitudine.
Dopo la morte di Carmine, Maria non andrà più al mare. In quelle terre assolate e salate, quando una donna subisce un lutto non può più vedere il mare. Oltre al nero dei vestiti, la morte silenziosa negli occhi e la voce sommessa di un canto d’amore spezzato a metà, i suoi piedi e le sue gambe non saggeranno più la forza devastante ed immensa delle acque.

“Sei vedova: non puoi concederti la gioia di un bagno. Non puoi al tramonto alzarti il vestito fin sopra le ginocchia e sedere sulla riva con i piedi che si lavano nel mare.”

Il mare, ricordo e forma, realtà e devozione di Bagnara, è la culla, la nenia dolce e primitiva, il sigillo indistruttibile di quella famiglia perché in esso sprofondano quelle radici immaginarie, che nell’acqua fluiscono e ritornano al mare.
Le redini della famiglia di Maria verranno prese dal figlio maschio più grande, Domenico, detto Mimì o il cardellino, perché più di chiunque altro soffre la gabbia e l’ineluttabilità dell’esistenza. Un personaggio estremamente fisico, che vediamo crescere lentamente, pagina dopo pagina, ed assumere l’intero controllo della storia. Diverrà un uomo battagliero, carico di quei valori e di quella moralità promiscua e insita nell’animo di quella famiglia capace di rivestire anche il dolore più grande di coraggio e dignità.

Ma nonostante la morte, il sangue, la vendetta e la malinconia del vento e dell’aria eterna dell’estate, carica di profumi e voglie trasognate, il mare non dimentica. Il mare è il miracolo, capace di avvicinare le persone, di farle toccare anche laddove sembrava impossibile. Il mare come origine e  come protezione, nelle sue acque profonde e scure scorre il sangue del perdono e della riconciliazione con le fratture della vita.

“E allora l’acqua del mare è miracolosa, più miracolosa di quella delle chiese, pensò Maria, e che se quello era stato l’unico modo di farle guardare negli occhi  il figlio, allora avrebbe rischiato anche l’annegamento perché tanto sarebbe annegata contenta.”

Il cielo resta quello è un romanzo corale, nel quale ogni personaggio ha la sua pulsante verità da raccontare, imbrigliato, legato, incatenato come un pezzo irrinunciabile alla catena della storia principale. Francesco Leto racconta di una famiglia intima del mare, di occhi e cuore che si abbeverano alla fonte della acque, di una simbiosi fraterna, paternalistica, essenziale con quell’origine divina e speciale della quale tutti, indistintamente fanno parte. Soprattutto Mimì Bertè, calunniata e perseguitata dalle dicerie della gente, di quel mondo musicale invidioso e malvagio, seduttore e scarificatore di talenti per gelosia e ingannatore, capace di annientare una vita “che c’ha il mare nella voce… E ditemi voi se può esistere qualcosa di più bello del mare…”

Mentre è proprio il mare ad essere l’elemento che lega tutti i personaggi, la figura di Mia Martini è la colonna sonora delle loro vite, i cui momenti sono meravigliosamente scanditi dai suoni e dalle parole delle sue canzoni.
Il romanzo si basa su due fulcri fondamentali: il mare da un lato e la cantante dall’altro. Essi sono l’inizio e la fine del romanzo stesso, lo specchio riflesso della gioia e del dolore, fonte inesauribile di vita e di morte. Sono l’omaggio dell’autore verso questi luoghi e verso quel talento immortale, prorompente ed intenso, esempio di voce e di personalità ineguagliabili che neanche l’invidia e la morte hanno spento nel cuore degli uomini.

“Solo colui che non ha mai pensato di appartenere alle acque che hanno rinfrescato il suo corpo accaldato, sudato, maleodorante, non avrà mai una casa dove tornare.”

E Mimì è tornata alla sua casa nelle parole smorzate dell’autore che si mescolano ai suoni e agli assaggi selvatici della sua terra, di quel mare che nessuno può fermare, né Dio, né gli uomini.
E la nostra memoria sarà come quel mare, in quel cielo che non finisce, perso e rinato in quel suono che sa di sale, perché noi continueremo per sempre a sentire la bocca dell’eterno in quella voce.