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venerdì 23 settembre 2016

Lo Stradivari perduto di John Meade Falkner Recensione

Buon venerdì cari lettori! Grazie alla Neri Pozza ho letto un romanzo gotico nel quale si respira aria di fantasmi e maledizioni! Un genere che mi mancava molto leggere! Dovete sapere che io amo questo tipo di narrazioni e con Lo Stradivari perduto di John Meade Falkner mi sono rifatta gli occhi e la mente con una storia piena di fascino dannato!


Titolo: Lo Stradivari perduto
Autore: John Meade Falkner
Editore: Neri Pozza
Genere: Gotico
Pagine: 160
Prezzo: 14,50
Uscita:  Settembre 2016
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TRAMA


Nel 1842, come ogni giovane di belle speranze proveniente da Eton, John Maltravers frequenta l’Università di Oxford, iscritto a uno dei più antichi college inglesi, il Magdalen Hall. Nelle ore libere dagli studi coltiva la sua grande passione: la musica. Valente violinista, si esercita spesso nel suo appartamento, accompagnato al pianoforte da William Gaskell, studente al New College ed eccellente pianista. In una notte insolitamente calda, quando Gaskell ha appena lasciato il Magdalen Hall, sfogliando gli spartiti lasciati sul tavolo dall’amico, John è attratto da una copia manoscritta di alcune suite, redatta a Napoli nel 1744. Seguendo uno di quei misteriosi impulsi che sfuggono al controllo della ragione, posa lo spartito sul leggio, toglie il violino dalla custodia e comincia a suonare l’Areopagita, l’unica suite del libro che ha il pregio di un titolo. Alle battute iniziali di un’aria piena di brio, sente dietro di sé un cigolio proveniente da una vecchia poltrona di vimini. Un po’ divertito, un po’ seccato, senza volgere lo sguardo, conclude l’aria, chiude lo spartito e va a dormire. Qualche tempo dopo, alle prime luci dell’alba di una notte insonne – sotto l’effetto esaltante dell’incontro serale con la bella Constance Temple – dopo aver suonato con incomparabile slancio l’inizio della suite, attaccando di nuovo quell’aria, John riavverte quel rumore sinistro, seguito stavolta da una sensazione inconsueta e sconvolgente. Volge lo sguardo e, nella luce argentea del mattino, scorge, seduta sulla poltrona di vimini, la sagoma di un uomo…


















Lo Stradivari perduto è un romanzo pubblicato nel 1895 ed è una storia gotica molto affascinante che ha come protagonista assoluta la musica.

Lo stile dell’autore è improntato ad un tipo di scrittura del passato, con descrizioni minuziose dei luoghi e del tempo che lo rendono un perfetto romanzo storico. Ci troviamo in Inghilterra in una delle università di Oxford ed il protagonista è John Maltravers, un ragazzo aristocratico che condivide alloggio e passione per la musica con William Gaskell.

Lui suona il violino mentre l’altro il pianoforte. Le atmosfere sono da subito cupe e sinistre in quanto la musica già da subito s’impone come protagonista quasi in carne ed ossa di una vicenda soprannaturale che ha a che fare con i fantasmi.
Voglio dire che quest’uomo o spirito d’uomo è stato seduto qui una sera dopo l’altra, e noi non siamo riusciti a vederlo perché abbiamo la mente opaca o ottusa. Ieri notte la virtù esaltante di una forte passione come quella che mi hai confidato, associata al potere di una bella musica, ha reso talmente acuto il tuo intelletto da farti acquisire, diciamo così, un sesto senso che ti ha permesso di vedere quello che prima era rimasto invisibile.
John trova uno spartito con una strana musica intitolata Areopagita. Ogni volta che la suona sente dietro di sé un rumore piuttosto inquietante: come se qualcuno si sedesse sulla sedia di vimini per ascoltarlo suonare.
La situazione si ripete e allo stesso tempo l’ansia e l’angoscia assalgono il protagonista che si sente sempre più attratto da questa musica molto particolare che ha a che fare con un’invocazione del Male.
Cover originale

Colui che l’ha scritta aleggia nell’aria come aleggiano nell’atmosfera inquietanti maledizioni e oscuri incantesimi che mi hanno inevitabilmente ricordato Lo strano caso di Charles Dexter Ward di H.P. Lovecraft, uno dei miei autori preferiti. Anche in quel caso, il protagonista è affascinato e le sue azioni sono possedute da una losca figura che arriva da lontano. Joseph Curwen, che non è un fantasma in senso tradizionale e non è neanche un essere umano, è una creatura assolutamente terrificante e orrorifica in perfetta sintonia con lo stile dannato e tenebroso di Lovecraft.

Lo Stradivari perduto è più soft da questo punto di vista. Potrebbe essere considerato come una classica storia di fantasmi e di maledizioni. Pensando al violino e ad atmosfere magiche e sinistre mi è venuto in mente anche Il violino nero di Maxence Fermine, poichè anche lì il protagonista è uno Stradivari.
Tutti i poeti, e la maggior parte dei prosatori, ti diranno che non hanno mai la mente così fervida, il senso della bellezza e delle proporzioni così affinato, come quando ascoltano o la musica prodotta dall’arte dell’uomo, o quella della natura in certi suoi toni più grandiosi.
Il clima è antico e quasi leggendario. Le figure sono a sé stanti, padroni della scena e in grado di accompagnare il lettore in un turbine di accadimenti che somigliano molto ad una vera e propria discesa verso gli inferi.

John non potrà nulla contro quel fascino maledetto e ancestrale che lo condurrà su un sentiero oscuro e impraticabile perdendo il senno e la ragione.
E’ tutto giocato sulla musica, sul suo potere, sull’arte del suono e sulla sua capacità di creare armonie e costruire emozioni. La musica è potenza ma anche genio. E’ follia ma anche logica che è capace di innalzare l’uomo dal suo stato animale ed avvicinarlo alle più alte forme della percezione.
Credo di aver percepito una confusa immagine di quello spirito malvagio e bandito che aspettava da cent’anni nell’oscurità, finchè non lo avevano richiamato i dolci toni della musica italiana e il ritmo vivace dell’Areopagita che aveva amato tanto tempo prima.
La musica, i suoni, rappresentano la dannazione come la beatificazione, il profano come il miracolo e questo breve romanzo gioca molto proprio su questo confine.

Lo Stradivari perduto è una lettura che consiglio a chi ama le atmosfere dark, grottesche, gotiche, dove aleggiano fantasmi e strambe maledizioni. Storie in cui si percepisce la paura ed il timore che ti sfiorano con carezze oblique. 

Una lettura perfetta per l’autunno e l’inverno alle porte, quando fuori piove e il vento annuncia la sua inquietante e sibilante presenza. La copertina esprime al meglio il contenuto del testo che nonostante abbia un linguaggio datato, riesce a trasmettere ciò che è necessario: la curiosità e l’interesse per un mondo che non smette di affascinare grazie alla sua imperturbabile inafferrabilità.



domenica 10 maggio 2015

Otto minuti a mezzanotte di Fabio Monteduro Recensione

Buona domenica! Oggi voglio segnalarvi la recensione ad una raccolta di racconti di un autore che ho già avuto modo di conoscere e recensire, quando ho letto il romanzo horror, Cacciatori di fantasmi. Sto parlando di Fabio Monteduro, affermato scrittore di thriller ed horror, che questa volta conoscerete attraverso le storie da lui inventate in Otto minuti a mezzanotte.


Come sempre lasciatemi un commento se vi va!



Titolo: Otto minuti a mezzanotte
Autore: Fabio Monteduro
Editore: A.Car Edizioni
Pubblicazione:  2011
Genere: Racconti Horror
Pagine: 220
Prezzo: 18,00
Sito Autore
Trama

Quadri maledetti, case abbandonate, fantasmi e demoni che non danno scampo… e ancora, pericolosi serial killer e luoghi da cui è meglio stare alla larga. Tutto questo ed altro ancora è “Otto Minuti a Mezzanotte”. Otto storie da incubo, una per ogni minuto che ci separa dalla mezzanotte, quando non è più oggi e non ancora domani. 


Biografia

Nasce a Roma nel 1963. Il suo modo di scrivere, definito cinematografico, perché riesce a rendere al massimo "visivamente" le storie che racconta, ne ha fatto accostare il suo nome a grandi scrittori contemporanei, uno tra tutti Stephen King del quale non nasconde la passione e da cui ha tratto iniziale ispirazione. I suoi romanzi e i suoi racconti brevi, spesso ambientati in Italia, sono sempre più frequentemente improntati al "thriller" più che al vero e proprio "horror". Va detto però che la differenza tra questi generi letterari, nel suo caso, è sempre molto sottile.




"Non sai che stanotte, quando l'orologio batterà la mezza, tutti gli esseri malvagi della Terra avranno il mondo in loro potere? 
Sai dove stai andando? E quello che farai?"
Bram Stoker


Lo stile di Fabio Monteduro si conferma una piacevole lettura. Nel primo racconto di questa raccolta, intitolato Antinomia, siamo invitati in una casa degli orrori e dei misfatti, secondo la più tradizionale delle esperienze soprannaturali, attraverso l’occhio sconvolto e macchiato di follia latitante di Antonio, il protagonista che ha vissuto, in passato, una diabolica scoperta che lo ha condotto direttamente nella clinica psichiatrica nella quale è rinchiuso adesso. A suo tempo venne a conoscenza della storia di Sabine Braschi, una giovane donna maledetta dal destino e dalla sua sete malsana di vita che la spinsero a sfidare la volontà di Dio, interpellando la magia nera, per combattere la sua sterilità, mettendo al mondo una creatura diabolica, nata inevitabilmente sottoscrivendo un patto direttamente con l’indiscusso signore delle tenebre. 
L’atmosfera è piena di echi, di incubi che si manifestano attraverso quadri indemoniati dai sorrisi vacui, capaci di raccontare di anime nere, condannate alla morte ma ancora in grado di incutere timore. Le vicende coinvolgono un gruppo di bambini alle prese con un male antico che trova sempre, nonostante tutto, la strada per tornare. E Monteduro non delude, raccontando ancora una volta, uno spaccato strappato alle sue visioni senza regalare mai un lieto fine banale o semplicemente auspicabile. 

Il male, di cui lui racconta, ha sempre un luogo, un nome definito, ha forza, terrore, riesce sempre a corrompere qualcuno o qualcosa in una dimensione oscura nella quale difficilmente si riesce ad intravedere uno spiraglio di luce. Ed è questa la caratteristica che apprezzo di più della sua scrittura: l’ineluttabilità. La sua capacità di dare corpo alle angosce che si avvinghiano addosso come se avessero mani e braccia per sostenersi, appesantendo un inevitabile cammino, che dall’inizio alla fine, resta imperscrutabile. 

I temi sono il male e la follia ai quali si uniscono le numerose e corpose descrizioni delle atmosfere oscure e maledette richiamate alla vita dalle nuvole, la nebbia, gli alberi e quegli aspetti naturali che diventano bocca e voce di un’unica sanguinosa entità, capace di cambiare di volta in volta forma e sostanza, lasciando intatta la sua crudeltà. Tutto convoglia in un unico luogo nefasto e cattivo, quello che lentamente, attraverso lo scorrere del tempo, ci condurrà alla mezzanotte, l’ora inesorabile nella quale sulla terra arriveranno le creature dannate. 

Il fulcro del terrore sono i fantasmi, omaggiati dallo scrittore per la loro macabra presenza-assenza, per i loro sussurri che inchiodano le nostre notti e per le loro voci spezzate dalla perdita della vita. Essi incarnano la paura più antica dell’uomo, ossia l’ignoto. Appartengono al mondo delle ombre, nero e tetro, del quale nessun essere umano può sapere concretamente nulla. In questi racconti, vagano indisturbati, infestando vecchie case abbandonate e Monteduro è pronto a sacrificargli le sue vittime. Dal male non si può fuggire, puoi solo prenderne coscienza ed accettare che alla paura non c’è fine.

Il racconto che ho apprezzato più di tutti è So chi sei, nel quale è una chiesa sconsacrata ad essere protagonista, preda della curiosità adolescenziale di due giovani attratti dal proibito e da ciò che è stato dissacrato. Ombre che fanno rumore, occhi bianchi privi di pupilla che t’inchiodano al tuo incubo peggiore: la realtà. Voci di bambini morti intrappolati dentro quelle mura che traspirano malvagità e sofferenza, odio e maledizione. Orrore e morte sono i volti di queste creature che appaiono sempre sinistramente umane ed è proprio la loro apparente umanità, forma fisica, consistenza malata, a renderli ancora più terrificanti. 
All’autore non piace giocare al gatto con il topo, non gli piace nascondersi, ecco perché i suoi esseri sono sempre oltremodo determinati, inquietanti perché riconoscibili nel loro orrore e nella loro anima abietta. Ti appaiono davanti e difficilmente la loro angusta tenebra non ti inghiottirà.

“La suora era lì. I suoi occhi bianchi, ciechi, guardavano verso di lei; la gruccia alzata oltre la spalla e un sorriso infame ad inarcarle la bocca… che si aprì, si aprì fino a diventare una caverna e Veronica ne fu travolta…”

Un convento come luogo di perdizione. Una madre superiora carnefice e padrona di un posto che diventa la porta sull’inferno, la versione femminile delle urla del diavolo.

“Poi il barbone dichiarò di non ricordare molto altro, se non buio e violenza sottintese, occhi ciechi  e mani, bocche, avide di… Si era fermato ed aveva scosso la testa, mentre due lacrime avevano preso a scalfirgli il viso. Un individuo in preda ad un orrore così sconfinato, da essere inammissibile ed indicibile.”

Questa storia l’ho amata forse perché prediligo le argomentazioni religiose, i giochi di fede e ovunque io ci vedo medaglie capovolte. Il luogo un tempo sacro e poi sconsacrato è la porta più affascinante per scoprire cosa si nasconde nell’oltre soprannaturale. Perché è nella fede che le persone fondano le loro sicurezze ed è lì, in quell’ambito, che credono di essere protette e sicure dalle pretese dell’immondo. Rendere fragile e accessibile un luogo di tale importanza e valore, abbatte anche le barriere più solide, provocando angoscia ed inquietudine di fronte alla consapevolezza che non esiste nessun luogo verso il quale poter fuggire.

“Ma ricordi che ci sono posti al mondo, dove vengono costruite chiese, che sono come barriere. Altrimenti ci sarebbe l’inferno in terra. Qualche volta, però, accade che qualcosa penetri in quelle barriere ed esse s’infettano… ha capito adesso?”

Luoghi spettrali, abbandonati dalla ragione e dalla fede. Luoghi senza speranza, nei quali gente curiosa finisce vittima dell’imponderabile.
L’elemento paranormale è il filo conduttore di tutte le storie e rappresenta la passione/ossessione evidente che lo scrittore nutre per questo mondo dell’oltre pieno di fascino e di mistero insondabile. Egli dà voce alla curiosità dell’essere umano di dare un volto, una presenza reale ai fantasmi e i suoi personaggi, riprendendo una concezione assolutamente pessimistica della natura soprannaturale di questi esseri, soccombono puntualmente, diventando vittime consapevoli della loro perfidia e disumanità.

In questi racconti incontrerete il diavolo, sornione ed ingannatore, assisterete ad atti di cannibalismo, conoscerete le streghe, con i loro gatti e le loro bambole, fedeli compagne attraverso le quali esse vedono e sentono tutto ma è sempre e soltanto la follia uno degli aspetti fondamentali sul quale si fonda tutta la narrativa di Monteduro.
Sempre sull’orlo dell’abisso, sempre al limite tra la pura ed evanescente visionarietà figlia di una mente allucinata e sragionata e la realtà, fisica, concreta e fattibile.


Per Fabio Monteduro il Male esiste, si veste e traveste talora di orrore, di sesso o di amore, d’incanto o di magia, di morte o perversione. Qualunque sia il suo volto, è un volto che non ha mai visto Dio. E’ una faccia che ti divora l’anima, che si prende i tuoi sogni, piegandoli alla follia. Si dice che sia la nostra paura a dare potere a queste creature che si nutrono dei nostri incubi e dei nostri timori. Io credo il contrario. Non è la paura ma la curiosità, quel fragile ed invisibile filo che connette il nostro io primordiale al fascino verso tutto ciò che è mistero ed è inspiegabile, a dare forza a quel mondo che se esiste, esiste grazie al nostro desiderio, per quanto rinnegato e nascosto, di conoscerlo, scandagliarlo, comprenderlo, guardarlo. Nonostante la paura, nonostante la morte, nonostante la maledizione. Nonostante persino Dio.